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Franca Mancinelli traduce e presenta Ana Pepelnik / Franca Mancinelli je prevedla in predstavila Ano Pepelnik

Il workshop di traduzione poetica, organizzato dal Center za Slovensko Književnost (Centro per la Letteratura slovena) in collaborazione con Literature Across Frontiers e Društvo slovenskih pisateljev (Associazione degli Scrittori Sloveni), si è svolto dal 22 al 29 novembre 2015. In quest’occasione la poetessa  già ospite del nostro blog Franca Mancinelli ha tradotto tre poesie della poetessa slovena Ana Pepelnik che pubblichiamo insieme a una introduzione di Franca.

 

Con una coccinella sul grembo. Tre poesie di Ana Pepelnik

da Un telefono senza fili. Resoconto da un workshop di traduzione poetica.

 

Sei casi, tre generi, due passati, un futuro e nessuna traccia da seguire per cercare rifugio in questa lingua che ascolto rapita come da un torrente che passa attraverso pietre appuntite, legni rotti. È caduta da poco la neve sui boschi e l’aria costringe a coprirsi di lana la testa, le mani. Sono a pochi passi dal confine italiano, finalmente straniera, felice nelle mie radici che respirano. Un rumore secco, come di fibra morta, e questo innesto vivo che entra in me quanto più estraneo. Non comprendere alcuna parola di una lingua è una grazia: essere nell’infanzia liberata di ogni limite anagrafico; finalmente benedetti, accolti sulla soglia, nel proprio stato di transito tra suono e senso, plasmati come argilla insieme alle sillabe, particelle di realtà che si stanno componendo. Lo sloveno per me è in questo schiudersi e tendersi appena di labbra, mentre la morsa di controllo che mi serra come un animale da giogo si allenta. Sono qui, nella culla di giunchi intrecciati sull’acqua, nel tessuto levigato e duro di una lingua madre che mi tiene in sé, come un orfano accolto, come il figlio che presto abbandona.

Dane, vicino Sežana. Una grande insegna luminosa compare a un tratto, dopo una breve frazione di case, tra basse montagne di boschi. Ha in sé qualcosa di sinistro, come a richiamare i viaggiatori in quell’unica sosta concessa. Così, tra il fitto dei tronchi, in una radura, inaspettata una casetta che potrebbe nutrirti, quasi sembra di zucchero, o mangiarti, aspettare soltanto il tuo corpo. La fiaba sfuma presto di fronte alla porta scorrevole di un grande hotel dove saremo alloggiati per cinque giorni prima di spostarci a Lubiana, dove terminerà la nostra settimana. Siamo sei, ognuno di una lingua e di un paese diverso. Ci traduceremo a vicenda usando l’inglese come guida in un territorio sconosciuto. Una guida a cui dovrò affidarmi ciecamente, non avendo alcuna nozione della lingua di Ana (lo sloveno), di Arvis (il lettone), di Bao (il vietnamita), di Ming (il cinese). Soltanto con i testi di Narlan, brasiliano, potrò ogni tanto guardare la terra dove poso i piedi. Penso a un gioco del telefono, a una voce che parte e arriva al mio orecchio in un sussurro. Per quanto possa chiedere a ognuno di loro ragione e conferma, sarà come scorgere qualcosa di sbiadito su un vetro rigato dalla pioggia. Eppure, alla fine, mi dico, cosa importa. Ciò che conta è questo spazio-tempo che ci unisce, da treni lenti lungo la penisola o da voli oltreoceano, da una casa che si è richiusa su se stessa, nella penombra di provviste e libri sparsi, o aperta e viva dei gesti di chi aspetta. Siamo qui, uccelli migranti in sosta provvisoria. Attorno allo stesso tavolo con i nostri portatili, nel silenzio interrotto da un ticchettio di tasti, o da una parola che dirama in racconto, ci passiamo saliva e cibo dal becco, senza neanche accorgercene, siamo madre e figlio a turno.

Da una borsa azzurra estrae un paio di forbici, nastro adesivo – là dentro, ci assicura, c’è ogni cosa di cui potremmo avere bisogno –. Ana, un folletto dagli occhi verdi, ci ha raggiunti da Lubiana, con la sua inesauribile energia. «Odio i punti fermi», dice, e anche le virgole, in fondo le sono d’intralcio. Preferisce allora ricominciare; si va a capo forse proprio per questo: un’altra possibilità di darsi la vita. Con il nastro assicura un pacchetto di mandorle che si erano seminate sulla strada. Ci ha guidati a Sezana, dopo una mattinata di lavoro, a rifornirci in un supermercato: arachidi, balsamo, birra, a ognuno mancava qualcosa. Un calzetto giallo e uno blu che emergono dalle caviglie, l’abbiamo seguita per il breve tratto di strada che unisce l’hotel al paese, come dentro il sottile sentiero di un bosco.

Nei versi che ci ha portato tradotti in inglese e in quelli che ho potuto leggere nella traduzione italiana di Jolka Milič, tornano piccoli oggetti magici capaci di proteggerci contro la paura, come i fiammiferi, le monetine, o la coccinella che, posata sul grembo, nella sospensione del mondo coperto di neve, diviene una bussola che orienta verso la vita. La stessa funzione hanno i colori in cui intinge la penna, come a riserve di forza. Aderendo al quotidiano, stabilendo un contatto ravvicinato con le cose, la sua scrittura si fa attesa, si apre a quei piccoli miracoli capaci di riscattare l’esistenza. La sua poesia è un gesto propiziatorio, un bene raccolto nella solitudine quotidiana e poi “spartito con tutti”, come quei “grammi di amore e di felicità” che attinge in un esercizio prolungato dello sguardo e rigenera nella condivisione, nell’incontro con gli altri.

 

vibrazioni

 

Nessun vento. Solo episodiche vibrazioni

dell’aria liberate da un pettirosso.

Proprio dietro me. Abbiamo lasciato un’intera settimana

di cammino tra blocchi di appartamenti alle nostre spalle.

 

Su e giù per la strada diverse volte al giorno.

La gente ha ancora il proprio giardino.

Se ne prende cura se non è troppo occupata.

Piccoli orti pieni di spinaci

 

che nessuno cucina.

 

***

 

come camminando

 

Improvvisamente la strada si svuota.

Questo è l’effetto della neve. Oggi

sta cadendo come un sipario su un palco.

Porta un po’ della sua pace e

liscia come burro ogni cosa sporca

scompare. Ora so che il piano

apparirà ancora e, più tardi, un soffocato

suono di guanti che scorre troppo veloce sui tasti.

Terrai di nuovo una coccinella nelle tue mani

e la metterai sul mio grembo alla fine della strada.

Così non tremerò e così la calma

durerà per un paio di giorni. La strada e ogni cosa

è diversa oggi. Bianca e vuota.

L’effetto è leggermente strano così mi concentro

sul caldo nel mio grembo. Con entrambe le mani

tengo la coccinella che mi porta fortuna

ogni volta che la guardo.

 

***

 

III

 

Le barche sono lontane. La pioggia è caduta fino a che

sono state spazzate via. Ora sbucciamo castagne.

I gusci arrostiti sono piccole barche.

Quando sono a bagno puoi sentire un crepitio

uscire da quelle asciutte. Le barche sono lontane.

Quante persone pensi usino ancora legna da ardere

in città? Non molte.

Tutto ciò che faccio è muovermi. E sbucciare

castagne. Da una stazione all’altra. Qualche volta

dico più del solito in un giorno.

La legna da ardere emana abbastanza calore. Qualche volta

ascolto le tubature scricchiolare fino a che

mi addormento. Qualche volta le persone sono nella pioggia.

Fino a che incominciano a piangere.

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Delavnica pesniškega prevajanja je v organizaciji Centra za Slovensko Književnost ter v sodelovanju z Literature Across Frontiers in Društvo slovenskih pisateljev potekala od 22. do 29. novembra 2015. Takrat je italijanska pesnica Franca Mancinelli prevedla tri Anine pesmi, ki jih objavljamo skupaj s Francinim uvodom.

 

S pikapolonico v naročju. Tri pesmi Ane Pepelnik

Brezžični telefon. Poročilo z delavnice pesniškega prevajanja

Šest sklonov, trije spoli, dva preteklika, en prihodnjik in nobene sledi do zatočišča v jeziku, ki ga poslušam, kot bi me odnesel hudournik, ki dere čez ošiljene kamne in polomljene veje. Sneg je na gozdove padel pred kratkim in zrak me sili, da si glavo in roke pokrijem z volno. Sem le lučaj od italijanske meje, končno tujka, srečna v svojih koreninah, ki dihajo. Rezek zvok, kot mrtvo vlakno, in ta živi cepič, ki se tako tuj vsaja vame. Ne razumeti niti besede nekega jezika je milost: kot da si v otroštvu, ki se je otreslo vseh anagrafskih omejitev; končno si blažen, sprejet na pragu, v svojem prehajanju med zvokom in pomenom, kot glina zgneten z zlogi, delci resničnosti, ki se sestavljajo. Zame je slovenščina v tem razpiranju in v tem komaj nakazanem napenjanju ustnic, medtem ko primež nadzora, ki me stiska kot vprežno žival, popušča. Tu sem, v zibelki prepletenega ločja nad vodo, v pobrušeni in trdi tkanini neke materinščine, ki me drži v sebi kakor sprejeto siroto, kot otroka, ki ga bo kmalu zapustila.

Dane, blizu Sežane. Naenkrat se po krajšem zaselku med gozdnatim gričevjem prikaže velika osvetljena tabla. Nekaj zloveščega je na njej, kot bi vabila popotnike k edinemu dovoljenemu postanku. In med goščavo dêbel na neki jasi nepričakovano hiška, v kateri bi se lahko okrepčali – zdi se, kot bi bila iz sladkorja –, ali pa bi te hiška lahko snedla, kot da samo čaka na tvoje telo. Pravljičnost pa hitro razblini pred drsnimi vrati velikega hotela, v katerem bomo bivali pet dni pred odhodom v Ljubljano, ko se bo končal naš teden. Šest nas je, vsak iz drugega jezika in države. Vzajemno se bomo prevajali, angleščina pa bo naš vodnik po neznanem ozemlju. Vodnik, ki mu bom morala slepo zaupati, saj nimam nobene predstave o jeziku Ane (slovenščini), Arvisa (letonščine), Bao (vietnamščine) in Ming (kitajščine). Samo z besedili Narlana, ki je Brazilec, bom lahko sem in tja pokukala na tla, preden bom stopila. Pomislim na igro telefončkov, na glas ki mi šepetaje pripotuje k ušesu. Čeprav lahko vsakega izmed udeležencev vprašam za pojasnilo in potrditev, bo to slutnja nečesa, kar je zbledelo na šipi, po kateri tečejo dežne kaplje. Pa vendar, si nazadnje rečem, kaj zato. Pomemben je ta prostor-čas, ki nas druži, prostor-čas počasnih vlakov vzdolž polotoka ali čezoceanskih letov, hiše, ki se je zaprla sama vase, v poltemo zalog hrane in razsejanih knjig, oziroma je odprta in živahna zaradi gibanja tistih, ki čakajo. Tu smo, ptice selivke med začasnim postankom. Okoli iste mize s svojimi prenosnimi telefoni, v tišini, ki jo prekinja tiktakanje tipk ali beseda, ki se razveji v pripoved; iz kljunov si podajamo slino in hrano, nevede smo zdaj mati, zdaj otrok.  

Iz svetlomodre torbe potegne škarje in lepilni trak – notri, nam zatrdi, je vse, kar bi utegnili potrebovati. Ana, zelenooki škrat, se nam je s svojo neizčrpno energijo pridružila v Ljubljani. »Sovražim pike,« pravi, pa tudi vejice, v bistvu so ji samo v napoto. Rajši začne znova: mogoče gre prav zato vedno v novo vrstico: dà si novo možnost, v kateri lahko spet zaživi. Z selotejpom zalepi vrečko mandljev, ki so se ji raztresli po cesti. Po delovnem tednu nas je peljala v Sežano, da si v veleblagovnici nakupimo, kar nam manjka: arašide, balzam, pivo, vsak je bil brez česa. Hodili smo za njo, za njeno rumeno in modro nogavico, ki sta ji kukali z gležnjev, na kratki razdalji od hotela do naselja, kakor po ozki gozdni poti.

V verzih, ki nam jih je prinesla prevedene v angleščino, in v tistih, ki sem jih lahko prebrala v italijanskem prevodu Jolke Milič, nastopajo majhni čarobni predmeti, ki nas lahko obvarujejo pred strahom, na primer vžigalice, kovanci ali pikapolonica, ki sede v naročje, v negotovosti sveta, prekritega s snegom, postane kompas, ki kaže pot proti življenju. Enako nalogo imajo barve, v katere kakor v rezervne moči namaka pero. Ko zajema iz vsakdanjosti in vzpostavlja bližnji stik z rečmi, postaja njena pisava pričakovanje, odpira se majhnim čudežem, ki lahko rešijo življenje. Njena poezija je dejanje sprave, dobrina, pobrana v vsakdanji samoti in potem »deljena z vsemi«, kakor tisti »grami ljubezni in sreče«, ki jih zajema v dolgotrajni vaji pogleda in jih oživlja v delitvi, v srečanju z drugimi.  

 

sunki

 

Nobenega vetra. Samo občasni

sunki zraka ki jih je sprožila taščica.

Čisto zraven mene. Za nami

je cel teden sprehajanja med bloki.

 

Dol in gor po ulici parkrat na dan.

Še vedno ima vsak svoj vrt.

Pridno ga obdelujejo če niso v stiski.

Grede polne špinače ki je

 

nobeden ne skuha.

 

***

podobno sprehodu

Ulica se naenkrat sprazni.
To je učinek snega. Danes se usuva
po cestah kot težka zavesa po odru.
S sabo prinese nek svoj mir in kot
po maslu izgine vse kar je umazano.
Zdaj že vem da to pomeni da se bo
spet pojavil klavir in potem zadušen
zven rokavic ki prehitro drsijo po tipkah.
Spet boš v rokah držal pikapolonico
in mi jo na koncu ulice položil v naročje.
Da me ne bi treslo in da se bo mir
obdržal za par dni. Ulica in vse kar je
na njej je danes drugačno. Belo in prazno.
Deluje rahlo tuje zato se skoncentriram
na toploto v naročju. Z obema rokama
držim srečo ki mi prinese pikapolonico
vsakič ko jo pogledam.

 

***

III

 

Čolni so daleč. Dež je padal tako dolgo

da jih je odneslo. Zdaj lupimo kostanj.

Prežgane lupinice so majhni čolni.

Ko se namaka se sliši pokanje

v tistih ki so presušeni. Čolni so daleč.

Kaj misliš koliko ljudi še kuri na drva

v mestu? Ne veliko.

Jaz se samo še premikam. In lupim

kostanj. Od ene postaje do druge. Včasih

povem več kot v enem dnevu.

Drva oddajajo dovolj toplote. Včasih

poslušam pokanje v ceveh dokler 

ne zaspim. Včasih so ljudje na dežju. 

Tako dolgo dokler ne začnejo jokat.

 

 

 

 

 

 

 

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