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Come introduzione al passo estratto dal romanzo La parrucchiera. Una storia triestina di Evelina Umek citiamo qualche frase della prefazione di Patrizia Vascotto: “Si apre, a bella posta, come una storia di ordinaria monotonia, la vicenda di Romana. Un personaggio che si presenta passo passo nella sua ripetitiva e stanca esistenza rivelando carattere, abitudini, ubbie, atmosfere e mestiere nelle scarne battute della prima pagina di questo racconto lungo, che Evelina Umek sembra aver voluto confezionare su misura per un prototipo di alter-vita triestina. Alter-vita, o più grammaticalmente ‘altra-vita’ – quella di chi fa parte dell’altra metà di Trieste e che a lungo ha dovuto vivere in sordina, sotto tono o sotto banco la propria alterità. Complici, naturalmente, le vicende di una Storia che non ha risparmiato alla nostra città colpi bassi, menzogne, meschinità, manipolazioni, frustrazioni, rassegnazione e smarrimento.”

Kot uvod v odlomek iz romana Frizerka Eveline Umek navajamo nekaj stavkov iz uvodne besede Marije Cenda: »Romana je predstavnica tiste generacije Tržačanov, ki je odraščala v času nasilne asimilacije Slovencev, mladost in zrelost pa preživela v časih tihe asimilacije. Umkova se je brez predsodkov in moraliziranja vživela v čutenje osebe, ki je nezavedoma, pod pritiskom družinskega in družbenega okolja izbrisala iz svoje osebnosti del svoje identitete, vendar tega ne obžaluje in ne skuša popraviti. Neke duhovne in narodne identitete niti ne pogreša. Zanjo je to, kot je s simboličnim zapletom zgodbe nakazala avtorica, le nadležna dediščina. Kot ni bila deležna kulturne dediščine – maternega jezika, tako se brani sprejeti materialno dediščino – domačijo materine družine v slovenskem Posočju. Njena izselitev iz slovenskega plemena je torej dosledna in nedvomna.«

 

Giovedì

La mattina dopo l’arrivo della lettera, Romana si svegliò presto, si affrettò a lavarsi e a vestirsi seguendo il consueto rituale mattutino, che però effettuò piuttosto nervosamente, quasi con gesti spasmodici. Con l’imminente arrivo del nuovo giorno cresceva anche la sensazione di gravità, dovuta non soltanto alla lettera, ma anche alla vita stessa, a un’oscura minaccia che giungeva dal passato.

Con il caffè mattutino in mano valutava quale fosse il momento più opportuno per far visita a questa sua amica, o meglio conoscente, dei tempi dell’infanzia. Era ormai da molto che non la vedeva, ma a volte aveva sentito sua madre nominarla.

D’improvviso Romana si ritrovò davanti a un nuovo interrogativo: Giovanna si sarebbe ricordata di lei? Cercava di rievocare quella esile bambina con le trecce che viveva con i genitori e i nonni in una casa piuttosto grande con il giardino. La nonna Dora andava spesso a trovarle, e anche sua madre. Lei però più raramente. Qualche volta anche Romana ci aveva accompagnato la nonna, loro in quelle occasioni le davano un po’ di verdura e Romana aveva capito che la nonna era diversa. Lei e la nonna di Giovanna chiacchieravano in quella lingua a lei incomprensibile, e la nonna sembrava rinascere, anche se la sua faccia era pur sempre velata di paura e cautela.

Anche in Giovanna si poteva notare una specie di cautela. Sebbene fosse molto vivace, con loro parlava diversamente. Non toccava neanche mai argomenti come la scuola, i maestri, i compiti o le compagne. Il suo mondo era nettamente separato dal mondo degli altri bambini che correvano per la via. Né Romana né gli altri si erano mai chiesti il motivo. Se Giovanna partecipava ai loro giochi loro la accettavano nel gruppo, nessuno però si era mai preso la briga di cercarla o di invitarla a unirsi a loro. Lei stessa aveva frapposto una barriera tra di loro. Questa almeno era l’impressione di Romana, ma allora non c’era spazio per domande del genere, erano ancora bambini.

Romana, naturalmente, all’epoca non si rendeva conto che Giovanna e la sua famiglia vivevano quei giorni, che facevano ormai soltanto parte del passato, in modo molto diverso dai genitori degli altri bambini italiani che ora evitavano di rivangare quel passato, quasi nel timore che qualcosa di spiacevole potesse uscire allo scoperto e macchiare l’immagine che con tanta cura si erano costruiti. Nell’immediato dopoguerra nessuno di loro poteva definirsi benestante, nessuno spiccava per ricchezza. Soltanto più tardi erano iniziate a comparire le prime differenze, all’inizio tra i genitori, poi anche tra i bambini. Loro però erano ormai già cresciuti e pensavano che queste disuguaglianze fossero dovute soprattutto ai loro diversi caratteri, predisposizioni e aspettative, e non erano da attribuirsi ai loro genitori, che in realtà speravano in una veloce scalata nella gerarchia sociale iscrivendosi al primo partito che capitava e corteggiando il padrino giusto. Quando ce la facevano, allora preparavano i bagagli e lasciavano la via.

Il padre di Romana era uno di quelli che avevano tentato di cancellare quel passato, così, di colpo, gli stivali, l’uniforme e il copricapo erano scomparsi, come se non fossero mai esistiti. Diventato semplice impiegato comunale, aveva continuato a svolgere un lavoro insignificante per il resto della sua vita. Se ne stava immobile allo sportello del catasto a fissare con lo sguardo vuoto i clienti ai quali rispondeva con modi più o meno garbati. La madre con l’aiuto del protettore del padre, l’ex prefetto ora in pensione, era riuscita a diventare pulitrice comunale, scopava e lavava il pavimento e le scalinate a Palazzo Costanzi. Per un po’ il padre si era vergognato di lei, del suo lavoro, ma la madre era riuscita a ribellarsi e averla vinta. Da quando poi aveva soldi propri, più volte gli aveva opposto resistenza.

Pian piano il loro tenore di vita era migliorato e avevano potuto ottenere un prestito e acquistare un appartamento in un nuovo condominio sorto in mezzo ai campi di San Giovanni. Romana era grata ai suoi genitori perché grazie a loro ora era padrona della propria casa.

Si avviò, non ce la faceva più ad attendere, cercava di immaginare che aspetto avesse ora Giovanna. Si ricordò dell’incontro di alcuni anni prima, quando avevano addirittura scambiato qualche parola. Niente di particolare, discorsi sulla salute e sui bambini. Anche lei era invecchiata, ma aveva conservato quel suo tipico sguardo vivace in cui Romana aveva notato un bagliore nuovo. Ne fu molto sorpresa, uno stupore viscerale, come se qualcosa del genere non si addicesse a una donna della sua età. Quello scintillio annunciava chiaramente l’innamoramento, ma amore per cosa, per chi? D’altronde Giovanna era ben curata, senza trucco, di un’eleganza sobria, senza invadenza. Era stata anche gentile in quell’occasione e sembrava contenta di quell’incontro.

E ora Romana cercava di prefigurarsi quale sarebbe stata la sua accoglienza.

All’imbocco della via dove aveva trascorso la sua infanzia, il passo indugiò. Iniziò a guardare le case intorno, proprio lì, all’inizio, abitava Francesco, un bambino più grande e anche un po’ più lento rispetto agli altri, motivo per cui veniva spesso escluso dai loro giochi. Sua madre si arrabbiava spesso con loro. Non lo facevano giovare perché poi lui faceva la spia e loro erano costretti a subirsi le prediche della signora Pina. Quante volte passando davanti a quella casa avevano mostrato la lingua! Adesso però tutto sembrava molto buffo, anche se quella volta sapevano che stavano facendo qualcosa che non andava. Ma Francesco era d’impaccio nei loro giochi.

C’era poi Anita.

E Sandro, con cui Romana regolarmente finiva col litigare. Aveva qualche anno più di lei. Non poteva giocare con loro perché doveva aiutare sempre la madre che era rimasta vedova.

Con Anita trascorreva ore e ore in veranda a cucire abiti per le loro bambole. Anita aveva una bambola coi capelli che Romana pettinava incessantemente finché non le era caduto anche l’ultimo capello. Avevano provato a rimediare riattaccandole i capelli, sperando che la madre di Anita non se ne accorgesse. Ad Anita quella bambola non era mai piaciuta perciò alla fine l’aveva ceduta volentieri a Romana.

Ora però la via era diversa, vi circolavano le macchine proprio come altrove, occupavano sempre più spazio, invadendo noncuranti tutta l’area riservata ai pedoni, quasi questi fossero di troppo. Alcuni edifici mostravano le loro facciate ormai esanimi, le ante chiuse suggerivano che in essi non c’era più nemmeno un bagliore di vita o perlomeno non quella di una volta. Il nucleo originale di alcune case, invece, era stato ampliato con costruzioni adiacenti. Alcuni giardini erano scomparsi e un grande condominio ora sovrastava sdegnoso tutti gli altri. La città si era impossessata di quella via una volta periferica, e avrebbe ben presto finito con l’inghiottirla del tutto.

I rumori dell’infanzia erano ormai svaniti.

Romana si ritrovò davanti alla casa di Giovanna, di fronte alla nuova porta d’ingresso attraverso cui si giungeva nel giardino che ora le sembrò più piccolo rispetto a come lo ricordava, per il resto la casa di Giovanna aveva mantenuto invariata l’immagine di una volta. Romana tirò un sospiro, guardò il nome sul campanello. No, questo nome non era giusto: Ivana Vodopivec. Evidentemente Giovanna si era trasferita.

Ciononostante, suonò il campanello, una voce chiese in italiano: Chi è?

Ansimò nella graticola: “Romana.” E la porta si aprì. Sulla soglia comparve Giovanna tutta sorridente. Entrarono in casa e attraversando il corridoio raggiunsero la cucina.

“Siedi” la invitò Giovanna. “Vuoi un caffè? Un tè?”

Romana osservava la cucina che, malgrado il nuovo mobilio, aveva mantenuto vivo il riflesso del passato.

“Volevo telefonarti, scusami, ma non ti ho trovato sull’elenco.”

“Ho cambiato nome” disse con entusiasmo Giovanna.

“Cambiato nome?” chiese con sorpresa Romana.

“Sai… prima mi chiamavo Giovanna Bevilacqua, ora invece sono Ivana Vodopivec.”

“Sì, ma ti chiamavi così da sempre…”

“No, mio padre era Ivan Vodopivec, poi furono i fascisti a cambiargli nome. Ho voluto ripristinare la forma originale del nome e del cognome.”

Romana tacque. Le sembrava inconcepibile che qualcuno dopo tanto tempo potesse riprendersi il proprio nome. Ma non voleva contraddire Giovanna, ora Ivana.

Ivana preparò il caffè, appoggiò sul tavolo due tazzine, la zuccheriera, il bricco con il latte. Versò il caffè nelle tazzine e si sedette a farle compagnia. Scrutò con curiosità il viso di Romana, sapeva che soltanto un motivo ben preciso poteva averla spinta a venir lì.

Romana si versò un po’ di latte nel caffé, rifiutò lo zucchero, mandò giù un sorso e si voltò verso la padrona di casa.

“Tu comprendi lo sloveno?”

“Che domande, certo, sono slovena” rise Ivana.

“Ho ricevuto una lettera dalla Slovenia, non so cosa vi sia scritto… sicuramente si tratta di un errore…”

“Tirala fuori, vedrai che risolveremo il mistero” disse tranquillamente Ivana.

Romana aprì la borsa e tirò fuori la lettera. La porse a Giovanna-Ivana e trepidando nell’attesa cercò di intuire dal suo viso in che guaio era incappata.

Ivana lanciò uno sguardo compiaciuto a Romana.

“Hai ereditato qualcosa…”

“Io?” chiese incredula Romana. “Da chi? Si tratta sicuramente di uno sbaglio…”

“E invece no,” ribatté Ivana scuotendo la testa “il tribunale ti avvisa che hai ereditato una casa e il relativo terreno boschivo a Kobarid, da parte di tua nonna Dora.”

“Questo è sicuramente un errore! La nonna Dora non aveva nemmeno un quattrino!”

Ivana appoggiò la lettera sul tavolo.

“Tua nonna non era di Kobarid?”

“Non so, forse, Kobarid è Caporetto in italiano?” sgranò gli occhi addosso a Giovanna-Ivana.

“Sì, gli italiani cambiarono il nome di Kobarid in Caporetto.”

“Ho visto nei suoi documenti che era nata lì, ma non so altro… Non ha mai parlato molto…”

“Invece a mia madre e a mia nonna ha raccontato molte cose…”

“Cosa?”  domandò prontamente alzando la voce, come se la nonna avesse infranto una legge non scritta che vietava di parlare agli estranei delle questioni di famiglia.

“Mah, i soliti discorsi tra adulti… Io allora ero ancora piccola, non capivo molto, più tardi però dopo la sua morte – sai che tua nonna quasi fino alla fine era venuta a trovarci –, la mamma mi aveva raccontato di quanto fosse stata dura la sorte con lei.”

“Dura… come per tutti a quei tempi” rimarcò Romana, provando quasi vergogna di non avere la più pallida idea dei fatti che riguardavano il passato di sua nonna. “Come se la nostra fosse facile!” sospirò.

“Quella volta, durante la prima guerra mondiale, quando l’Italia invase le nostre terre, gli italiani mandarono via molte famiglie confinandole in diverse città italiane. Tuo nonno era soldato austriaco e morì, se ricordo bene, subito all’inizio del conflitto.”

“Dove?”

“Nella Galizia!”

“Galizia” ripeté Romana, figurandosi di fronte a tale nome un paese lontano, quasi in capo al mondo. “E dove sarebbe?”

“È una regione divisa tra la Polonia e l’Ucraina…”

“Così lontano” disse Romana. Non sapeva nulla di questo suo nonno e ora, di fronte a Giovanna-Ivana, provò una sensazione di vuoto. Si era immaginata la nonna Dora sola da sempre, così perlomeno era solita vederla, e ora questa donna tirava in ballo un nonno di cui lei non aveva mai nemmeno sospettato l’esistenza.

“Tua nonna insieme a tua madre è stata esiliata…”

“In che anno?”

“Dopo il primo anno di guerra.”

“Mia madre è nata nel 1912…”

“Allora aveva soltanto tre anni. La mandarono a Salerno dove, insieme ad altre donne della zona del Collio, lavorò in una fabbrica di tabacco o qualcosa di simile. Quella volta nonna Dora imparò l’italiano…”

“Non lo ha mai parlato bene” ridacchiò Romana nel tentativo di smorzare la tensione.

“Raccontava che spesso si recava a pregare nella vicina chiesa affinché tornasse presto a casa e perché il suo Tone rientrasse vivo dalla guerra… Dopo la guerra, quando finalmente poté rimpatriare, scoprì che il marito era deceduto, e perciò si trasferì a Trieste. Qui viveva una sua compaesana che la aiutò a trovare lavoro presso la casa di un medico.”

“Non me ne ha mai parlato…”

“A causa di tuo padre?”

“Di mio padre?! Sì, è vero che non sono andati mai troppo d’accordo, ma…”

“Tuo padre non gradiva gli sloveni, era fascista…”

“No, mio padre non era fascista, aderì al partito per conservare il lavoro, di questo ne sono certa, me l’ha ripetuto tante volte …”

“Tu forse vedi le cose da un altro punto di vista, ma io da bambina avevo paura di lui.”

“Ma se era la persona più buona del mondo.”

“Non ne dubito, ma noi sapevamo della sua camicia nera, della sua uniforme e del fatto che se ne andasse in giro con i nostri persecutori.”

“Lui non perseguitava proprio nessuno!”

“Non so se ti rendi conto che io da bambina non potevo nemmeno parlare sloveno in strada! Che avevamo paura. Del resto…” Ivana tacque per un attimo, Romana infilò la lettera nella borsa, come nel tentativo di difendersi da essa, da quelle parole sul foglio scritte nella sede di un tribunale straniero che avevano invaso con tale violenza la sua vita.

La lettera dimostrava con chiarezza che la storia di ogni persona è sempre profondamente radicata nel passato, così che ora nessuna delle due donne poteva modificarla e su cui ognuna conservava una prospettiva diametralmente opposta.

Nonostante il disagio, Romana non poté trattenersi dal chiedere con un pizzico di ingenuità: “Cosa devo fare?”

“Scrivi o telefona, poi dovrai comunque recarti a Kobarid.”

“Da sola?”

“Prima rispondi, così il tribunale riceverà conferma della tua esistenza, poi non so… mettiti d’accordo con tua figlia…”

“Stasera chiamerò Sabrina.”

Rimasero così sedute ancora un po’, il silenzio fu benefico, ognuna assorta nei propri pensieri: Ivana a interrogarsi se era stata troppo severa, Romana invece già a immaginarsi la conversazione con la figlia.

Si congedarono.

Il viatico di Ivana: “Torna ancora a trovarmi!” nonostante il sorriso, risuonò alquanto fasullo.

Romana si avviò quasi di corsa verso casa dopo quella visita a Giovanna-Ivana, invasa dall’ansia di rinchiudersi tra le pareti di casa sua e inseguita dalla sensazione che qualcosa stesse crollando nel suo intimo, come se la sua anima si stesse sfaldando e svuotando. Incalzava tra i passanti senza rivolgere loro un benché minimo sguardo. Aprì con frenesia la porta d’ingresso andando a sbattere contro un uomo in cui le sembrò di riconoscere un inquilino del condominio. Non solo non si giustificò, ma non si volse nemmeno dopo aver udito le sue rimostranze. Doveva raggiungere quanto prima il suo appartamento. Aprì la porta con la chiave e la richiuse sbattendola immediatamente dietro a sé, appoggiandosi poi con la schiena contro, cercando di catturare l’aria a pieni polmoni.  Dal petto le uscì un rantolo prolungato come quello di un animale ferito. Poi, come in sogno, si sfilò il cappotto rifugiandosi nella poltrona del soggiorno. Tirò fuori di nuovo la lettera dalla borsa, dispiegò il foglio e lo fissò. Le lettere del cognome, a lei del tutto sconosciuto, sobbalzavano davanti ai suoi occhi: Šturm. Non poteva nemmeno pronunciarlo, figuriamoci poi se lo conosceva. Kobarid-Caporetto. Questo nome invece lo aveva sentito studiando storia…

Quante cose le aveva sciorinato Giovanna-Ivana, come se non aspettasse altro che l’occasione giusta. Lei non si era mai sposata, cosa ne sapeva della vita, di cosa significava avere un marito e un figlio? Ma non era stata a spiegarlielo. Tanto non avrebbe capito.

Tuttavia, l’eredità… la casa e la terra… Stentava a crederci. Era sempre più convinta che si trattasse di un errore. La miglior cosa sarebbe stata verificare.

Si alzò e si decise di andare a rovistare nella scatola che la mamma, verso la fine della sua vita, a volte prendeva in mano. Spesso Romana aveva pensato di gettarla, ma poi l’aveva tenuta in ricordo della madre. Non vi aveva mai nemmeno sbirciato dentro, neanche quando la madre stessa desiderava svelarle il contenuto, lei rifiutava commentando: “Che te ne fai di questi fogli vecchi!”

“No, no!” si ribellava la madre “dopo la mia morte fanne quello che vuoi.” La madre prendeva in mano con amore le vecchie fotografie ingiallite, le lettere sgualcite, le effigi di santi annerite. Tutto ciò rappresentava una parte della vita della madre che Romana non conosceva e che la mamma – così almeno sembrava – nella vecchiaia desiderava chissà perché ripercorrere e rivivere.

In quell’antica scatola di legno rovinata dal tempo, lunga circa trenta centimetri, larga venti e alta appena dieci, la nonna Dora aveva custodito tutta la sua lunga vita. Era nata a Kobarid nel lontano 1888, questo Romana l’aveva appreso dal foglio di battesimo da cui si poteva cogliere soltanto l’anno della nascita, per il resto le aguzzate lettere gotiche le sembravano come dei segni geroglifici di un’era storica ormai lontana, quando Trieste faceva ancora parte di un grande impero.

Nonna Dora non parlava molto della sua famiglia, ripeteva soltanto che allora erano molto poveri, a volte anche affamati, però puliti, vestiti ammodo e tutti molto operosi. Era il ritornello ben noto a sua figlia che attraverso i racconti lo aveva trasmesso a Romana, e che ora veniva riproposto anche dalle poche foto del tempo. Le aveva già viste, ma non le aveva mai osservate attentamente. Ora però le prendeva in mano per la prima volta con uno scopo preciso, trovare il motivo di quell’eredità inaspettata, e loro si presentavano in una luce nuova, avvolte in un’eco remota ma nel contempo vicina, come un luogo in cui cercare sostegno, aiuto…

Una casa dalla forma allungata con un gran numero di balconi, propriamente ganki, vocabolo che però Romana ignorava, un vecchietto davanti alla porta spalancata della stalla che impugnava una forca, alcuni bambini, un maschio e due femminucce dai capelli scompigliati. Una di loro era nonna Dora, la riconobbe dagli occhi, da quel suo sguardo ribelle fisso nell’obiettivo. Nonna Dora era solita fissare la gente negli occhi, costringendo più di qualcuno ad abbassare lo sguardo di fronte a lei. Romana si chiedeva chi poteva essere andato con la macchina fotografica in quei posti sconosciuti che le sembravano talmente lontani, quasi situati su un altro continente.

La fotografia seguente ritraeva due coppie in un giardino, forse anche un frutteto. Una delle due donne era seduta, l’altra invece stava in piedi vicino a due uomini. Le donne indossavano abiti scuri, quella in piedi portava sopra l’abito un grembiule e in testa un fazzoletto allacciato dietro la nuca. Quella seduta invece aveva la testa scoperta, i capelli raccolti in uno chignon impossibile da vedere nella foto. Gli uomini indossavano entrambi abiti scuri, con camicie bianche e cravatte, in testa portavano invece il berretto con il frontino. Dalle fotografie trapelava il loro disagio, probabilmente non erano molte le occasioni in cui si vestivano di tutto punto. In che legame erano con la nonna Dora? Cercava qualche somiglianza nei lineamenti, forse la donna seduta era la madre di Dora, dunque sua bisnonna, quella in piedi invece la zia e i due uomini, vista l’età, potevano essere i fratelli della nonna.

Romana non ricordava di aver mai visitato il suo luogo natio.

C’erano poi alcune lettere in lingua slovena. Le srotolò cercando di individuare in esse almeno qualche nome. Alcune portavano la data: 1925, 1930, 1955, 1958…, altre invece ne erano prive.  Chissà quali messaggi le comunicavano i suoi parenti? L’imperscrutabile scrittura straniera la turbò, sebbene fossero state poche le volte in cui si erano ricordati di lei. E proprio per questo motivo lei ora era all’oscuro di tutto, non sapeva nemmeno da chi poteva aver ereditato quella proprietà.

Era confusa e arrabbiata, perché non l’avevano mai messa a conoscenza delle questioni familiari, degli eventi che avevano determinato la sorte della sua famiglia. Si rendeva conto di quest’enorme lacuna che non sapeva e non poteva colmare in nessun modo.

Sua madre aveva due zii dei quali non le aveva mai parlato. Perché la nonna Dora se n’era andata dal suo luogo natio? Com’era arrivata a Trieste?

La foto nuziale, la nonna Dora con il nonno, qual era il suo nome? Non conosceva nemmeno questo, soltanto ora si rese conto che la storia di nonna Dora era stata sottaciuta come un argomento scottante che poteva costituire motivo di vergogna. Della famiglia paterna, della nonna Regina e del nonno Attilio, dei fratelli del padre, di tutti loro sapeva molto di più. Il padre gliene aveva parlato frequentemente. Perché invece la mamma si ostinava a tacere a proposito dei suoi parenti?

Ritornò alla fotografia. La nonna Dora e suo marito ben ritti in piedi, sullo sfondo una scalinata appena distinguibile con una colonna sulla quale era scolpita una donna nuda. Lei portava un completo, un abito lungo a campana e un farsetto con il colletto di velluto. La camicia bianca aveva dei sottili rilievi orizzontali e un colletto duro aderente al collo, al di sotto, invece, si poteva intravedere un nastro più scuro, forse una catenina. Lui, il nonno, indossava un abito scuro con il panciotto, la giacca semichiusa, la camicia e una cravatta bianca, nell’asola aveva infilato un fiore bianco, nelle mani stringeva il cappello. La nonna lo teneva sottobraccio. Romana studiò a lungo la sua faccia, la sua fronte alta, il naso dritto, le labbra sottili, sopra le quali si inarcavano i baffi le cui punte erano appena appena incurvate all’insù. Il suo sguardo, malgrado fosse immobile, le sembrò benevolo, addirittura un po’ timoroso.

Abbandonò per un attimo le fotografie e si recò in bagno avvicinandosi allo specchio. Cercò di individuare sulla sua faccia qualche traccia dell’uomo nella foto. Non ci riuscì, allora corse in camera, dove teneva la foto della madre. Era stata sua madre ad aver ereditato quello sguardo languido del padre, sguardo che tante volte Romana aveva visto piegarsi di fronte alle urla del marito.

Romana tolse la foto della madre dalla parete e la portò con sé nel soggiorno piazzandola vicino all’altra foto: davanti ai suoi occhi la madre apparve in una nuova immagine, iniziò a interrogarsi come sarebbero state diverse le cose se soltanto suo padre, il marito di Dora, non fosse morto.

In quel caso forse Romana non sarebbe nemmeno nata?

Di fronte a tale domanda trasalì, come se avesse toccato un argomento profondo, ben più complesso, che varcava i limiti delle vicende familiari e dei suoi membri.

Il nonno era deceduto durante la prima guerra mondiale. Che fosse stato soldato lo testimoniava la foto in divisa con il fucile in pugno e la baionetta infilata nella cintura. Lo sfondo scelto per la foto era un fittizio paesaggio montano, lo sguardo languido del nonno era in netto contrasto con le armi che impugnava, lui infatti ripudiava del tutto la guerra. Sul retro della fotografia, che in realtà era una cartolina postale, vi aveva scritto qualcosa con la matita copiativa. Poté decifrare il nome del destinatario e la firma: Tone; la data: 10 ottobre 1914; il luogo: Galizia.

Le sue conoscenze sui fatti della prima guerra mondiale si limitavano a ciò che le avevano insegnato a scuola, l’eroismo dei soldati italiani, la vittoria italiana, non sapeva nulla di ciò che succedeva dall’altra parte. Non sapeva nemmeno dove fosse questo luogo, la Galizia, dove era morto suo nonno, e glielo aveva dovuto dire Giovanna-Ivana.

Frugò nella scatola ed estrasse un foglio orlato di nero, scritto in tedesco, su cui si poteva distinguere soltanto il nome: Tone Šturm. Data: novembre 1915. Avviso dell’avvenuto decesso. Lo aveva dedotto dal bordo nero e non sicuramente dalle parole che per Romana erano più oscure che mai.

Cercò di immaginare nonna Dora, il suo sconforto, la sua disperazione. Sua madre allora aveva tre anni, sapeva di aver perso il padre?

Rimase sgomenta di fronte alla fotografia che raffigurava una casa in rovina, davanti ad essa un gruppo di persone, tra cui sua nonna Dora con in braccio la bambina. Un uomo anziano spingeva davanti a sé un carretto a due ruote, su di esso un paio di fagotti. Tutti sembravano come ingobbiti, lo sguardo impaurito rivolto verso terra, dietro a loro, invece, l’orrore della distruzione. Sul retro una data: Collio, maggio 1915.

La foto successiva ritraeva un gruppo di donne e bambini davanti a un edifico dalla forma allungata con grandi finestre, assomigliava a una fabbrica. Al margine, un uomo ritto in piedi e ben vestito che sorrideva vanitoso all’obiettivo, vicino a lui perlopiù giovani donne, ad eccezione di qualche vecchietta, tra i bambini Romana riconobbe sua madre, che allora aveva all’incirca cinque anni. Poi cercò la nonna Dora. Stava eretta, ma lo sguardo rivolto di lato celava in parte la sua faccia, come se si vergognasse di qualcosa. Sul retro una scritta: Nocera Inferiore Salerno, 1918.

Si ricordò dei racconti della conoscente Giovanna-Ivana…

La mamma le aveva menzionato spesso che aveva iniziato a frequentare la prima elementare a Salerno, ma di più non aveva voluto dire. Romana non aveva insistito. Non ne aveva motivo.

L’ultima foto risaliva alla cresima. C’era sua madre col vestito bianco, con una ghirlanda di fiori bianchi in testa, vicino a lei la nonna Dora e una signora, che Romana conosceva di vista, perché aveva spesso fatto visita alla nonna, solo che nella foto anche lei era ancora giovane. La nonna osservava sua figlia con visibile adorazione, da tutti i suoi lineamenti trasparivano l’amore e l’orgoglio materno. Solo allora Romana si rese conto di quanto fosse stata bella sua madre. Qui doveva avere circa dodici anni, era ancora una fanciulla. La sua faccia irradiava fiducia e speranza e i suoi occhi uno stato di attesa, sottolineato anche dalla sua boccuccia semiaperta, come in segno di enorme meraviglia.

Singhiozzò all’improvviso, nemmeno lei sapeva cosa l’avesse colpita in quel modo. Forse la prova di un profondo legame tra madre e figlia, che lei stessa aveva potuto constatare in varie occasioni, di un tacito sostegno reciproco che si esprimeva soltanto attraverso gli sguardi. Ogni volta che il padre alzava la voce con nonna Dora, loro si scambiavano un’occhiata impercettibile agli altri, resisti!, questo era il messaggio che i loro occhi si trasmettevano reciprocamente. Resisti!

Questo profondo vincolo poteva essere nato negli anni tra l’inizio e la fine della prima guerra, di cui lei sapeva ben poco, ignorava dove e come fossero vissute, il perché vivessero così lontane da casa. E la loro casa, dov’era?

La vita di nonna Dora era iniziata a Kobarid, proprio nella casa con il ballatoio, in una famiglia di contadini. La fattoria non era grande, qualche campo e alcuni capi di bestiame nella stalla. Aveva due fratelli maggiori e una sorella minore, due sorelline erano morte ancora prima che lei nascesse, niente di straordinario per l’epoca. All’età di sedici anni, la mandarono a prestar servizio a Gorizia presso una famiglia di avvocati. Doveva badare ai bambini, la padrona di casa era buona con lei, mentre l’anziana domestica non si faceva sfuggire occasione per inveire su di lei, temeva infatti che Dora le sottraesse il suo posto e di conseguenza anche il suo ruolo.

A causa della vecchia Marjeta, Dora aveva spesso cercato conforto presso la madre, commiserandosi e supplicandola di poter far ritorno a casa. Ma la madre su questo era irremovibile, a casa sarebbe potuto rimanere soltanto uno dei figli, il figlio maggiore. Altrimenti, quale giovane avrebbe mai avuto il coraggio di venire in una casa con tante bocche da sfamare? L’altro figlio era partito per Graz per imparare il mestiere di maniscalco. Alla più piccola, invece, avrebbero trovato un marito. Tutto questo Dora lo sapeva benissimo. Ciò che cercava era soltanto un po’ di consolazione, però in cambio riceveva rimproveri e dinieghi. Inoltre, la madre si era anche impossessata dei pochi soldi guadagnati, dicendole che, comunque, lì non le mancava proprio niente. La padrona, oltre al cibo e un tetto sicuro sopra la testa, le comperava ogni anno anche un vestito nuovo.

Aveva prestato servizio in quella casa per quattro anni, quando il futuro sposo era arrivato bussando proprio a quella porta. La famiglia dell’avvocato Gruden di solito comperava le patate, le cipolle e i sanguinacci da un contadino del vicino Collio. Tutte queste bontà giungevano a casa loro per mezzo di Tone, a cui Dora era piaciuta fin dal primo incontro.

I due si erano sposati e Dora si era trasferita in un paese sotto il Sabotino, dove aveva iniziato a occuparsi della fattoria. Suo marito Tone era il maggiore dei tre figli ed era dunque il legittimo erede della fattoria dopo la morte dei genitori, i due fratelli minori erano comunque già partiti da casa. Uno era diventato calzolaio a Gorizia, l’altro bottaio a Trieste. La sorella maggiore Fani, invece, abitava ancora in casa, ma subito dopo il matrimonio si trasferì a Trieste, come se Dora l’avesse cacciata. Andava abbastanza d’accordo con l’autoritaria suocera Minka, era abituata ad obbedire. Il suocero era un gran lavoratore, buono come un pezzo di pane, a cui la moglie comandava di continuo.

Quando Dora diede alla luce Marija, la suocera Minka si era raddolcita con lei e aveva iniziato a viziare troppo la bambina, fatto che faceva esasperare Dora. Il suocero non faceva altro che ascoltare se la piccola piangeva e, al minimo singhiozzo, se si trovava nei paraggi, la toglieva dalla cesta.

La seconda gravidanza era stata più difficile della prima e il neonato, un maschio, era piuttosto gracile. L’immensa dedizione di Dora non era bastata a salvarla, il piccolo Ivanček spirò tra le sue braccia a pochi mesi di vita. Questo accadeva nell’anno in cui a Sarajevo il giovane serbo Gavrilo Princip sparò all’arciduca Ferdinando e alla sua consorte.

La prima guerra mondiale, all’inizio, non toccò più di tanto gli abitanti del Collio, visto che vivevano al confine con gli alleati italiani. Si sentivano sicuri, fino al 24 maggio 1915, quando l’Italia dichiarò guerra all’Impero austro-ungarico. Tone fu richiamato già nel 1914 e costretto a recarsi sul fronte nella Galizia, da dove non sarebbe mai più tornato. Anche i fratelli di Tone dovettero indossare la divisa. Nella fattoria erano rimasti Dora, la suocera, la piccola Marija e il suocero.

Dora attendeva con ansia le lettere di Tone che, seppure brevi, almeno attestavano che era ancora vivo. Nel frattempo il suocero si era ammalato, l’assenza dei suoi tre figli gli toglieva le forze e minava la sua salute. Dora e la suocera cercavano in tutti i modi di portare avanti il lavoro svolto di solito da braccia maschili. Quell’anno, nella primavera del 1915, il suocero si era infuriato con loro perché la vigna non era ancora dissodata, mentre il suo sguardo triste osservava le viti che rimpiangevano le sue mani forti.

Alla fine di maggio erano sopraggiunti in paese gli italiani, e allora la guerra era diventata visibile e tangibile anche per loro, nonostante i militari italiani dapprima avessero cercato di conquistare la fiducia della popolazione locale. I combattimenti sui monti Sabotino, Oslavia e Calvario sembravano ancora abbastanza lontani dal paese ma, in ottobre, la guerra con i carri armati e le granate alla fine raggiunse anche il paese di Dora. Dora avrebbe preferito fuggire con la sua piccola Marija a Gorizia o a Trieste, forse l’avrebbe accolta la famiglia dell’avvocato dove era andata a servizio prima del matrimonio, ma non aveva il coraggio di abbandonare la casa, e inoltre pensava continuamente a Tone. Cosa avrebbe detto quando sarebbe tornato e non l’avrebbe trovata lì ad attenderlo? Anche i due vecchi le facevano pena. Si erano incurvati, rinchiusi in se stessi, addirittura la suocera, la ferrea suocera, da un giorno all’altro era invecchiata vistosamente, sembrava del tutto rattrappita.

Poi, non ci fu più niente a cui pensare. Una granata aveva colpito la stalla. Il suocero aveva voluto in tutti i modi salvare le bestie, ma alla prima era seguita una seconda bomba e lui, intrappolato tra le fiamme, era bruciato senza che nessuno avesse potuto aiutarlo. Nella casa una parte del tetto era crollata e loro due, impotenti, non potevano far altro che assistere a quell’orrore che si era abbattuto con tale impeto su di loro.

Non erano le uniche a piangere la morte di qualche caro, il giorno dopo i soldati ammucchiavano  cadaveri uno sopra l’altro e li seppellivano nella fossa comune. Tanti erano stati anche i feriti, rare invece erano le case rimaste intatte.

All’inizio di novembre gli italiani avevano caricato i sopravissuti sui camion e li avevano trasportati a Udine. Da qui, dopo averli sistemati nei vagoni bestiame, li avevano spediti fino in sud Italia passando per Bologna, Firenze e Roma. In più di qualche stazione furono accolti dalla gente con imprecazioni e insulti, e accusati di essere nemici e traditori dell’Italia. Il loro incerto viaggio alla fine si era concluso a pochi chilometri da Salerno, dove furono sistemati in un vecchio maniero abbandonato.

All’inizio gli abitanti li trattavano come fossero dei barbari, attenendosi a quanto avevano letto di loro sul giornale. In seguito i rapporti erano migliorati. Ogni famiglia riceveva settanta centesimi al giorno che però non bastavano per tirare avanti. Dora si era trovata un impiego nella vicina fabbrica di tabacco, nel frattempo la suocera si occupava di Marija. Ma la lontananza da casa consumava e debilitava di giorno in giorno la povera donna. Era morta nel secondo anno del loro esilio. Da allora in poi Marija veniva affidata alle gentili vecchiette che ormai erano troppo sfibrate per lavorare, volevano molto bene alla bimba e la viziavano ognuna secondo le proprie possibilità. Dora rincasava stanca, si distendeva con la figlioletta sul materasso e a suon di bisbigli le descriveva il suo lontano paese nativo, le raccontava del padre, risvegliando così in sé i bei ricordi che le davano la forza per poter sopportare la miseria dell’esilio.

La guerra era finita, gli esuli del sud Italia però non avevano ancora ottenuto il permesso di poter rimpatriare. Dora era angosciata per la sorte del marito, dei due fratelli del marito e dei parenti di Kobarid. Inoltre i suoi due fratelli erano ancora vivi? E sua madre e suo padre come stavano?

Marija intanto aveva iniziato a frequentare la scuola. Siccome non sapeva bene l’italiano, faticava a tenere il passo degli altri alunni e i compagni la deridevano. Il maestro era stato il primo di una lunga serie di persone le quali la convinsero che lo studio non era adatto a lei.  Questa convinzione l’avrebbe ostacolata anche in futuro impedendole di alzare la testa e di aumentare così, almeno un poco, la fiducia in se stessa.

Dopo quasi cinque anni Dora e Marija erano tornate a casa, era l’autunno del 1920. Erano arrivate in treno fino a Gorizia, da qui poi avevano proseguito il viaggio su un camion militare fino al paese nativo che Dora ora stentava a riconoscere. Era tutto un cumulo di macerie, compresa la fattoria, andata anch’essa distrutta.

Dora aveva scoperto che Tone era caduto in guerra, che uno dei suoi fratelli era ancora prigioniero dei russi, l’altro invece era tornato a casa mutilato. Quest’ultimo aveva deciso di rimanere lì e tentare di aggiustare alla meno peggio la casa. Cos’altro poteva fare, chi mai avrebbe assunto un invalido?

Lui non le aveva proposto di rimanere, inoltre Dora pensava che in seguito alla morte del marito lei non potesse avanzare alcun diritto sulla casa, perciò aveva deciso, seppure a malincuore, di recarsi a Trieste da Fani per implorarle un aiuto. Se solo avesse potuto darle una mano a trovare un impiego!

Fani non l’aveva accolta a braccia aperte e anche suo marito Salvatore, commerciante e proprietario di un negozio di stoffe, non vide di buon occhio il loro arrivo. Non è eccessivo dire che Fani aveva in un certo senso goduto della disgrazia della cognata la quale sarebbe dovuta diventare  proprietaria della sua casa nativa. Quando Fani aveva deciso di partire per Trieste la gente del paese, scandalizzata, le aveva predetto che sarebbe andata incontro a una vita scostumata e viziosa. Lei, invece, aveva contratto un buon matrimonio, suo marito, che proveniva dall’estremità meridionale dello stivale italiano, aveva saputo approfittare della guerra e ora lei era una vera signora con tutto ciò che questo comportava. Era vero che era più anziano di lei, ma questo a volte si dimostrava pure un vantaggio. Perciò, in un primo momento, aveva accolto in casa con generosità Dora e la piccola che erano state ben felici di un letto pulito e del cibo casereccio. Ma già dopo pochi giorni la magnanimità iniziale era venuta meno, e benché Dora fin dall’inizio avesse precisato che era giunta lì in cerca di lavoro e che era pronta a svolgere qualsiasi mansione, Fani le aveva comunque rinfacciato l’aiuto offertole chiedendole se aveva intenzione di continuare a vivere ancora per molto a spese loro. Lei non avrebbe potuto giustificare in nessun modo un comportamento simile davanti a suo marito, ma visto che era una persona buona, le aveva trovato un posto di domestica presso la famiglia di un medico. Dora ne era stata molto contenta e già il giorno dopo, con la figlia, aveva bussato alla porta del dottor Bentivoglio, la cui moglie riservò loro una bella accoglienza. Per due o tre giorni Dora non faceva altro che ringraziare la cognata per averle trovato un posto di lavoro così buono, ma poi la moglie del dottore aveva avanzato alcune condizioni: Dora era brava e ordinata, ma se voleva mantenere il posto, la bambina se ne sarebbe dovuta andare da quella casa. La informò che in città c’era un istituto dove accoglievano bambini che vivevano in situazioni come quella e si prendevano molta cura di loro. Comunque l’avrebbe potuta visitare nei giorni liberi. La signora aveva già pensato a tutto, lei doveva soltanto portare lì la bambina.

E così madre e figlia furono costrette a separarsi, Marija, ora definitivamente Maria, era diventata una delle tante orfane che avevano trovato rifugio sotto quel tetto comune. In quel periodo del dopoguerra molti bambini avevano perso i genitori, molte mogli erano rimaste vedove e tutti dovevano affrontare la vita così com’era, sperando che il futuro sarebbe stato migliore.

Questa speranza palpitava forte anche in Dora e durante i brevi incontri con la figlia cercava di trasmetterla pure a lei attraverso i ricordi del Collio, della casa, che le due si scambiavano sussurrando nella lingua materna e ammutolendo ogniqualvolta qualcuno si avvicinava.

La loro lingua era dunque diventata sinonimo di ricordo e speranza, e avevano continuato a parlarla sempre con timore fino alla fine dei loro giorni.

Romana non poteva sapere e nemmeno immaginare tutti questi fatti, per capire avrebbe dovuto entrare nel mondo della nonna e della madre o perlomeno dischiudere leggermente la porta che conduceva in quell’universo. Quella porta, invece, era rimasta saldamente chiusa sia per volontà altrui che per paura.

E ora non poteva, semplicemente con quelle poche foto, ricostruire il mosaico di una vita intera, quella di sua nonna.

Nella scatola c’era ancora qualche ritratto ed alcune effigi sacre, segni di una certa devozione che le giungeva ugualmente estranea.

Stanca, quasi irritata, richiuse la scatola constatando che era quasi mezzogiorno e che lei non aveva ancora pranzato. Svogliatamente preparò un po’ di riso che condì con del tonno in scatola. Doveva stare attenta al livello del colesterolo e a cose simili, e inoltre questa sua pancia, che continuava a gonfiarsi indipendentemente dal tipo di cibo che assumeva.

Aveva ancora tempo per un riposino, prima che la sua telenovela preferita iniziasse.

Dal dormiveglia la svegliò lo squillo del telefono. Si alzò dal letto inebetita, vagando poi per il soggiorno, dove raggiunse la cornetta.

“Meno male che l’ho trovata” pronunciò la voce gentile della professoressa Mattioli.

“Mi sono distesa un attimo” disse Romana.

“Mi scusi… Potrebbe venire dalla mamma domani?”

“A che ora?”

“Quando vuole. Forse alle nove, se per lei va bene.”

“Ma certo” rispose.

Ecco, non poteva nemmeno distendersi, che già la chiamavano. La telenovela – si ricordò provando quasi gratitudine per la professoressa Mattioli che l’aveva svegliata. Aveva ancora tempo per bersi un caffè, non lo prendeva ogni giorno, ma oggi ne aveva proprio voglia.

E così si sedette davanti al televisore, davanti a lei il caffè fumante e Iris sempre lì immobile sulla sponda dell’impetuoso fiume. Più persisteva in quella posizione e più cresceva in Romana la tensione… Ma allora ecco arrivare uno sconosciuto, un personaggio nuovo, Romana non lo aveva mai visto prima d’ora in nessuna delle puntate precedenti. Cinse la ragazza in vita e lei scoppiò a piangere sulla sua spalla.

L’uomo si rivelò essere un parroco che conosceva Jose e che voleva salvare Iris da quell’errore fatale. Iris gli confidò di essere incinta. Le promise che al bambino avrebbe pensato lui, e le suggerì di tornare e rimanere a casa sua fino alla nascita del piccolo. Così avrebbe evitato un sacco di maldicenze.

Intanto Bety era partita con i soldi di Alvaro. Alvaro poi incontrò Iris e, vedendola talmente  disperata, fu preso da compassione infinita. Decise di aiutarla.

Bene, staremo a vedere se deciderà di tenere il bambino. Però, avrebbe potuto sposare Alvaro. Era bello, gentile, tenero, pensava tra sé e sé Romana.

Si mise a stirare, le immagini televisive la aiutavano a scacciare i suoi lugubri pensieri. Ma la notte, la lunga desolata notte di novembre, iniziò a tessere intorno a lei un velo di inquietudine. Depose il ferro da stiro, piegò gli indumenti stirati e li sistemò nei cassetti, mentre l’angoscia continuava a seguirla passo dopo passo come un filo invisibile.

Durante il telegiornale mangiò il suo abituale yogurt: sembrava che ad ogni cucchiaiata ingoiasse anche qualche notizia di guerra, di un incidente, di un omicidio. Accompagnava il tutto annuendo al conduttore del telegiornale e sfogando con brevi commenti la sua amarezza e disillusione di fronte all’assurdo ordinamento del mondo. Se qualcuno, in quei momenti, le avesse chiesto di chiarire i suoi commenti, lei lo avrebbe guardato sbigottita visto che non possedeva una sua vera visione e interpretazione dei fatti, ma accettava semplicemente le immagini e le parole commentandole senza cognizione di causa, giusto per alleviare la sua solitudine. A volte aveva l’impressione di non appartenere a quest’epoca, e di fronte alla valanga dei fatti e delle notizie catastrofiche che si susseguivano giorno dopo giorno, era in un certo modo felice di questo suo distacco.

Per fortuna alle notizie seguiva una trasmissione musicale. Più che le canzoni a lei interessavano le acconciature dei partecipanti, meditava come facevano a far stare così ritti i capelli e prima di addormentarsi l’ultimo suo pensiero era immaginarsi di pettinare una delle sue clienti in quel modo, il che la rendeva di buon umore.

Non telefonò a Sabrina, come avrebbe dovuto secondo i programmi della mattina, non perché l’avesse dimenticato, ma per paura che la figlia potesse cogliere lo stato confusionale e di sbigottimento in cui si trovava. Rinviò perciò al giorno seguente il colloquio con la figlia.

Si distese ma non riuscì a prendere sonno. Continuavano a visitarla le facce insistenti viste in fotografia, fluttuavano nella sua mente esausta, come se reclamassero di venir riconosciute e accettate nella sua coscienza.

la parrucchiera

Da: Parrucchiera. Una storia triestina. Traduzione di Alessandra Foraus, Mladika, Trieste 2009.

 


Četrtek

 

Tisto jutro po prejetju pisma se je Romana zbudila zgodaj, vsakodnevni obred umivanja in oblačenja je opravljala bolj živčno, lahko bi rekli trzajoče. S prihajajočim dnevom je čutila vse večjo težo, ki ni bila samo teža pisma, ampak teža življenja samega, nejasna grožnja iz preteklosti.

Ob jutranji kavi je premišljevala, kdaj naj bi bil najbolj primeren čas za obisk pri prijateljici, bolj znanki iz otroških let. Že dolgo je ni videla, mama jo je včasih omenjala.

Nenadoma se je Romana znašla pred uganko, koliko se je Giovanna sploh spominja. Skušala se je spomniti drobne deklice s kitami, ki je s starši in nonoti živela v večji hiši z vrtom. Nona Dora je zahajala k njim in tudi mama. Le bolj poredko. Romana je nekajkrat spremljala nono, dali so ji nekaj zelenjave in takrat je začutila, da je bila nona drugačna. Z Giovannino nono sta se pogovarjali v njej nerazumljivem jeziku, nona je vsa oživela, obenem pa je na njenem obrazu zasledila senco strahu, opreznosti.

Tudi pri Giovanni je bilo zaslediti določeno opreznost. Čeprav je bila zelo živahna, se z njimi ni pogovarjala tako, kot so se sami med seboj. Nikoli ni govorila o šoli, o učiteljih, o nalogah ali o sošolkah. Njen svet je bil strogo ločen od sveta otrok, ki so se podili po ulici. Ne Romana ne drugi se niso nikoli vprašali, zakaj je tako. Če se je Giovanna pridružila njihovi igri, so jo sprejeli, nihče pa je ni iskal ali vabil. Sama je postavila ločnico med samo in njimi. Tako se je vsaj zdelo Romani, vendar se takrat o čem takem ni spraševala, bili so otroci.

Romana se seveda takrat ni zavedala, da so Giovanna in njena družina drugače doživljali tisto, kar je bila zdaj že preteklost, starši drugih, italijanskih otrok pa so se izogibali pogovoru o preteklosti, kot bi se bali, da bi kaj neprijetnega prilezlo na plan in bi umazalo podobo, ki so jo tako skrbno zlepili in prebarvali. Nihče od njih ni bil vsaj v tistih prvih povojnih letih bogat, nihče ni izstopal. Šele kasneje so se začeli razlikovati med seboj, najprej starši potem otroci. Vendar ti so že zrasli in mislili so, da razlike izvirajo bolj iz njihovih značajev, nagnjenj in pričakovanj kot pa od staršev, ki so skušali lesti po socialni lestvici navzgor tako, da so se vpisali v pravo stranko, se prilizovali pravemu botru. Ko jim je to uspelo, so zapustili ulico in odšli.

Tudi Romanin oče je v tistih časih skušal zabrisati svojo preteklost, škornji, uniforma, pokrivalo s cofom so izginili, kot da vsega tega nikoli ni bilo. Kot občinski uslužbenec je še vedno opravljal nepomembno delo nižjega uradnika. Ždel je tam za svojim okencem na katastrskem uradu in bolj ali manj prijazno odgovarjal strankam.

Mama se je s pomočjo očetovega zaščitnika, nekdanjega prefekta zdaj že v pokoju, dobila službo snažilke prav tako na občini in je pometala in pomivala tla in stopnišča v palači Costanzi. Očeta je bilo nekaj časa sram, da je njegova žena snažilka, vendar se mu je mama uprla. Odkar je imela svoj denar, se mu je večkrat postavila po robu.

Počasi, počasi se jim je standard izboljšal, lahko sta najela posojilo in kupila stanovanje v novem bloku, ki je zrasel na enem izmed svetoivanskih vrtov. Romana jima je bila hvaležna, da je sedaj lahko živela v njem in bila gospodarica svojega doma.

Odpravila se je, ni več strpela. Skušala je ugibati, kakšna je Giovanna zdaj. Spomnila se je srečanja pred nekaj leti, takrat sta se celo nekaj malega pogovarjali. Nič posebnega, o zdravju, otrocih.Tudi ona se je postarala, ohranila pa je svoj živahni pogled, v katerem je Romana opazila nov lesk. To jo je takrat začudilo, kar začrvičilo jo je v drobovju, kot da se kaj takega ne bi spodobilo ženski Giovanninih let. Lesk v njenih očeh je oznanjal zaljubljenost, toda v kaj, v koga? Drugače je bila Giovanna urejena, brez šminke, lepo, nevpadljivo. Bila je tudi prijazna in razveselila se je srečanja z njo.

Iz zdaj, se je spraševala Romana, kako jo bo sprejela.

Na začetku ulice njenega otroštva ji je rahlo zastal korak. Začela se je ozirati po hišah, prav na začetku je stanoval Francesco, ki je starejši in nekoliko bolj počasen, zato so ga vedno odganjali. Njegova mama se je jezila nanje. Niso ga marali, ker jih je vedno zatožil in potem so morali prenašati dolge govorance gospe Pine. Kolikokrat, ko so šli mimo hiše, so proti njenim oknom pokazali jezik Kako smešno je bilo danes vse to, vendar so se takrat zavedali, da ne delajo prav. Ampak Francesco jih je oviral pri igri.

In potem je bila tu Anita.

In Sandro, s katerim se je Romana vedno kregala. Bil je malo starejši od nje. Ni smel se igrati z njimi, ker je moral vedno pomagati mami, ki je bila vdova.

Z Anito sta ure in ure prečepeli na njihovi verandi in šivali za punčke. Anita je imela punčko z lasmi in Romana jo je kar naprej česala, dokler ji niso vsi lasje izpadli. Da ne bi Anitina mama opazila, sta ji lase ponovno prilepili. Anita tiste punčke ni imela rada, zato jo je prepustila Romani.

Toda zdaj je bila ulica drugačna, po njej so vozili avtomobili prav tako kot drugod, se umikali drug drugemu, za ljudi skoraj ni bilo prostora, kot da bi bili odveč. Nekaj hiš je kazalo svoja mrtva pročelja, zaprte oknice so opozarjale, da v njih ni več življenja ali ne vsaj takšnega, kot je bilo nekoč. Nekatere hiše pa so dobile prizidke, ki so prerasli prvotno domovanje. Nekaj vrtov je izginilo, visoka stolpnica je prezirljivo štrlela nad vsemi. Mesto se je že zdavnaj polastilo ulice na obrobju in prav kmalu jo bo povsem pogoltnilo.

Zvoki otroštva so utihnili.

Romana se je znašla pred Giovannino hišo, nova vhodna vrata so zapirala dvorišče, ki se je zdelo Romani zdaj manjše, drugače pa je Giovannina hiša ohranila enak videz kot v starih časih. Romana si je oddahnila, potem je pogledala na ime, napisano pri zvoncu. Ne, to ni pravo ime: Ivana Vodopivec. Očitno se je Giovanna odselila. Kljub temu je pritisnila na tipko, iz hiše se je oglasil znan glas v italijanščini: Kdo je ?

Dahnila je v rešetko : »Romana.« in vrata so se odprla. Na pragu se je pokazala nasmejana Giovanna. Potem sta stopili v hišo, po hodniku v kuhinjo.

»Sedi,« jo je povabila Giovanna. »Boš kavo? Čaj?«

Romana si je ogledovala kuhinjo, ki je kljub drugačnemu pohištvu ohranila nadih preteklosti.

»Hotela sem ti telefonirati, oprosti, vendar te nisem našla v imeniku.«

»Spremenila sem ime,« je vedro rekla Giovanna.

»Spremenila?« se je začudila Romana.

»Veš … prej sem se pisala Giovanna Bevilacqua, zdaj pa sem Ivana Vodopivec.«

»Ampak vedno si se tako pisala…«

»Ne, ne, moj oče je bil Ivan Vodopivec, fašisti so mu spremenili ime in priimek. Hotela sem prvotno ime in prvotni priimek.«

Romana je molčala, zdelo se ji je nedoumljivo, da si nekdo po tolikem času privzame novo ime. Vendar ni hotela ugovarjati Giovanni, zdaj Ivani.

Ivana je skuhala kavo, položila na mizo dve skodelici, sladkornico, vrček z mlekom. Nalila kavo v skodelici in sedla. Radovedno se je zazrla Romani v obraz, saj je vedela, da je Romana gotovo prišla z določenim namenom.

Romana si je nalila malo mleka v kavo, odklonila sladkor, naredila požirek in se zazrla v svojo gostiteljico.

 »Ti razumeš slovensko?«

»Seveda, saj sem Slovenka,« se je zasmejala Ivana.

»Pismo sem dobila iz Slovenije, ne vem, kaj piše v njem … gotovo je pomota …«

»Kar sem z njim, bova že razvozlali,« je veselo rekla Ivana.

Romana je odprla torbico ter iz nje vzela pismo. Pomolila ga je Giovanni-Ivani,

potem se je v pričakovanju zazrla vanjo ter skušala z njenega obraza razbrati, kaj jo bo doletelo.

Ivana je veselo pogledala Romano.

»Nekaj si podedovala …«

»Jaz,« se je čudila Romana, » od koga? Gotovo gre za pomoto …«

»Ne, ne,« je zmajala z glavo Ivana,« sodišče ti sporoča, da si podedovala v Kobaridu hišo in nekaj gozda po svoji noni Dori.«

 »To je pomota! Nona Dora ni imela ničesar.«

Ivana je pismo položila na mizo.

»Ali ni bila tvoja nona iz Kobarida?«

»Ne vem, mogoče, Kobarid je Caporetto?« se je zazrla v Giovanno-Ivano.

»Res je, Kobarid so Italijani preimenovali v Caporetto.«

»Videla sem v njenih dokumentih, da je bila tam rojena, kaj več pa ne vem … Nikoli ni dosti govorila …«

»Moji mami in moji noni je večkrat pripovedovala…«

»O čem?« je z nekoliko višjim glasom vprašala Romana, kot da je nona prekršila nenapisano pravilo, da se tujcem ne pripoveduje o družinskih zadevah.

»Saj veš, o čem se pogovarjajo odrasli … Takrat sem bila majhna, nisem razumela vsega, kasneje ko je tvoja nona Dora umrla – skoraj do zadnjega nas je obiskovala- mi je mama pravila, kako težko življenje je imela.«

»Težko … kot vsi takrat,« je pripomnila Romana, sram jo je bilo, da ni vedela ničesar o svoji noni. »Kakor da naše ni težko!« je zavzdihnila.

»Takrat med prvo svetovno vojno, ko je Italija zasedla njene kraje, so Italijani veliko družin evakuirali in jih poslali v različna italijanska mesta. Tvoj nono je bil vojak v avstrijski vojski in je padel, mislim, da takoj na začetku vojne.«

»Kje?«

»V Galiciji!«

»Galicija,« je ponovila Romana, neznano ime je izzvalo v njej podobo daljne dežele, nekje na koncu sveta. »In kje je to?«

»To je pokrajina, ki pripada delno Poljski, delno Ukrajini …«

»Tako daleč,« je rekla Romana. O tem svojem nonotu ni vedela ničesar in zdaj pred Giovanno-Ivano je začutila nekakšno praznino. Nono Doro si je zamišljala vedno samo, kot jo je bila vajena videti, odkar je pomnila, zdaj pa ji ta ženska govori o nonotu, ki ga nikoli ni poznala.

»Tvojo nono so s tvojo mamo izselili …«

»Kdaj je bilo to?«

»Po prvem letu vojne.«

»Mama se je rodila 1912 …«

»Potem je imela komaj tri leta. Poslali so ju v Salerno, kjer je skupaj z drugimi ženskami z Brd delala v tobačni tovarni ali nekaj podobnega. Takrat se je nona Dora naučila govoriti italijansko …«

»Nikoli ni dobro govorila,« se je zasmejala Romana in skušala omiliti lastno napetost.

»Večkrat je pripovedovala, da je hodila molit v bližnjo cerkev, da bi se čimprej vrnila domov in za svojega Toneta je tudi molila, da bi se živ vrnil iz vojske … Po vojni, ko se je lahko vrnila domov, je izvedela, da je mož padel, in tako je prišla v Trst. Tu je imela prijateljico iz vasi, ta ji je pomagala, da je dobila službo pri neki zdravniški družini«

»Nikoli mi ni pripovedovala o tem …«

»Zaradi tvojega očeta?«

»Zaradi očeta?! Res je, da se nista najbolje razumela, ampak …«

»Tvoj oče ni maral Slovencev, fašist je bil …«

»Ne, moj oče ni bil fašist, šel je v stranko, da ne bi izgubil dela, to je večkrat poudaril …«

»Morda ti na to gledaš drugače, kot otrok sem se ga bala.«

»Bil je najboljši človek pod soncem.«

»Verjamem ti, vendar smo mi videli njegovo črno srajco, njegovo uniformo in spadal je k tistim, ki so nas zatirali.«

»On ni nikogar zatiral.«

»Ne vem, ali sploh veš, da kot otrok nisem smela na cesti govoriti slovensko! Da smo se bali. Sicer pa …« Ivana je za trenutek pomolčala, Romana je spravila pismo v torbico, kot da bi se hotela zavarovati pred njim, pred tistimi besedami na papirju, ki so jih napisali na nekem tujem sodišču in tako posegli v njeno življenje.

 

Pismo je pričalo, da ima zgodba vsakega človeka globoke korenine v preteklosti, ne ena ne druga je nista mogli spremeniti in vsaka je gledala nanjo z drugega zornega kota.

Romana se je počutila nelagodno, vendar si ni mogla kaj, da ne bi nebogljeno vprašala: »Kaj naj naredim?«

»Piši ali telefoniraj, vsekakor boš morala v Kobarid.«

»Sama?«

»Najprej odgovori, da bo sodišče vedelo, da obstajaš, potem pa ne vem … dogovori se s hčerjo …«

»Zvečer bom poklicala Sabrino.«

Še za kratek čas sta obsedeli, molk jima je dobro del, Ivana se je spraševala, ali je bilo v njenem glasu preveč ostrine, Romana pa je že razmišljala o pogovoru s hčerjo.

Poslovili sta se.

Ivanin: »Še pridi!« je kljub nasmehu zazvenel nekoliko narejeno.

Romana je od Giovanne-Ivane skoraj tekla domov, hotela se je zapreti med svoje štiri stene, nekaj v njej se je podiralo, kot da bi se njena notranjost sesipala in se votlila. Hitela je mimo ljudi, ne da bi komu pogledala v obraz. Vhodna vrata bloka je odprla hlastno in se zaletela v moškega, za katerega se ji je zdelo, da je eden od stanovalcev. Ni se opravičila in ni se ozrla, ko je slišala, da moški nekaj robanti. Čimprej je morala priti v svoje stanovanje. Odklenila je in takoj potem zaloputnila vrata, se naslonila s hrbtom nanje in lovila zrak. Iz prsi se ji je izvijalo hropenje kot ranjeni živali. Potem si je kot v snu slekla plašč in se zatekla v naslanjač v dnevni sobi. Iz torbice je spet vzela pismo, ga počasi razgrnila in strmela vanj. Črke njej neznanega priimka so ji kar poskakovale pred očmi: Šturm. Še izgovoriti ga ni mogla, kaj šele da bi ga poznala. Kobarid-Caporetto. To ime ji je bilo znano iz zgodovine …

Kaj vse ji je Giovanna-Ivana natvezila, kot da je komaj čakala, da ji vse tisto pove. Nikoli se ni poročila, kaj pa ona ve o življenju, če imaš moža in otroka. Zato ji tudi ni hotela ničesar razlagati. Saj ne bi razumela.

Ampak dediščina … hiša in zemlja … Tega skoraj ni mogla verjeti. Prepričana je, da gre za pomoto. Najbolje bo, da preveri.

Vstala je in se odločila, da pobrska po škatli, ki jo je mama proti koncu življenja kdaj pa kdaj vzela v roke. Velikokrat jo je že mislila vreči v smeti, vendar je zaradi spomina na mamo ni. Nikoli ni pogledala vanjo, še takrat ko ji je mama kazala njeno vsebino, jo je zavrnila: »Kaj boš s temi starimi papirji!«

»Ne, ne,« se je upirala mama, »po moji smrti naredi, kar hočeš.« Z ljubeznijo je jemala v roke stare, orumenele fotografije, scefrana pisma, počrnele svetinjice. Takrat je bil to del maminega življenja, ki ga ni poznala in ga je mama – tako se ji je vsaj zdelo – kdove zakaj na stara leta preučevala.

V leseni, obtolčeni škatli, ki je merila v dolžino približno trideset centimetrov, v širino kakih dvajset, v višino pa komaj deset, je nona Dora spravila vse svoje dolgo življenje. Rodila se je v Kobaridu daljnega leta 1888, to je Romana izvedela iz krstnega lista, s katerega je lahko razbrala samo datum rojstva, šilaste gotske črke so se ji zdele kot hieroglifska znamenja iz oddaljenega zgodovinskega obdobja, ko je bil Trst del velikega cesarstva.

Nona Dora ni veliko govorila o svoji družini, ponavljala je eno edino trditev, da so bili ubogi, včasih tudi lačni, vedno snažni in vsi delavni. Bil je refren, ki ga je ponavljala svoji hčeri, Romana ga je dojemala iz maminega pripovedovanja, več so ji zdaj povedala redke fotografije iz tistega časa. Že prej jih je kdaj videla, vendar jih ni nikoli natančno pogledala. Zdaj je bilo, kot da jih jemlje v roko prvič, da bi iz njih razbrala pomen nepričakovane dediščine spregovorile so ji drugače, z odmevom nečesa daljnega, vendar bližnjega, v njih je iskala oporo, pomoč …

Razpotegnjena, enonadstropna hiša z obilico balkonov, za katere Romana ni vedela, da so ganki, starec pred odprtimi hlevskimi vrati z vilami v rokah, nekaj otrok, deček in dve deklici, razkuštranih las. Ena od njiju je bila nona Dora, spoznala jo je po očeh, po tistem upornem zrenju v fotografski aparat. Nona Dora je vedno gledala ljudem naravnost v oči, tako da je marsikdo pred njo povesil pogled. Romana se je spraševala, kdo je s fotografskim aparatom zašel v tiste neznane kraje, ki so se ji zdeli tako zelo oddaljeni, skoraj na drugi celini.

Naslednja fotografija je prikazovala dva para na nekem vrtu, mogoče tudi sadovnjaku. Ena od žensk je sedela, druga je stala poleg dveh moških. Ženski sta imeli temni obleki, tista, ki je stala je imela čez obleko predpasnik, na glavi pa ruto, zavezano na tilniku. Sedeča je bila razoglava, z lasmi počesanimi v figo, ki je na sliki ni bilo videti. Moška sta bila oba v temni obleki, z belo srajco in kravato, na glavi sta imela kapo s ščitnikom. S fotografije je velo njune nelagodje, verjetno nista bila velikokrat tako opravljena. V kakšnem sorodu so bili z nono Doro? Iskala je podobnost v potezah, mogoče je sedeča ženska Dorina mati, njena prababica torej, stoječa morda teta in moška bi lahko po letih bila brata none Dore.

Romana ni vedela, ali je kdaj obiskala svoj rojstni kraj?

Bilo je še nekaj pisem v slovenskem jeziku. Razgrinjala jih je in skušala ugotoviti vsaj kakšno ime. Nekatera so imela datum, druga so bila brez njega: 1925, 1930, 1955, 1958 … Kaj so ji sporočali v njih sorodniki? Nedoumljivost tuje pisave jo je vznemirjala, le malokrat so se je spomnili. In prav to je krivo, da ona ničesar ne ve, po kom naj bi sploh podedovala.

Bila je zmedena in jezna, ker je niso nikoli seznanili z družinskimi zadevami, z dogodki, ki so vplivali na družino. Zavedla se je velike praznine, ki je ni znala niti zmogla zapolniti.

Njena mama je imela strica, o katerih ni nikoli govorila. Zakaj je nona Dora odšla iz domačega kraja? Kako je prišla v Trst?

Poročna fotografija, nona Dora in nono, kako mu je že bilo ime? Še tega ni vedela, šele zdaj se je zavedala, da je bila preteklost none Dore zamolčana, kot bi se je sramovali. O očetovi družini, o noni Regini in nonotu Attiliu, o očetovih bratih je vedela veliko več. Oče je pripovedoval o njih velikokrat. Zakaj je mama vedno molčala o svojih sorodnikih?

Vrnila se je k fotografiji. Nona Dora in njen mož sta stala vzravnano pred ozadjem, na katerem se je komaj razločilo stopnišče s stebrom in na stebru gola ženska figura. Ona je imela dvodelno obleko, dolgo, zvončasto krilo, oprijet jopič z žametnim ovratnikom. Bela bluza je imela drobne, vodoravne gubice, trd ovratnik se je oprijemal vratu, pod ovratnikom je lahko razločila temnejši trak ali morda verižico. On, nono, je imel temno obleko s telovnikom, rahlo odpet jopič, belo srajco z belo kravato, v gumbnici bel cvet, v rokah klobuk. Nona ga je držala pod roko. Romana je dolgo preučevala njegov obraz, visoko čelo, raven nos, tenke ustnice, nad katerimi so se bočili brki, ki so bili ob konicah rahlo zavihani navzgor. Njegov pogled se ji je kljub negibnosti zdel blag, morda nekoliko prestrašen.

Pustila je fotografije na mizi in šla v kopalnico pred ogledalo. Na svojem obrazu je iskala sledi moškega na fotografiji. Ni jih odkrila, pohitela je v spalnico, kjer je visela mamina fotografija. Mama je podedovala tisti blagi pogled svojega očeta, pogled, ki se je tolikokrat povesil, kadar je mož vpil nanjo.

Romana je snela mamino fotografijo s stene in jo odnesla s sabo v dnevno sobo, podržala je fotografiji drugo ob drugi: pred njo se je prikazala drugačna podoba matere, začela se je spraševati, kako drugačno bi bilo njeno življenje, ko bi bil njen oče, Dorin mož živ?

Mogoče se Romana sploh ne bi rodila?

Ob tem vprašanju se je zdrznila, kot da bi se z njim dotaknila nečesa globljega, bolj zapletenega, nečesa, kar je presegalo okvire družinske zgodbe in njenih članov.

Nono je padel v prvi svetovni vojni. Da je bil vojak, je pričala njegova fotografija v vojaški opravi, s puško v roki, z bajonetom za pasom. Slikali so ga pred namišljeno gorsko pokrajino, blagi pogled je bil v nasprotju z orožjem, zanikal je vojno. Na zadnji strani fotografije, ki je bila poštna razglednica, je nekaj napisal s tintnim svinčnikom. Lahko je razbrala samo naslovnika in podpis: Franc in datum: 10. oktober 1914. Kraj: Galicija.

O prvi svetovni vojni je vedela samo tisto, kar so jo učili v šoli, o junaštvu italijanskih vojakov, o italijanski zmagi, o tem, kar se je dogajalo na drugi strani, ni vedela ničesar. Še to ni vedela, kje je ta Galicija, kjer je padel njen nono, in ji je to morala povedati Giovanna-Ivana.

Pobrskala je po škatli in vzela iz nje črno obrobljen papir, pisan v nemščini, na njem razpoznavno samo ime: Franc Šturm. Datum: november 1915. Obvestilo o smrti. O tem je pričala črna obroba in ne besede, ki so ji bile tuje, da ji bolj tuje ne bi mogle biti.

Skušala si je predstavljati nono Doro, njeno žalost, njen obup. Njena mama je takrat imela tri leta, je vedela, da je ostala brez očeta?

Vztrepetala je ob fotografiji, ki je prikazovala podrto hišo, pred njo skupino ljudi, med njimi nono Doro z deklico v naročju. Starejši moški je pred seboj porival dvokolesni voziček, na njem nekaj cul. Vsi so bili nekam sključeni, prestrašeno so gledali v tla, za njimi pa grozota pogorišča. Na hrbtni strani datum: Brda, maj 1915.

Naslednja fotografija je predstavljala skupino žensk in otrok pred podolgovato stavbo z velikimi okni, podobna je bila tovarni. Ob strani je stal lepo oblečen moški, ki se je bahavo smehljal v fotoaparat. Ženske so bile večinoma mlade, nekaj je bilo tudi stark, med otroki je Romana zasledila svojo mamo, ki je takrat imela približno pet let. Potem je poiskala nono Doro. Stala je vzravnano, vendar je gledala vstran, tako da je imela del obraza zakrit, kot da bi se nečesa sramovala. Na hrbtni strani zapis: Nocera Inferiore Salerno, 1918.

Spomnila se je pripovedovanja prijateljice Giovanne-Ivane …

Mama je večkrat omenila, da je v prvi razred osnovne šole začela obiskovati v Salernu, kaj več pa ni hotela povedati. Romana pa ni vrtala vanjo. Ni imela nobenega razloga.

Zadnja fotografija je bila birmanska. Na njej je bila mama v beli obleki, z venčkom belih rož na glavi, ob njej nona Dora in neka gospa, ki jo je Romana na videz poznala, večkrat je obiskala nono Doro, le da je bila na fotografiji še mlada. Nona Dora je svojo hčer gledala z vidnim občudovanjem, vse njene poteze so izražale materinsko ljubezen in ponos. Romana se je zavedela, kako lepa je bila mama. Tu je imela kakih dvanajst let, še dekletce. Njen obraz je bil poln zaupljivosti in v očeh je lahko razbrala neke vrste pričakovanja, kar so poudarjala otroško odprta usteca, kot v neizmernem čudenju.

Nenadoma je zaihtela, sama ni vedela, kaj jo je prizadelo. Mogoče dokaz globoke povezanosti med materjo in hčerjo, ki ji je bila sama tolikokrat priča, neme solidarnosti, ki se je izražala samo v pogledih. Kadarkoli je oče vzrojil nad nono Doro ali nad mamo, sta se samo bežno, komaj zaznavno spogledali, potrpi, so druga drugi govorile njune oči. Potrpi!

Se je ta globoka vez spletla v tistih letih med začetkom in koncem prve svetovne vojne, o katerih ni vedela ničesar, ne kje in kako sta živeli, zakaj sta bili tako daleč od doma. In kje je bil njun dom?

Življenje none Dore se je začelo v Kobaridu, prav v tisti hiši z gankom, v kmečki družini. Kmetija ni bila velika, nekaj njiv, nekaj glav živine v hlevu. Imela je dva starejša brata in mlajšo sestro, dve deklici sta umrli še pred njenim rojstvom, nič posebnega za tisti čas. Ko je bila stara šestnajst let so jo poslali v Gorico služit k družini nekega odvetnika. Morala je paziti na otroke, gospa je bila dobra z njo, le stara služkinja jo je grajala, če je le mogla, bala se je, da bi Dora zasedla njeno mesto in prevzela njeno vlogo.

Zaradi stare Marjete je Dora večkrat potožila mami in prosila, če se lahko vrne domov. Toda mama je bila neomajna, doma bo lahko ostal samo eden od njenih otrok, najstarejši sin. Katera mlada pa bo hotela priti v hišo s preveč lačnimi usti? Drugi sin je odšel v Gradec, da bi se tam izučil za kovača. Najmlajša se bo omožila. Vse to je Dora vedela, le malo tolažbe se ji je zahotelo, pa je bila deležna graje in trdih besed. Še tiste krajcarje, ki ji je zaslužila, ji je mama pobrala, saj je z vsem preskrbljena, ji je govorila. Gospa ji je poleg hrane in strehe nad glavo vsako leto kupila obleko.

Štiri leta je služila, potem je ženin prišel kar v hišo. Družina odvetnika Grudna se je oskrbovala s krompirjem, čebulo in kolinami pri kmetu z bližnjih Brd. Vse te dobrote je prinašal k hiši Jože, ki mu je bila Dora takoj všeč.

Poročila sta se in Dora je začela gospodinjiti na kmetiji v vasi pod Sabotinom. Njen mož Jože je bil najstarejši sin in naj bi po smrti staršev kmetijo podedoval, dva mlajša brata sta že odšla od doma. Eden se je izučil za čevljarja v Gorici, drugi pa za sodarja v Trstu. Starejša sestra Fani je bila še doma, vendar se je kmalu po poroki odpravila v Trst, kot da jo je Dora pregnala. S taščo Minko se je kar dobro razumela, bila je vajena ubogati, tast je bil garač, dobričina, ki mu je žena nenehno ukazovala.

Ko je Dora rodila Marijo, se je tašča Minka omehčala, deklico je kar preveč razvajala, da se je zdaj Dora jezila nanjo. Tast je nenehno prisluškoval, ali joka in če se je samo oglasila, jo je takoj vzel iz košare, da je le bil v bližini.

Druga nosečnost je bila težja od prve in otrok, fantek, je bil kilavo dete. Vsa Dorina skrb ga ni mogla ohraniti pri življenju, mali Ivanček ji je umrl v naročju star komaj nekaj mesecev. To je bilo tistega leta, ko je mladi Srb Gavrilo Princip v Sarajevu ustrelil nadvojvodo Ferdinanda in njegovo ženo.

Prva svetovna vojna se sprva ni dotaknila prebivalcev Brd, saj so živeli ob meji z italijansko zaveznico. Počutili so se varne, potem pa je prišel 24. maj 1915, ko je Italija napovedala vojno Avstro-Ogrski. Jožeta so že leta 1914 mobilizirali, moral je na fronto v Galicijo, od koder se nikoli več ni vrnil. Tudi Jožetova brata sta morala obleči vojaško suknjo. Na kmetiji so ostale Dora, tašča, mala Marija in tast.

Dora je trepetaje čakala na Jožetova pisma, čeprav skopa, so ji vendar dokazovala, da je še živ. Tast je začel bolehati, odsotnost vseh treh sinov mu je jemala moč in pila zdravje. Dora in tašča sta skušali po svojih močeh opravljati delo, ki je bilo prej domena moških. Tistega leta 1915 pomladi se je tast jezil nanje, ker vinograd še ni bil okopan, z žalostnimi očmi si je ogledoval trte, ki so pogrešale njegove trdne roke.

Konec maja so prišli v vas Italijani, vojna je postala vidna in otipljiva, čeprav so se italijanski vojaki sprva trudili, da bi si pridobili naklonjenost domačinov. Boji, ki so potekali na Sabotinu, Oslavju in Kalvariji, so se zdeli dovolj daleč od vasi.

Toda oktobra je vojna s svojimi topovi in granatami oplazila tudi Dorino vas. Dora bi najraje pobegnila z malo Marijo v Gorico ali v Trst, morda bi jo pri odvetniški družini, kjer je služila pred poroko, vzeli pod streho, vendar ni imela moči, da bi zapustila dom, mislila je na Jožeta. Kaj bi rekel, ko bi se vrnil in ju ne bi našel. Tudi stara dva sta se ji smilila. Kar zgrbila sta se, zlezla vase, še tašča, trdna tašča, se je čez noč vidno postarala, ohromela.

Potem pa ni bilo več kaj premišljevati. Granata je padla na hlev. Tast je hotel rešiti živino, ko je privršala naslednja, zgorel je, ne da bi mu kdo lahko pomagal. Pri hiši se je del strehe sesedel, nemočne so lahko le gledale gorje, ki se je zgrnilo nanje.

Niso bile edine, ki so objokovale smrt najbližjega, naslednjega dne so vojaki zlagali trupla kar v skladovnice in jih pokopavali v skupen grob. Veliko je bilo tudi ranjenih, le malokatera hiša je ostala cela.

V začetku novembra so Italijani preživele naložili na tovornjake ter jih odpeljali najprej v Videm, od tu naprej so v živinskih vagonih potovali skozi Bologno, Firenze, Rim vse do juga Italije. Na marsikateri postaji so jih ljudje pričakali s psovkami in jim kričali, da so sovražniki Italije in izdajalci. Njihovo negotovo potovanje se je končalo v Salernu, kjer so jih nastanili v nekaj kilometrov oddaljeni, stari, zapuščeni graščini.

Domačini so sprva gledali nanje kot na barbare, skladno s tem, kar so brali v časopisih. Kasneje so se odnosi izboljšali. Vsaka družina je dobila po sedemdeset čentesimov na dan, vendar to ni bilo dovolj za preživetje. Dora je poiskala delo v bližnji tobačni tovarni, tašča je ta čas pazila na Marijo. Daleč od doma je vedno bolj bolehala in vidno hirala. V drugem letu begunstva je umrla. Marija je bila prepuščena prijaznim starkam, ki so bile prešibke, da bi delale, deklico so imele rade in jo po svojih močeh razvajale. Dora je vsak dan prihajala utrujena domov, skupaj sta potem legli na slamnjačo, šepetaje je pripovedovala deklici o daljnem domu, o očetu, budila je v sebi vesele spomine, da bi laže preživela bedo pregnanstva.

Vojna se je končala, begunci z juga Italije pa se še niso smeli vrniti domov, Dora je ginevala od skrbi, ali se je mož vrnil, kako je z njegovima bratoma, kako je z domačimi v Kobaridu. Ali sta njena brata še živa? Kako je z mamo, očetom?

Marija je začela hoditi v šolo. Ker ni znala dobro italijanščine, so jo sošolci zasmehovali, s težavo jih je dohajala in učitelj ji je prvi med mnogimi, ki so sledili, vcepil prepričanje, da ni sposobna za učenje. Ta zavest jo je tudi kasneje ovirala, da bi dvignila glavo ter si skušala pridobiti vsaj malo samozavesti.

Po skoraj petih letih sta se Dora in Marija vrnili domov, bilo je jeseni 1920. Z vlakom sta se pripeljali do Gorice, od tu pa z vojaškim kamionom v domačo vas, ki je skoraj nista prepoznali. Vse je bilo v ruševinah, domačije ni bilo več.

Dora je izvedela, da je Jože padel, eden njegovih bratov je bil v ruskem ujetništvu, drugi se je pohabljen vrnil. Rekel je, da bo ostal doma in skušal za silo zakrpati hišo. Kdo ga bo vzel na delo, invalida?

Ker ji ni rekel, naj ostane, in ker je mislila, da po Jožetovi smrti nima pravice do hiše, se je s težkim srcem odločila, da gre k Fani v Trst in jo prosi za pomoč. Da bi ji vsaj pomagala najti kakšno delo.

Fani je ni sprejela odprtih rok in tudi njen mož Salvatore, trgovec in lastnik trgovine z metrskim blagom, je Doro in Marijo mrko pogledal. Lahko bi rekli, da se je Fani celo nekoliko naslajala nad bedo svakinje, ki naj bi postala gospodarica v njeni rojstni hiši. Ko se je odločila, da gre v Trst, so se v vasi zgražali, češ da gre naproti grešnemu življenju. Ona pa se je dobro poročila, njen mož doma z juga italijanskega škornja, je vojni čas znal dobro izkoristiti, tako da je sedaj gospa z vsem tistim, kar gospe pritiče. Res da je precej starejši od nje, ampak to ima včasih svojo prednost. Zato je sprva velikodušno sprejela Doro, ki se je skupaj z deklico naužila čiste postelje in domače hrane. Velikodušnost je trajala samo nekaj dni in, čeprav je Dora takoj rekla, da je prišla iskat službo, da sprejme kakršnokoli delo, ji je Fani takoj poočitala, da menda ne želi živeti na njihov račun. Pred možem kaj takega ne bi mogla opravičiti, ampak ker je ona dobra, ji je našla službo služkinje pri zdravniški družini. Dora je bila tega vesela, naslednji dan sta z Marijo potrkali na vrata zdravnika Bentivoglia in bili prijazno sprejeti od njegove gospe. Dva, tri dni je Dora blagoslavljala svakinjo, ker ji je našla tako dobro službo, potem pa je gospa zdravnikova rekla Dori, da je sicer pridna in snažna, vendar mora otrok od hiše, če hoče ostati pri njih. Da imajo v mestu zavod, kjer sprejemajo take otroke in da za njih dobro poskrbijo. Sicer pa jo bo lahko obiskovala ob svojih prostih dnevih. Gospa je že vse uredila, samo deklico mora peljati tja.

Tako sta se ločili, Marija, zdaj dokončno Maria, je postala ena izmed tolikih sirot, ki so našle zatočišče pod skupno streho. V tistem povojnem času je veliko otrok ostalo brez staršev, žena brez mož in vsi so se morali spoprijeti z življenjem, kakršno je pač bilo, v upanju, da bo nekoč bolje.

To upanje je prevevalo tudi Doro, ki ga je skušala ob kratkotrajnih obiskih posredovati tudi hčerki Marii, v spomin na Brda, na nekdanji dom sta šepetali v domačem jeziku in sta vsakokrat, ko se je kdo pojavil v njuni bližini, utihnili.

Jezik je postal tako spomin in upanje, govorili sta ga vedno v strahu vse do konca življenja.

Vsega tega Romana ni mogla ne vedeti niti slutiti, saj bi morala zato vstopiti v nonin in materin svet ali vsaj odškrtniti vrata vanj. Tista vrata pa so ostala po volji drugih in zaradi strahu zaprta.

Tako zdaj ni mogla s tistimi redkimi fotografijami sestaviti mozaika nonine preteklosti.

V škatli je bilo še nekaj podobic in svetinjic, znamenja neke pobožnosti, ki ji je bila prav tako tuja.

Utrujeno, skoraj togotno je zaprla škatlo in ugotovila, da je ura krepko čez poldne, ona pa ni še kosila. Nejevoljna si je skuhala malo riža ter si ga zabelila s tunino iz konzerve. Paziti mora na holesterol in podobno, pa še ta njen trebuh, ki se napihuje neodvisno od hrane.

Do nadaljevanke je imela še dovolj časa, da malo leže.

Iz dremeža jo je prebudil telefon. Okorno se je dvignila s postelje in vsa omotična odtavala v dnevno sobo in dvignila slušalko.

»Dobro, da sem vas dobila,« je prijazno zazvenel glas profesorice Mattioli.

»Za trenutek sem legla,« je rekla Romana.

»Oprostite … Ali bi lahko prišli jutri k mami?«

»Ob kateri uri?«

»Kakor želite. Morda ob devetih, če lahko.«

»Seveda lahko,« je odgovorila.

No, še leči ne sme, pa jo že kličejo. Nadaljevanka, se je spomnila in bila je nenadoma celo hvaležna profesorici Mattioli, da jo je zbudila. Še toliko časa ima, da si privošči kavo, ne pije je vsak dan, ampak danes si jo prav želi.

In tako je sedla pred televizor, pred njo se je kadilo iz skodelice in Iris je še vedno stala na bregu deroče reke. Stala je in stala, v Romani je napetost rasla … Tedaj pa se je prikazal tujec, zares tujec, Romana ga ni videla v nobenem nadaljevanju. Prijel je dekle okrog pasu in ona se mu je zjokala na rami.

Izkazalo se je, da je ta tujec duhovnik, ki je poznal Joseja in bi rad obvaroval Iris pred usodno napako. Iris mu je zaupala, da je noseča. Obljubil ji je, da bo poskrbel za otroka, sama pa naj do poroda gre od doma. Tako se bo izognila vsem govoricam.

Bety je tačas z Alvarovim denarjem odpotovala. Alvaro je srečal Iris in zdela se mu je tako žalostna, da se mu je zasmilila v dno srca. Sklenil je, da ji bo pomagal.

No, bomo videli, ali se bo odpovedala otroku. Lahko pa bi se poročila z Alvarom. Lep je in prijazen, nežen, je modrovala Romana.

Lotila se je likanja, televizijske podobe so ji odganjale temne misli. Le noč, dolga, puščobna novembrska noč je okrog nje začela tkati plašč tesnobe. Odložila je likalnik, pospravila zlikano perilo v predale, tesnoba pa ji je kot nevidna nit sledila na vsakem koraku.

V času televizijskega dnevnika je použila svoj običajni jogurt: videti je bilo, kot z vsako žlico pogoltne novico o vojni, o nesreči, o uboju. Pri tem je kimala voditelju dnevnika ter s kratkimi komentarji dajala duška svojo zagrenjenosti in zaprepadenosti nad ureditvijo sveta. Ko bi jo kdo vprašal, naj razloži svoje komentarje, bi ga zbegano pogledala, saj ni sledila nekemu svojemu videnju in dojemanju dogodkov, sprejemala je podobe in besede ter si z malodušnim odzivanjem lajšala samotnost. Včasih se ji je zdelo, da ne sodi v ta čas, ob poplavi katastrofalnih novic, ki so se vrstile dan za dnem, je bila vesela svoje odmaknjenosti.

K sreči je dnevniku sledila popevkarska oddaja, bolj kot pesmi, so jo zanimale pričeske nastopajočih, premišljevala, kako so dosegli, da lahko lasje tako štrlijo in zadnja misel pred spanjem, kako bi bilo, ko bi katero od svojih strank počesala na enak način, jo je spravil v smeh.

Sabrine ni poklicala, kot je nameravala še zjutraj, ne ker bi pozabila, ampak iz strahu, da bi hči zaznala njeno zmedenost in zbeganost. Pogovor s hčerjo je preložila na jutrišnji dan.

Legla je in še dolgo ni mogla zaspati. Obiskovali so jo obrazi s fotografij, lebdeli pred njenimi utrujenim umom, kot da terjajo, naj ji prepozna in sprejme v svojo zavest.

Frizerka foto

Iz romana Frizerka, Mladika, 2005.

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