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Intervista di Sergio Sozi a Walter Chiereghin, direttore della rivista culturale Il Ponte rosso / Intervju Sergia Sozija z Walterjem Chiereghinom, urednikom tržaške revije za kulturo Il Ponte rosso


Il Ponte Rosso tratta di cultura a tutto tondo, dall’arte visiva al cinema passando attraverso letteratura, fotografia e musica. Si può dire che abbia ereditato l’arguta apertura, un po’ da moderno poligrafo, che fu di Martelli all’epoca di Trieste Arte & Cultura (ci collaborai anch’io)?

Di là veniamo, o almeno ci vengo io. Ho collaborato per alcuni anni, con crescente impegno, a quella rivista e nel 2011, dopo la scomparsa di Martelli, ne sono diventato direttore responsabile, incarico che ho retto fino al 2015, quando – contrariamente alla mia valutazione – l’editore ha ritenuto di chiudere definitivamente la rivista.

Sono stato destinatario, nelle settimane seguenti alla cessazione delle pubblicazioni, di una lunga serie di messaggi di cordoglio e di preoccupazione per il vuoto lasciato da quella perdita, che in effetti privava la città di una voce, autonoma e plurale, che integrasse criticamente quanto i due quotidiani proponevano in in ambito culturale. Data l’assoluta assenza di mezzi economici, che escludeva la possibilità di tornare in edicola con una rivista cartacea, ho pensato di rivolgermi al web, e nel giro di qualche settimana ho allestito, con la collaborazione di alcuni “profughi” dall’esperienza di Trieste Arte & Cultura, un numero zero del Ponte rosso, che da allora – era l’aprile del 2015 – continua con sostanziale continuità le pubblicazioni, allargando anche il raggio d’azione, attraverso numeri monografici speciali, attraverso una serie di Letture del Ponte rosso che si occupano della diffusione di testi di narrativa, drammaturgia o poesia, e anche attraverso un’attività di casa editrice, in una collana di libri pubblicati sotto il nome Libreria del Ponte rosso, con un immodesto riferimento a un’analoga iniziativa della Voce di Prezzolini…

Perché avete scelto di chiamare così la vostra testata?

Perché non volevo che un esplicito riferimento a Trieste limitasse l’area di interesse per quanto ci ripromettevamo di fare e che al contrario allargasse il bacino di potenziali lettori in un più esteso ambito territoriale, potenzialmente anzi illimitato. E la cosa sta funzionando, per quel che riguarda i lettori, che sono sparsi non solo sul territorio nazionale, ma anche all’estero. D’altra parte volevamo anche un’intestazione che fosse esplicita per tutti i triestini, e il Ponte rosso ovviamente lo è, richiamando per di più il concetto di “ponte”, che è il contrario di “muro”: qualcosa che è edificato per unire e non per separare. Il che è quello che abbiamo cercato di fare, in una città che ha subito devastanti separazioni nella storia del secolo scorso, con steccati anche un ciò che concerne la cultura.

Qualche numero del Ponte Rosso viene dedicato a delle vittime di governi assoluti e dittatoriali. Anche l’attenzione verso i diritti umani è una costante della vostra rivista?

Dedicare il nostro lavoro a una determinata persona avviene sporadicamente, quando la cronaca concentra l’attenzione sulla scomparsa di personalità illustri della cultura (lo abbiamo fatto per Umberto Eco, per esempio)  o su casi di particolare efferatezza repressiva, com’è accaduto per le due ragazze iraniane trucidate per l’inosservanza delle norme sul velo islamico. In generale, riteniamo che la cultura non possa essere indifferente alle vicende politiche, e in ciò ci limitiamo a riferirci ai valori espressi dalla nostra Costituzione, secondo una lettura non meramente formale del suo dettato.

Come vi sembrano essere, allo stato attuale, le relazioni d’ordine letterario fra Italia e Slovenia?

Ci sembra che le cose vadano un po’ meglio di quanto avveniva anche soltanto pochi anni fa, e riteniamo, per l’infinitesima parte che ci compete, di aver contribuito a questo processo di avvicinamento tra le due comunità più rilevanti in termini numerici che insistono sul nostro territorio. L’esempio più recente ed anche più rilevante è stato, lo scorso anno, il volume che abbiamo promosso e curato su Boris Pahor in occasione del suo centottesimo compleanno, che ha inoltre il merito non secondario di essere stato realizzato grazie a una stretta collaborazione tra la Libreria del Ponte rosso e la casa editrice slovena Mladika.

Il settore delle riviste culturali mi sembra stia attraversando oggi una forte crisi. Molte riviste dall’illustre tradizione decadono o chiudono i battenti. Come la pensa lei in proposito?

Quanto lei sottolinea è vero soltanto in parte, perché se è vero per quanto concerne le riviste cartacee (cosa peraltro che le rende affini anche alla generalità delle pubblicazioni periodiche sulla carta stampata) è meno vero per le pubblicazioni in rete o in forma digitale, che allargano la possibilità di esprimersi a una più vasta pluralità di voci, essendo meno soggette alla tirannia dei costi di gestione e di diffusione. Il Ponte rosso ne è un esempio.

Quali scrittori e/o opere letterarie italiane secondo lei dovrebbero esser tradotti in sloveno e quali sloveni in italiano?

Personalmente non ho una competenza del mercato editoriale che mi consenta di rispondere con sicurezza e precisione a questa domanda. Immagino che molte voci di poeti e di narratori che sarebbe opportuno far conoscere anche oltre confine, da entrambe le parti, siano compresse invece in un recinto linguistico più limitato di quanto sarebbe opportuno, soprattutto per quanto riguarda gli autori più giovani. Ancora una volta si tratta principalmente di una questione di costi, che in questo caso includono, oltre a quelli editoriali, tipografici e della distribuzione, anche quelli della traduzione. Per quanto poco sia retribuita l’attività dei traduttori, come probabilmente lei sa molto meglio di me.

Sergio Sozi


Foto: Fabio Rinaldi

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