Home

Recenzija poslednjega romana Kvartet Razumovsky Paola Maurensiga, čigar Lüneburško varianto imamo v slovenščini v prevodu Mojce Šauperl. / Sul romanzo di Paolo Maurensig “Il quartetto Razumovsky” (Einaudi, Torino 2022)


L’ultimo romanzo di Maurensig, pubblicato postumo nel 2022 da Einaudi (lo scrittore goriziano, pochi giorni prima di morire all’improvviso nel 2021, aveva fatto in tempo a consegnare l’opera all’editore, il quale ne ha poi curato una sommaria revisione delle bozze, sostanzialmente rispettando la lezione dell’autore), prende il nome dall’opera 59 in fa maggiore di Beethoven dedicata dal compositore tedesco a un gentiluomo di nome Razumovsky e scelta dai quattro musicisti per dare un nome alla loro ensemble, nata negli Anni ’30 per eseguire proprio tale partitura in un grande concerto ufficiale, in presenza di Adolf Hitler in persona. La voce narrante è quella del protagonista della vicenda, l’eroe negativo Rudolf Vogel, il cui incessante e martellante stato di disagio mentale non giustifica l’assoluta assenza di emotività e l’insensibilità per i destini altrui caduti vittime delle sue azioni.

Questa è una storia assai nera e di natura psichiatrica, politica ed ovviamente criminale nonché legata a doppio filo – come sempre in Maurensig – alla Storia europea del Novecento, o per meglio dire, qui, a quella della Germania d’epoca nazionalsocialista con, poi, le successive ripercussioni, le svolte e gli sviluppi condotti in un altro teatro geopolitico nel secondo dopoguerra.

E parlando di Storia ecco che fa capolino la memoria individuale e collettiva: la prima in via di sgretolamento nella psiche e nel cervello malati di Vogel (lesione cerebrale dovuta a un incidente stradale, associata ad una degenerazione d’ordine psichico probabilmente indotta in origine da un’insostenibile ambientazione familiare) e la seconda appartenente ad un’umanità ferita profondamente dalla furia hitleriana e alla ricerca dei vili aguzzini nazisti scappati sotto falso nome in tutto il mondo, incluso il Paese che li aveva sconfitti in guerra, gli USA.

Fra questi, Rudolf Vogel, ribattezzatosi Fowl (anagramma di wolf, lupo), secondo violino del quartetto emigrato subito dopo la fine del conflitto mondiale, prima in un Portogallo assai tollerante verso i nazisti, poi in una cittadina del Montana, Stato popolato da numerosi altri tedeschi che spesso in quegli anni di aiutavano e sostenevano a vicenda per sottaciuta quanto comune e imperterrita fede nazista.

Senza veli e disgustosamente autoindulgente, nel suo particolareggiato racconto autobiografico di crimini efferati e torture compiuti in prima persona, il rivoltante musicista-scrittore-assassino Rudolf Vogel pare incarnare il perfetto risultato di una delle più riuscite opere di pianificata, sistematica educazione e formazione nazional-familiare volte alla creazione di un homunculus tutto crudeltà, perversione, eugenetica e disprezzo verso deboli, neri, ebrei, omosessuali (ma qui c’è una sorpresa che non voglio rovinarvi) e sentimenti umani tutti. Di rado mi è capitato di trovare, in un solo personaggio letterario, una fusione tanto raffinata fra compiaciuto amor proprio, psicopatologia e violenza, bastardaggine volontaria, coscienza della propria solitaria sofferenza presente soltanto allo stato larvale e latente, insensibilità, sfacciataggine amorale, gelosia e lucida rabbia portate all’ennesima potenza a causa di una relazione affettiva negata, spietatezza, sadismo, senso della vendetta come cosa naturale e normale, e terrore della propria futura e forse prossima morte violenta. Il tutto in buona parte originatosi da un padre che odiava Rudolf sin da quando era piccolo.

Un romanzo per stomaci forti che, fra l’altro, non lesina evidentissime critiche alla pena di morte e al sistema carcerario e giudiziario statunitense (in particolare l’esistenza delle giurie popolari). Per chiudere questa recensione, una citazione che condensa le folli e perniciose convinzioni naziste del giovane protagonista negli Anni Trenta:

“A sorreggerci era uno spirito di rinascita che per la prima volta albergava nell’animo umano. Non era dettato tanto dal desiderio di conquista, quanto dalla necessità di rinnovare la coscienza dell’uomo, di identificarsi con il proprio dio, che non era quello cristiano «buono e caritatevole», ma piuttosto la divinità che presiedeva al nostro popolo – il quale era il vero eletto – recidendo ogni legame con lo spirito emotivo, retaggio di istinti primordiali, che nella coscienza moderna si tramutava in lagnoso sentimentalismo, infarcito di altruismo, di bontà, di amore universale, quando la natura stessa ci insegnava che dietro la bellezza si nasconde la lotta per la sopravvivenza, che a reggere il creato è la legge del più forte, e che persino un usignolo, con il suo canto paradisiaco, non è che l’interprete di un sentimento di minaccia rivolto all’ipotetico nemico che stia minacciando di invadere il suo spazio vitale. Il nostro dio era freddo e lucente come una lama d’acciaio.” (P. 72)

Sergio Sozi

Foto in copertina / Naslovna slika: https://www.slosport.org/novica/umrl-pisatelj-in-sahist-paolo-maurensig/

One thought on “Il Quartetto di Maurensig

  1. Pingback: Il Quartetto di Maurensig — La casa di carta – Papirnata hiša – 🇺🇦FRIULI MOSAICO DI LINGUE

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.