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Colloquio tra Sergio Sozi ed Antonella Cilento / Sergio Sozi se je pogovarjal z Antonello Cilento, prejemnico več pomembnih literarnih nagrad in nominiranko za nagrado strega leta 2014.

MandariniTu sei nota soprattutto come autrice di romanzi. Forma, questa, abusata anzi bistrattata negli anni Sessanta ma poi usata abbondantemente anche dagli stessi detrattori – alludo soprattutto alla Neoavanguardia di Eco, Vassalli, Fofi e il Gruppo 63. Ma ora siamo nel 2017. Che momento sta passando, il romanzo italiano, Antonella?

Un momento difficile. Forse un momento che non è  mai passato, perché  nella molteplicità di espressioni che la forma romanzo contempla oggi risultano vincenti quelle orizzontali e commerciali: i generi, nella sottospecie dei “generini”.

Il noir, sempre più  ovvio, mal scritto ed elementare; la non fiction delinquenziale (camorra, ndrangheta, malaffare), che allude alla realtà passandola per verità ma parafrasando il romanzesco; il memoir o l’autofiction, che fanno credere a molti scribacchini di poter eludere la forma romanzesca in virtù dell’esperienza vissuta.

Pian piano l’arte del romanzo smobilita a causa del para-narrativo, dello story-telling, della narrazione estesa che cancella la differenza fra la cronaca e la Verità con la maiuscola, quella cui alludeva Elsa Morante.

Considero veri romanzieri in Italia oggi pochissimi fra autori e autrici, nessuno dei quali occupa le classifiche o raddensa le presenze festivaliere, giornalistiche e tele-ciarliere.

Chi di noi prosegue con vocazione autenticaè indistinguibile per il grande pubblico da nani e ballerine…

Si scrive troppo, si scrive male, molti miei presunti colleghi sono lettori inclassificabili.

E l’università  e la critica, del tutto prone all’editoria o incapaci di seguire le uscite o, peggio, impegnate a travestire i propri esponenti da romanzieri e narratori,  hanno rinunciato a leggere e a comporre un canone degli ultimi venti anni.

Molti colleghi più  anziani prendono in considerazione fra i più  giovani chi li omaggia o non contende loro alcun posto, il servilismo è ai primi posti delle classifiche, i premi, come al solito, falsati nei valori.

Insomma, si lavora al buio della contemporaneità, illuminati solo da rare fiammelle e speciali incontri.

Condivido incondizionatamente ogni virgola di quanto hai scritto. E aggiungo di temere che tale collasso sia dovuto – in addizione ai fattori politico-economico-sociali, ossia in toto civili, cioè acquisiti, esogeni – anche ad un mutamento genetico ovvero endogeno della specie umana: sembrerebbe quasi che i meccanismi mentali della produzione ed assimilazione artistica si siano immobilizzati, quasi come un muscolo che si atrofizzi. Le persone, oggi, non capiscono la buona letteratura; non è solo pigrizia: non arrivano proprio più a cogliere i concetti alti, sublimi, complessi, chiaroscurati, ambigui, profondi, spirituali. Ma forse sto esagerando. In ogni caso la crisi umana, civile e soprattutto culturale c’è. Palpabile. Vedi o proporresti soluzioni?

Una mutazione è in corso, di sicuro, ed è avvenuta con sistematico calcolo negli ultimi trent’anni: l’editoria mondiale candidamente pubblica titoli resi già famosi da scrittori grandi o noti (duplicati di Bambini nel tempo di McEwan, di Vita: istruzioni per l’uso di Perec, di alcuni romanzi di Henry James, per esempio) senza che alcuno apra bocca. Spesso trame rinfarinate dopo anni, casi anche celebri, fondati sulla convinzione che i lettori abbiano dimenticato (ed è vero, è capitato con Anna Banti: non solo il lettore comune ma anche i lettori editoriali non l’hanno quasi mai letta).

Da un lato i giovani editor delle case grandi e piccole in Italia, in particolare, ignorano del tutto il nostro Novecento, sono tecnici della pagina e furbetti del marketing, cresciuti nella stessa società manipolata da vecchi danarosi che invano abbiamo contestato; dall’altro è forse davvero finito il Romanticismo con le sue lunghe propaggini ed è iniziato un alto medioevo in cui tutti scribacchiano e nessuno legge, ognuno ha il suo Nostos e la sua epichetta da pubblicare, mille Omerini, miliardi di epigoni che negano o ignorano i maestri. Abitiamo un gigantesco palinsesto (anche televisivo) che ognuno può raschiare a piacimento, si sentono tutti autorizzati e abbastanza intelligenti da farlo. Quindi, il palinsesto diventa il fondo del barile.

L’unica soluzione che ho trovato e praticato nella mia vita, e che ogni giorno con insistenza perseguo, è insegnare a leggere e a scrivere: mentre le scuole di scrittura alla moda hanno ben altre intenzioni, il mio lavoro è sempre stato da 25 anni il contagio, l’epidemia della lettura.

Con severità assoluta solo grandi autori, spesso dimenticati. Se mostri il bello e il vero, chi ti ha seguito non potrà più aprire senza un certo moto di disgusto o un latente senso di colpa qualcosa di sfrontatamente commerciale. Si accorge delle differenze (ed è quello che allievi di ogni generazione mi ripetono: ora leggo diversamente) e non può più tornare indietro.

Il punto è che ne posso formare un paio di centinaio ogni anno, al massimo, la ricaduta è lenta. Non ho potuto evitare che qualche bravo allievo con vere capacità narrative si trasformasse in un rampantino dei rapporti editoriali (sul carattere non incidi) ma so che ho dato il massimo con studenti, insegnanti, professionisti, precari, pensionati, universitari e aspiranti scrittori, che molti hanno anche capito, per fortuna, che scrivere per pubblicare non era la loro direzione, ma leggere con più passione e curiosità sì. Se non puoi cambiare il mondo, cambia te stesso.

Una lunga notte

Trovo eticamente ed esteticamente brutto, antiartistico, disumano e alienante, l’attuale metodo di selezione del pubblicabile portato avanti dalle grandi case editrici, cioè quello diciamo binario: o strettamente clientelare, ossia fondato sulla semplice conoscenza personale degli autori; o del personaggio pubblico ricco e famoso, meglio se anche straniero, dunque sempre pubblicabile.

Entrambi i metodi poggiano su un solo indiscutibile principio fisso: l’incompetenza letteraria dei selezionatori.

D’altronde, mi chiedo, come potrebbe leggere un romanzo vero, originale e profondo, un semplice affarista, o tecnico editoriale, privo di conoscenze storico-letterarie, che, all’interno della redazione di un editore, selezioni libri per piazzarli sul mercato come fossero prosciutti, auto o telefonini?

Con quali strumenti critici ed interpretativi costui – che mai ha letto una riga di Gadda, Calvino o Morante ma sa tutto dell’informatica, del marketing e dell’economia di mercato – sceglierà i testi?

Mi rispondo: con gli strumenti pari a quelli di un pescivendolo degli anni Cinquanta. Solo che mentre quel pescivendolo voleva migliorare, crescere e imparare a leggere, il pescivendolo finanziario-informatico-editoriale di oggi è ottuso dunque si mette d’impegno a distruggere qualsiasi opera letteraria sia per lui – dunque anche per i lettori, noi – di difficile assimilazione. Noi siamo come lui, il pescivendolo del Duemila, ci immagina. Lui non legge, non ci conosce, non ci frequenta, insomma ci ignora completamente ma crede di sapere quali libri sceglieremo in libreria, dunque pensa di saperceli fornire – per di più togliendo dal mercato quelli che per sentito dire gli stanno scomodi o antipatici, o che reputa invendibili, visto che non li legge né li saprebbe leggere.

Non mi stupisco, quindi, che pressoché tutto il lavoro editoriale italiano sia basato sulla ricerca di personaggi scialbi già noti nel mondo delle comunicazioni i quali forniscano agli editori testi da non leggere, testi esclusivamente da vendere come sciocchi soprammobili. Calciatori, mezzibusti, soubrette, indossatrici, politici, industriali… tutti i noti altrove nel mondo dell’immagine hanno diritto di prelazione sull’editoria italiana. Tutti eccetto gli scrittori veri, i letterati che prima leggono poi scrivono – senza scopiazzare e consultando pure, in itinere, dizionario e grammatica.

Ecco, Antonella, non ti nasconderò la personale convinzione che questa situazione culturale complessiva del 2017 – materialismo lucrativo e consumistico incluso – sia scaturita dall’ultimo nostro grande evento collettivo: il Sessantotto (quello italiano devo precisare) o almeno ne sia una conseguenza, la peggiore fra le tante migliorative che sarebbero potute avverarsi nel Paese…

Certo, anche se direi che il peggio non è solo nella scelta consumistico-clientelare di pubblicare amici, parenti, politicanti, starlette, attori, attrici, personaggi tv e chef, ma nel metodo di scelta e nella catalogazione ormai omologata: anche se parli con persone di qualità nel nostro settore quando dicono “letterario” lo fanno con il tono di sordina che si riserva agli atti sconci o ai comportamenti socialmente inopportuni, con un chiaro disprezzo economico, con quel tanto di commiserazione che è destinato ai deficienti per natura e anche con quell’oscuro sentimento di vergogna che trascina i maschi meridionali a grattarsi l’apparato genitale. Letterario porta sfiga. E allora, ecco che i cassetti dell’editoria commerciale mettono le donne che scrivono d’amore nel “femminile”, i casi umani nel “sociale”, i casi disperati nel “letterario”.

E i giovani redattori che scelgono poi il letterario sono in realtà compulsivi spettatori di fiction di HBO, e fin qui niente di male, ma, incapaci di distinguere fra i linguaggi, credono di poterti vendere un best seller per adolescenti come letterario. Sono responsabili di questo, e qui sono d’accordo con te, i redattori e gli editoriali che oggi hanno circa sessant’anni, che hanno forse “fatto”, come si diceva una volta, il ’68 e il ’77 ma si sono poi messi le maglie cielline, berlusconiane, pseudo-sinistrorse (la sinistra svanì e non la videro mai più in Italia) e, forse le peggiori, rassegnatiste. I rassegnatisti sono lettori assai forti ma frustrati: nella critica hanno smesso di leggere (e non c’è più romanzo dopo Elsa Morante: forse, ma magari fare una piccola verifica…) e nell’editoria vendono maiale per pernici ormai da decenni, sono responsabili di esordi penosi che ci affliggono in classifica per qualche anno e poi, ringraziando il cielo, svaniscono o si consolidano nella loro deprimente bruttezza, come quei fondali di manifesto che vedi per strada su cui è impossibile distinguere quale strato è il più antico e quale è il nuovo. Di aggressivi e ipocriti rassegnatisti sono stata spesso vittima o spettatrice.

In ogni caso il danno è definitivo e recente: ora sono gli stessi rassegnatisti  a fuggire, delusi, a lasciare il campo a rampanti trentenni che non sanno nemmeno bene cosa vogliono, cosa fare, quali sono i valori in campo (denaro a parte). Della mia generazione, poi, posso dire pochissimo: le sono sempre stata estranea, appartengo ad altre epoche e altre specie, capisco molto bene l’estraneità di Anna Maria Ortese al suo tempo, la vivo sulla pelle. Ho imparato a navigare per vivere ma nessun porto mi somiglia.

NapoliSenza dover smentire i verissimi e purtroppo riscontrabili fenomeni di copertura, ossia di superficie e giustificazione che hai appena analizzato, credo tuttavia che la faccenda della letteratura sia, nel suo nocciolo, molto semplice, anzi banale: l’Italia è (ed è sempre stata realmente) divisa non in destra e sinistra, in cattolici e laici, in maschi e femmine, in proletari e borghesi, ma solo in due megafronti: i ricchi ignoranti (e spesso anche tarati: cioè i rassegnatisti cronici che dicevi tu, i quali in genere non hanno problemi economici ma li creano agli scrittori bravi) che sono pronipoti di ricchi altrettanto semianalfabeti; e l’altro fronte, contrapposto al primo: quello dei poveri colti che si indebitano per comprare libri dunque costituiscono il maggiore bacino d’utenza della letteratura, la grande letteratura italiana che ha reso il Paese migliore e famoso all’estero – devo precisare per puntiglio storico-veritativo.

Tra i due schieramenti, un terzo una volta era costituito da poche migliaia di aristocratici e veri borghesi colti – cfr. Tommaso Landolfi – ormai del tutto scomparsi, inghiottiti dalla melassa massificata del pecorume analfabeta.

Ecco, nel 2017, a causa della crisi economica, il fronte dei ricchi analfabeti prepotenti è divenuto il vero padrone del Paese, perché è riuscito a far diventare ancora più miseri e numerosi i poveri dell’altro schieramento. Insomma hanno vinto loro (per ora, eh!) dunque comandano e dicono: la letteratura è out, cosa da robivecchi. Contano solo l’immagine e il parolaio d’intrattenimento.

Venendo a te: a cosa stai lavorando o pensi di lavorare, nel campo di questa orribile e datata letteratura che però ci sta nelle vene? E un’altra domandina che mi tenevo in serbo da secoli: cosa pensi del racconto e della novella in Italia, ti interessa questa dimensione?

Sono d’accordo assolutamente con quel che dici e aggiungerei che la pratica dell’industria letteraria, che è un sapere fra tanti e non un’arte, ha sottratto del tutto il valore della gavetta: me lo disse con fare furbesco un avvocato poi assurto a “gloria” letteraria, in fondo, li ho capiti, sono solo un’industria… E infatti avvocati, magistrati e bancari governano le classifiche. Diceva molto bene il redattore della voce “banca” ne I luoghi della letteratura italiana, un bel libro di qualche anno fa, che gli istituti di credito hanno preso il posto della chiesa nell’immaginario e nella funzione collettiva e citava ovviamente lo straordinario Pontiggia de La morte in banca.

Dunque, in attesa, come tu dici, che passi il tempo dei parolai, io faccio cose assurde come scrivere un romanzo d’epoca bizantina. Una versione attendibile dopo quattro anni di lavoro è stata consegnata all’editore che, naturalmente, non sa bene cosa farsene, non potendola spendere ai premi maggiori, non potendola vendere come un fantasy o come un romanzo storico di quelli commerciali. È una vicenda ambientata nella Napoli del Ducato, unico periodo in cui Napoli non fu soggetta a dominazioni, sulla soglia della perdita della libertà politica e delle tradizioni greche e pagane sopravvissute alla cristianizzazione. Ci sono una bambina magica, un mediocre poeta di Costantinopoli e una fitta folla di coprotagonisti. Mi premeva soprattutto portare indietro il modello: se Lisario o il piacere infinito delle donne è una riscrittura al femminile del romanzo picaresco, forse, dati i tempi, è possibile immaginare anche una riscrittura del romanzo bizantino in cui si narri di come nascono le storie e di come è impossibile catturare un’arte rubandola senza passione. Ma ne riparliamo l’anno venturo quando, si spera, se le fredde stelle editoriali non hanno la luna, il libro uscirà: ne ho già avuto dispiaceri…

Mi chiedi del racconto: sicuramente è la forma più vera della nostra letteratura, quella che ci insegue dai tempi di Boccaccio, il modello più vero dei nostri narratori, da Morante ad Arpino, da Parise a Calvino, da Banti a Landolfi, ai nostri giorni penso a Giulio Mozzi, senza contare i modelli esteri straordinari, Woolf, Cortàzar, Ocampo, Babel’, ‘O Connor, Malamud e i maestri assoluti, Maupassant e Cechov.

AmoreInsegno sempre le forme del racconto pur sapendo e dichiarando che, se qualcuno dei miei allievi avesse talento in questa specifica forma, non avrà vita facile. Un paio di validi esordi con libri di racconti per editori grandi e piccoli mi sono capitati, però subito gli stessi editori cominciano a chiedere il romanzo. Così, anche io che scrivo racconti da sempre, ne ho pubblicato una raccolta, L’amore, quello vero, e me ne tengo nel cassetto un mucchio perché sussiste la convinzione, lo sai, che i lettori non li leggano. Invece io incontro migliaia di lettori l’anno che sono entusiasti del racconto anche per ragioni di praticità di lettura, in tempi così frazionati e vampireschi come i nostri.

E’ chiaro che scrivere un racconto veramente buono è arte molto più difficile del romanzo, chiede precisione, efficacia, pulizia, visione. Sono due arti dal respiro differente: come scriveva Cortàzar, il racconto è una fotografia magistrale, il romanzo è un film. Si vede di più se il narratore di racconti è scarso, insomma.

Penso a racconti straordinari come Lavinia fuggita di Anna Banti, che avrebbe potuto essere un grande romanzo e che lei concentra nella perfezione della scrittura, ai livelli che Maupassant tocca con Palla di sego, o a Campi Elisi, sempre della Banti, dove riesce a parlare del traffico delle sepolture cristiane con i livelli raggiunti da Marguerite Yourcenar in Anna, soror o ne Il colpo di grazia (altri due racconti perfetti). O a Kew Garden di Virginia Woolf, che dell’istantaneità fa un gioiello percettivo. Racconti magnifici in Italia non ne mancano: Giovanni Arpino con La babbuina, moltissimi dei racconti di Goffredo Parise, un elenco lunghissimo…

A Tela e cenere di Banti e ai racconti de Il mare non bagna Napoli di Ortese devo la mia stessa vocazione, letti fra i 10 e i 13 anni, le linee guida della mia invenzione, ma questo l’ho raccontato mille volte…

Lisario

Elisabetta Sgarbi, che ho intervistato quattro mesi prima di te per conto di Inchiostro, mi ha detto, testuali parole: ʽʽBisogna non avere paura della forma raccontoʼʼ. Solo che poi – chiacchiere a parte – se non sei già famosissimo, lei neanche ti legge una riga, anche se fossi un novello Calvino. Uno come Gadda oggi farebbe il lavavetri.

Be’, condivido i tuoi autori (soprattutto la Yourcenar) pur ponendo fra i miei diciamo modelli ispirativi (oltre ovviamente ai nostri irrinunciabili classici, ai quali aggiungerei Franco Sacchetti) le storie filosofiche e fantastiche del greco Luciano di Samosata (nella traduzione ottocentesca dell’indimenticabile Luigi Settembrini), i racconti di Gadda, di Bontempelli, del Calvino non-Oulipo, di Marotta (che sento particolarmente vicino per le scelte linguistiche e sintattiche), di Landolfi e Savinio, oltre ai racconti del maestro di stile polacco Bruno Schulz (Le botteghe color cannella, grande affresco degli anni Trenta mitteleuropei), e sempre fra gli stranieri quelli di W. Somerset Maugham (Pioggia), Isaac B. Singer (Gimpel l’idiota) ed E.T.A. Hoffmann (I racconti fantastici); non secondi: Theophile Gautier ed Aldous Huxley.

Ma prima ancora di tutto ciò, diamo a Cesare quel che è di Cesare: ci sono i mitografi antichi, maestri dei maestri… uno per tutti, il finora ineguagliato artista dell’elegante fluidificazione in racconto continuo di storie mitiche: l’Ovidio delle Metamorfosi. E per chiudere in bellezza: i miti raccolti da Apollodoro.

Ah… uno qualsiasi dei nomi che abbiamo fatto, Antonella, se dovesse emergere oggi, di certo non pubblicherebbe una riga: lo rifiuterebbe il figo di turno del quarticciolo editoriale.

BestiarioMa venendo agli autori di romanzi storici, argomento che so ti è caro: cosa mi dici di Sebastiano Vassalli? E di gruppi come il Luther Blissett e il Wu Ming? Trovi possibile, o addirittura fattibile, nascondere la propria identità e riporre tutto nell’opera in sé? Non è forse un’applicazione estremizzata delle idee antibiografiche di Italo Calvino?

Le mie linee per il romanzo storico sono altre: Yourcenar e Banti, Anthonia S. Byatt in ogni suo libro e in particolare Possessione e Il libro dei bambini, Per Olov Enquist, anche qui quasi ogni cosa ma Il libro di Blanche e Marie e Il medico di corte in particolare. Pascal Quignard, in Francia, da poco è stato ristampato, per fortuna, Tutte le mattine del mondo. E uno scrittore decisamente straordinario come Michel Tournier (Venerdì, o il limbo del Pacifico). Il ponte poi che c’è fra Enzo Striano, ne Il resto di niente, e Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier.

La linea femminile del romanzo storico in Italia è infinitamente più interessante di quella maschile: quest’anno ho riunite le autrici per me significative in occasione del progetto di stages dedicati al racconto e al romanzo storico che abbiamo realizzato presso la Fondazione Banco Napoli, che possiede il più grande archivio bancario del mondo. Si tratta di Marta Morazzoni, Melania G. Mazzucco, Laura Pariani e, fra tutte la meno nota e assolutamente da riscoprire, la siciliana Maria Attanasio.

Ecco, La chimera di Vassalli è un bel libro mentre dei gruppi che mi nomini non mi interessa la scrittura, invece aggiungerei alcuni libri di Luigi Guarnieri.

E trovo sicuramente di nessun interesse la questione dell’identità di un autore: sono le opere che contano. Nascondersi, non nascondersi: il problema, semmai, è non confondersi con il ruolo che è proprio dei personaggi.

Non avverto la necessità di autori-personaggio.

Quello è un personaggio, dicevamo da bambini: ma era per sfottere il destinatario del commento. Che personaggio! Ad indicare uno status di menzogna della vita, quando la menzogna dev’esser romanzesca.

Di Vassalli preferisco Un infinito numero e condivido il disinteresse per i gruppi di scrittura collettiva anzidetti – mi erano venuti in mente a proposito di romanzo cosiddetto neostorico, solo en passant.

Anche dalle parti nostre, in Umbria, si usava quel modo di dire – Che personaggio! –: un’espressione popolare certamente molto più vicina al vasto campo semantico latino riguardante il lemma… d’altronde vediamo i personaggi di Petronio Arbitro, no, quanto sono diversi dall’Autore: dimmi, non sembrerebbero, piuttosto, eruttati dalla penna di Giuseppe Montesano?

Scherzi a parte, cara Antonella Cilento, ti lascio con un grazie di cuore affiancato ad un solenne in bocca al lupo per il tuo romanzo bizantino, che aspetterò in libreria sperasi nel 2018. Tu però intanto, per favore, mandami per posta qualche valido amuleto per il mio romanzo inedito Il dio di Lubiana, che piace a tutti i lettori (forti) tranne agli editori.

Visto, Sergio, che hai giustamente citato uno dei rari maestri del nostro tempo, Giuseppe Montesano, amico carissimo, direi allora che è assolutamente il caso di proporre ai tuoi lettori Lettori selvaggi uscito lo scorso anno da Giunti: per chi si è perso, per chi è in mare e cerca la bussola, questo libro-monstre è il portolano perfetto. Quasi duemila pagine alla ricerca di scrittori, poeti, musicisti ed artisti: il pensiero forte della letteratura e delle arti, unico antidoto a ciò di cui oggi, qui, ci siamo lamentati.

Luccica

 

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One thought on “Antonella Cilento

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