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Avventurandosi nel falsopiano della narrativa di Massimo Bontempelli (II parte)

Per tornare a bomba a noi e Bontempelli (nome incluso in tutte le antologie scolastiche ma visibilmente escluso dagli scaffali delle librerie, dicevamo all’inizio), credo che il nostro 1996 resti un momento nel quale sarebbe opportuno capire questo Autore semplicemente in quanto Post-Neoclassicista consapevolmente moderno.* Infatti siamo già, oggi, oltre il retaggio della avveniristica modernità bontempelliana: siamo immersi nella metodica reiterazione del positivismo futuristico, mentre la humanitas di Bontempelli affonda le sue radici in una volontà di ri-creazione mitologica che Adriano Seroni ben cristallizza nel seguente procedimento: ‘‘Dall’avventura (come dinamica del sogno) al miracolo (come contemplazione del sogno) al mito (come definitiva ricostruzione del mito du type classique).’’

Lettura interessante, direi, questa ultima, perché – nonostante la terminologia parafreudiana – ci pone in un campo nettamente umanistico, nel quale la coscienza del sogno si cala nella codificazione verbale e l’intelligenza bontempelliana (quella tanto deprecata dal Gargiulo) afferra la realtà onirica per renderla collettiva, dunque deve necessariamente capirla a fondo e lo fa alla maniera dei classicisti che aborrano l’erudizione fine a se stessa e riescono a ‘‘Mettersi con occhio vergine di fronte al passato, costi la taccia (o il vanto?) di decadenti’’. In tal maniera, oltretutto, questa operazione ci insegna una regola aurea: ‘‘Soffrire, patire, risoffrire, ripatire per non invecchiare’’, come sintetizzato dall’ottimo De Robertis nel 1962.

Penso che il senso di rarefazione, di stanchezza, di tedio, aleggiante in molte opere del Nostro, sia conseguenza di un terrore del Tempo, che sarebbe certo meglio subire (come le protagoniste de ‘‘Il figlio di due madri’’ e di ‘‘Gente nel tempo’’) piuttosto che affrontare: infatti la piattaforma Novecentista da lui stesso scritta (e in questo, sì, egli riuscì anche a dare il buon esempio per primo tramite la sua prosa d’arte) esigeva che ‘‘La vita più quotidiana e normale’’ fosse vista ‘‘Come un avventuroso miracolo: rischio continuo e continuo sforzo per scamparne.’’

Bont.

L’edizione Liberlibri del 2005

Poi, ci consegna le misure del suo operare artistico, della sua grande, allucinata creatività:

‘‘Precisione realistica dei contorni, solidità di materia ben poggiata al suolo; e intorno come un’atmosfera di magia che faccia sentire, traverso un’inquietudine intensa, quasi un’altra dimensione in cui la vita nostra si proietta.’’

Qui Bontempelli – che abbiamo nuovamente estratto dal saggio ‘‘L’avventura novecentista’’ del 1938 – sembra parlare di ‘‘Gente nel tempo’’, con la sua rigorosità geometrica, ma non contempla nel disegno l’arcano, lo spiritualismo ultra-logico di racconti come ‘‘Convegno’’, o l’annullamento totale della realtà di ‘‘Luci’’ (sono tra gli ultimi suoi frutti, degli Anni Quaranta). Anche in ‘‘Gente nel tempo’’, però, la concezione del tempo risulta cambiata rispetto alle novelle del periodo 1919-1922. Vediamo il racconto ‘‘Ultimo viaggio e scoperta suprema’’, contenuto in ‘‘Viaggi e scoperte’’ (1922) e seguiamo l’itinerario delle riflessioni concernenti questo problema.

Inizia così:

‘‘[…] Io sentii questo: non già che, passando tempo durante il nostro cammino, frattanto facevasi l’ora notturna e ci sopraffaceva; ma che eravamo noi, col nostro moto, ad andare incontro ad essa; […] in altre parole, parvemi d’intuire che il giorno e la notte non fossero se non due determinazioni di spazio.’’

Poi prosegue nell’articolare il quesito:

‘‘Forse siam soliti di confondere quotidianamente lo spazio col tempo. E può anche essere che gli spazi muovano verso noi quando il nostro corpo è fermo. […] Non essendoci accorti di questo, ecco inventammo il Tempo. Quanto mai distratto è l’uomo, nella sua vita di ogni giorno! Il pensiero della inesistenza del Tempo mi entusiasmò. Accertandola, tutti i concetti che immediatamente derivavano dal Tempo dovrebbero decadere: tali la caducità, la vecchiezza, la paura, il pentimento. E notisi che tutti i concetti che derivano dalla credenza nel Tempo sono estremamente incomodi e corrosivi per la tranquillità dell’uomo. Invece il Tempo non esiste, e l’uomo, l’uomo solo, creandoselo in seguito ad una secolare distrazione, si è messo in signoria di quei terrori ed affanni.’’

Sembra che qui egli sia giunto ormai a combaciare con la stigmatizzazione del tempo, ma abbiamo notato una ‘‘T’’ maiuscola di troppo che non vuole levare l’incomodo. L’incertezza dunque permane:

‘‘Ma se io avessi dimostrata la detta inesistenza, avrei, con questa sola scoperta teorica, attuata nella pratica la liberazione più grande che la storia dell’uomo possa immaginare: ben più grande di quella che esaltà Empedocle agrigentino e Lucrezio.’’

La formula è inequivocabilmente dubitativa e conduce ad una fase di angoscia:

‘‘Poiché il Tempo è da noi supposto, e non è, che cosa dunque determina e limita a noi, cosidetti mortali, quel tratto di spazio che va tra la supposizione della nascita e la supposizione della morte? Noi, che viviamo, che mai stiamo facendo? […] Noi fuggiamo? – mi domandai – Ma essenziale al fuggire è una certa relativa brevità del tempo. La fuga è concetto che deriva da quello del tempo, Dunque anch’essa è inesistente. Questo nostro fuggire è un inganno?’’

Attenzione: il tempo sta sparendo dall’orizzonte filosofico bontempelliano, poiché il suo creatore – l’uomo – inizia a vederlo sottodimensionato a sé, conseguenza di un autoinganno, di un fraintendimento psichico. Ma ecco la svolta, la sorpresa spuntare dalle ultime pagine del racconto, che narra in termini reali il viaggio di Bontempelli (protagonista e voce narrante) assieme ad un altro uomo sconosciuto il quale lo guida attraverso un’immotivata fuga per boschi, campagne e città. Una fuga dal Tempo che ‘‘Se esistesse […] e sapesse che io lo nego, forse si vendicherebbe.’’ E la definitiva consacrazione di Kronos avviene in simultanea con quella di Anthropos: ‘‘Intesi dunque che solo nel Tempo ero, e per esso; e m’aggrappai al Tempo unica ormai ragione del mio persistere.’’

Chronos_by_Santo_Saccomanno_1876,_Cimitero_monumentale_di_Staglieno

Cronos (Wikipedia)

Ciò segna anche il ritorno alle condizioni di partenza (la lettura della ‘‘Teologia’’ di Proclo) accompagnato da quella che sembra essere una rinnovata, anzi riconquistata serenità. Al filosofo neoplatonico spetta il corollario, che Bontempelli pone per metà come premessa al viaggio e per metà come soluzione al quesito generante l’esperienza descritta:

‘‘Tutte le cose che esistono in qualche modo, risultano del limite e dell’infinito, per mezzo del primo Ente.’’ (Premessa)

‘‘Ma tutti gli esseri viventi sono motori di se stessi, mediante la prima vita, e tutti gli esseri conoscenti partecipano della cognizione, mercé la prima mente.’’ (Conclusione)

Tra le due parti si sviluppa la fuga e, previa la magnanimità del Tempo ritrovato, il protagonista guarisce dall’empietà riconoscendosi uomo nel tempo.

Fin qui il racconto del 1922: una pacificazione; una pax temporalis che poi nel 1927 ‘‘Gente nel tempo’’ annienterà, con le sue ultime fulminanti battute decretanti la follia per l’unica protagonista rimasta viva. Confrontiamo i due testi.

Il romanzo ‘‘Gente nel tempo’’ è la storia di una famiglia che, a partire dal giorno della morte della madre paterna, soffre di una maledizione seriale: ogni cinque anni un suo membro deve morire. Il dialogo che riporterò è tenuto tra Dirce Medici (la cui sorella Nora si è suicidata il giorno stesso per concedere a lei un lustro in più di vita) e l’abate Clementi, la sola persona che avesse capito l’atroce gioco di quel Destino anomalo (anticipato larvatamente dalla nonna, la Gran Vecchia, in punto mortis: ‘‘Tutto è regola, nella vita e nella morte.’’):

‘‘– Hai vinto, Dirce?

– Nora ha voluto salvarmi.

– Ti ha dato l’eternità?

– Cinque anni, abate Clementi, cinque anni.

– Regalo orrendo: non importa morire, importa non sapere quando. L’ignoranza è la giovinezza. Di mano in mano che uno un poco lo sa, lui se ne va. La vita è essere incerti, Dirce, la vita è non sapere, non sapere né quando né dove uno va, Dirce.

– Ma io credevo, in Dio, abate Clementi.

– Anche i più credenti non vogliono morire, dunque un poco dubitano. La vita è dubitare.

– Ma allora Nora, dov’è Nora?

– Nessuno lo sa. La vita è andarsene. […]’’

La vita è andarsene, e, visto che Nora ‘‘è morta’’, l’abate è in aperta contraddizione: ‘‘Se n’è andata e basta… nessuno sa dove.’’ Dunque Nora non è morta, e la famiglia Medici, poiché sa quando la morte giungerà, non è viva neanche mentre vive: la vita consiste nel non saper altro che tutto quanto riguardi la vita stessa, il viaggio. La famiglia Medici oscilla fra una morte in vita ed una vita nella morte, diversamente da tutti gli altri, che rimangono compresi, inglobati, fagocitati dalla vita, dalla salvifica ignoranza – e laico scetticismo. Nora è sparita agli occhi di chi ne sta parlando, poiché era stata partorita dalla morte, già morta in un’illusione di esistenza terrena.

Nora e gli altri Medici non sono ignoranti, né incerti, ma sapienti: non appartengono al mondo dei fenomeni e delle scelte, delle ipotesi e del fideismo ipocrita: sono compiuti, loro. L’umanità appartiene al Tempo e la bacchetta magica per escluderla da esso l’hanno solamente i mitografi, allo scopo di dimostrare che il Tempo non ha senso, è incomprensibile. La differenza, però, con l’‘‘Ultimo viaggio’’ è che in ‘‘Gente nel tempo’’ l’Autore considera il Tempo come un monarca assoluto, sincretico con Dio, con la Morte, e non con l’uomo. Allora come la mettiamo?

Gli attimi vengono creati dall’uomo che, grazie ad essi, sa di essere in vita, ma all’interno del Tempo si annida l’ultimo attimo, che si chiama Morte e che sempre arriva per chiunque. La consapevolezza del tempo umano è la consapevolezza della condizione umana; nel non-luogo, invece, l’attimo fatale porta l’uomo: nello scoccare di quell’attimo quell’uomo muore. Quell’attimo, dunque, da che parte sta, è o non è nel Tempo?

Sembra che l’Autore, tramite l’abate, ponga la morte all’interno della vita: ‘‘La vita è andarsene’’ o ‘‘La morte è andarsene’’? E ‘‘Tutto è regola’’ anche nella vita.

Perciò, potremmo pensare che vita e morte siano la stessa cosa per tutti, non solamente per l’assurdo, per il paradosso famiglia Medici. Allora l’umanità è la famiglia Medici che se ne va eternamente, in luoghi imponderabili ma situati nel Tempo. Qual è la sintesi, signor Bontempelli?

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Foto dell’Autore (La Nuova Italia, Coll. Castori, 1974)

Forse che l’uomo nascendo decida la propria morte, e ricuperi la vita solo per mezzo della catarsi, della riappropriazione del proprio Ego:

‘‘– Chi siete?

– Sono io – risposi.

– Non basta.

– Deve bastare! – proclamai con risolutezza.

Egli insistette:

– Ditemi le vostre generalità.

– Sono io, – ripetei – non abito in nessun luogo, non possiedo nulla, non sono di nessuno.’’

(Da ‘‘Nuove scoperte’’, novella inclusa in ‘‘Viaggi e scoperte’’, 1922)

La morte è umana, temporale. L’Ego la contiene nel tempo, poiché esso viaggia con il tempo, gli è affiancato: l’uomo, perciò, usando la sua magia è divino nella sua ignoranza dei trapassi, purché abbia consapevolezza del proprio Ego. Se ne deduce che la morte non deve costituire un problema umano, essendo un interrogativo insolubile perché fittizio e basta. Però tutto cambia e niente ritorna, dice Bontempelli altrove… Penso che nelle sue contraddizioni risieda la poesia che ‘‘spiega la vita’’ come enunciato da Carlo Bo, e chiudo con parole evidentemente inconcludenti, nella certezza che questo rimarrà sempre un caso letterario irrisolvibile. Ossia un caso umano irrisolvibile…

Sergio Sozi (© 1996 I Polissenidi – Sergio Sozi; © 2016 Sergio Sozi – Casa/Hiša.

Articolo citabile anche per intero, purché menzionando la fonte.)

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(*) Il corsivato è mio quanto la definizione (N.d.A.).

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La raccolta di racconti Premio Strega 1953 (Prefazione di Luigi Baldacci)

Opere di Massimo Bontempelli consultate dall’Autore

Romanzi, novelle, racconti e prose varie, compresi i saggi

La vita intensa – Romanzo dei romanzi, 2 ͣ ed., Mondadori, Milano 1925.

La vita operosa – Nuovi racconti e avventure, 2 ͣ  ed., Mondadori, Milano 1925.

Viaggi e scoperte – Ultime avventure, 2 ͣ ed., Mondadori, Milano 1925.

La scacchiera davanti allo specchio, 2 ͣ ed., Mondadori, Milano 1925 (insieme con la seguente).

Eva ultima – Romanzo, 2 ͣ ed., Mondadori, Milano 1925 (insieme con la precedente).

Donna nel sole ed altri idilli, 1 ͣ ed., Mondadori, Milano 1928.

Il figlio di due madri, 3 ͣ ed., Sapientia, Roma 1931.

L’avventura novecentista, 1 ͣ ed., Vallecchi, Firenze 1938.

Giro del sole, Mondadori, Milano 1941.

Gente nel tempo, 2 ͣ ed., nella collana La Medusa degli Italiani, Mondadori, Milano 1946.

Opere, 3 ͣ ed., nella collana I Meridiani, Mondadori, Milano 1991.

Teatro

Nostra dea – Commedia, Mondadori, Milano 1925.

Minnie la candida, Mondadori, Milano 1929.

Critici nominati nell’articolo (in ordine di citazione)

Bo Carlo; Giusso Lorenzo; Bellonci Goffredo; Tempesti Fernando; Tilgher Adriano; Gargiulo Alfredo; Prezzolini Giuseppe; Romagnoli Ettore; Seroni Adriano; De Robertis Giuseppe.

DSCF2849

Castoro num. 87 del 1974, edito da La Nuova Italia.

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