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Premessa

Il seguente articolo viene qui ripubblicato nel 2016, con poche ed ininfluenti modifiche, dopo essere apparso per la prima volta nel 1996 sulla rivista culturale ‘‘I Polissènidi’’, da me diretta in quel periodo.

Spero che – nonostante certe ingenuità, farraginosi movimenti sintattici e sporadici eccessi giovanili – il pezzo possa ancora oggi essere utile, se non altro per portare lettori attenti e appassionati al (cronologicamente) primo vero padre del termine (e in buona parte, credo, anche del genere letterario) Realismo Magico: lo scrittore italiano Massimo Bontempelli.

A causa della eccessiva lunghezza, si è scelto di dividere lo scritto in due parti, delle quali questa rappresenta la prima. In appendice alla seconda parte, che La Casa di Carta/Papirnata Hiša presenterà più avanti, potrete trovare anche una bibliografia essenziale dell’Autore. Buona lettura.

(S.S.)


 

Avventurandosi nel falsopiano della narrativa di Massimo Bontempelli (I Parte)

 

Di Sergio Sozi

Non una ristampa di alcuna delle numerose opere bontempelliane sembra trovar posto, da molti troppi anni, in libreria – vorrei sottolineare subito, approfittando del principio d’articolo per colorarlo della tinta che, credo, la vis polemica abbia, almeno sulla mia tavolozza. Possibile che le nostre evolute librariae tabernae, così ospitali da offrir giaciglio a ogni scrittore da ombrellone, non concedano una giusta rimaterializzazione (magari formato tascabile) ad un personaggio della statura del Nostro?

Ed i librai, comunque, c’entrano poco.

Massimo-Bontempelli-OPERE-SCELTE-Meridiani-Originali - KopijaChi siede dietro le scrivanie della Mondadori – interessato probabilmente a soddisfare i palati fini dei letterati navigati – si è ricordato del padre del Realismo Magico solo allo scopo di dare alle stampe i due volumi delle opere complete nell’ambito della costosa collana ‘‘I Meridiani’’. Questo è accaduto, poi, in sordina, cinque anni addietro (parliamo della terza ristampa, datata 1991, mentre la prima risale al ’78), quasi come se la Casa Editrice milanese si vergognasse di aver pubblicato, tra il 1925 e il ’72, ben diciotto suoi lavori (nel 1972 apparve tra gli Oscar la ristampa in volume unico de ‘‘Il figlio di due madri’’ e ‘‘Vita e morte di Adria e dei suoi figli’’, e questo fu l’ultimo tentativo mondadoriano di vera divulgazione).

Capirei, ora, l’imbarazzo di un editore militante, schierato, considerata la discussissima biografia bontempelliana – che annovera tra le res gestae un’elezione ad Accademico d’Italia nel 1930, un confino nel 1938 e un’elezione a Senatore del Fronte Popolare contestata ed invalidata nel 1948, – ma non riesco invece a giustificare il silenzio di chi getti in pasto alle rotative qualsiasi provocazione purché venga venduta. E comunque il presente intervento non intende avanzare sul tracciato della volgare polemica, ma piuttosto manifesta una mia personale sistematizzazione riferita a tutto quel che intendo aver compreso del primo ed assoluto inventore teorizzatore ed… esecutore del Realismo Magico nell’ambito della realtà temporale compresa nel cosiddetto Universo Mondo (e giacché ci siamo si colga qui l’occasione di ricordarne gli estremi appunto biografici: Como, 12 maggio 1878 – Roma, 21 giugno 1960).

Vorrei dunque parlare di lui – e di ciò che produsse nel corso di circa quarant’anni – con una completa rilassatezza intellettiva e spirituale. Riguardo al metodo che conto di applicare sarò – forse eccessivamente, noterete – definito: una passione misurata e paziente mi conduce ad esporre qualcosa di più che un quadretto critico. Dunque oscillerò come un funambolo tra le diverse coordinate con le quali – rispettando la loro intrinseca rigorosità – riassumerei la sua opera: l’opera di un grande scrittore di livello internazionale.

Tuttavia dire ‘‘scrittore’’ coincide con una limitazione ad vocem, attribuisce carichi eccessivi di fede appesantendo un mestiere al quale piuttosto conviene condiscendere. Bontempelli fu – sotto mentite spoglie? – ottimo filosofo, magnifico maieuta, freddo evocatore di immagini loquaci e pervicace artigiano distillatore di storie. Queste ultime, sotto le sue mani, persero peso ma non sostanza, ridondanza ma non raffinatezza, termini superflui ed ingrassanti ma non vitamine tonificanti. Per ottenere tali risultati, l’Autore diviene un po’ stregone e un po’ chimico, in maniera di aprire le porte della realtà caotica all’irrazionale di cui la vita umana è intrisa: il ‘‘realismo’’ si congiunge alla ‘‘magia’’, così, solo strumentalmente, e le chiavi bontempelliane accarezzano maliziosamente gli usci delimitanti le stanze che formano l’esperienza, la logica, il tempo umani. Rimane dunque chiaro sin da subito che egli pose i suoi elettroni in un’orbita ruotante attorno all’uomo e che la sua prosa acquisì le peculiarità di un’elaborazione applicata unicamente al fondamento teorico antropocentrico.

Anche le riflessioni, che questa coraggiosa (cioè rischiosa) operazione di escavazione generava, si manifestarono condensate in una prosa sovversiva nei rispetti dei costumi letterari, derisoria quando alle prese con vezzi e morbosità medioborghesi, e (questo aspetto mi sembra, purtroppo, più che accertato, in sede critica) soprattutto indifesa di fronte alle dichiarazioni di paternità artistica poiché strutturalmente ingenua, d’indole cortese e di natura costruttiva. Infatti, l’umorismo bontempelliano rientra nella lega della quale sono forgiate le sue chiavi (e nella fusione viene impiegato anche un metallico senso di estraniazione). Ma nessuna di queste pretende di assurgere al ruolo di passepartout per una ipotetica meta-realtà: trattasi di una pletora di chiavi (tutte diverse come vari sono i colori distintivi della sua vasta produzione narrativa) che funzionano esplicitamente da chiavi/piedi-di-porco destinate ad aprire-garbatamente/forzare-con-violenza gli ingressi blindati che la realtà apparente installa lungo i sentieri, allo scopo di sbarrare la strada alle coscienze nel corso della loro ricerca di purezza, di verità e di soluzioni per la cura di inevitabili perversioni. Il luogo comune aprire gli occhi, per Bontempelli, acquista valore effettivo e senso compiuto tramite l’esatto contrario chiudere gli occhi, e gli opposti convergono giustamente nel medio: ‘‘Parlare della realtà come se fosse sogno e del sogno come se fosse realtà’’. La bilancia, allora, è tarata inesorabilmente bene e le chiavi aderiscono ai meccanismi interni della psicologia moderna formato toppa.

Il suo metodo, lungi dall’essere arroccato, si avvaleva della sicurezza che un polso fermo possiede, e trasmise perciò una fermezza d’intenti ed un rigore inattaccabili dal logorio delle tendenze e/o dall’asfitticità modaiola. La prosa di Bontempelli rinuncia acutamente a fabbricare verità e logoi, evitando così la catastrofe, scongiurando la dolorosa lapsis conseguente a qualsiasi manifesto teorico (‘‘L’avventura novecentista’’, sappiamo, non va catalogato come tale stricto sensu: rappresenta innanzitutto un atto dovuto alla pessima abitudine dei suoi contemporanei di tentare artificialmente la via di una progettualità forzatamente incentrata sulla forma, alla ricerca di adepti).

La sua tenacia resta, verrebbe fatto di pensare, quasi come la maledizione assurda contenuta nell’atroce, concluso, claustrofobico romanzo ‘‘Gente nel tempo’’:

‘‘Fedele alla sua dimensione, Bontempelli coi racconti e coi romanzi aspetta tranquillamente la prova delle mode, dei gusti occasionali, e non c’è dubbio che porti con sé tutto il necessario per dimostrare una sorprendente vitalità o, per essere più esatti, la sua capacità di risposta al senso della vita pura, chimicamente pura.’’ (Carlo Bo).

Ma cerchiamo anche di contestualizzare ulteriormente, con l’aiuto di alcuni altri critici italiani, il nostro Autore.

È assiduo, per non dir costante, nella sua prosa (vedansi le prove narrative post-Prima Guerra Mondiale, soprattutto ‘‘La vita intensa – Romanzo dei romanzi’’ del 1919 e ‘‘Viaggi e scoperte’’ del 1921), un andamento ritmico sinuoso e regolare, di chiara ispirazione musicale. Quindi le ricorrenti scene di pubblico clamore e disordine cittadino, pur cariche di pulsante elettricità, si smorzano sotto il battito regolare e moderatore di un contrappunto vigile e delicato: il rischio filo-futuristico viene così tenuto a bada, o se non altro arginato (tra i flirt, il meno probabile mi sembra quello ravvisato da Giusso nel ’29 proprio con Marinetti & co.) e il risultato definitivo è tutt’altro, a mio avviso, che scaturente da uno scrittore ‘‘Fondamentalmente arido e scettico’’, come disse altrove sempre Lorenzo Giusso.

Usando invece le parole del Bellonci, troverei una buona definizione della prosa d’arte italiana di quegli anni:

‘‘Nel prisma della fantasia, nella prospettiva dello spirito la realtà diventa metafisica fiabesca mitica, come provano alcune opere narrative che non hanno riscontro in nessuna letteratura contemporanea.’’

(E accumuna nell’esempio libri di Palazzeschi, Baldini, Panzini, Bacchelli e Bontempelli; di quest’ultimo per l’esattezza il racconto lungo ‘‘La scacchiera davanti allo specchio’’ del 1921).

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Con Cardarelli e Savinio, 1920 (Wikipedia)

Ma per misurare lo ‘‘spazio bontempelliano’’ – così la fortunata formula di Fernando Tempesti nel suo Castoro del 1974 – non basta tirare in ballo gli indiscutibili suoi compagni di cordata De Chirico, Lisi, Savinio e Pirandello, cioè la metafisica pittorica, il minuscolo drappello dei surrealisti e il microcosmo contraddittorio del pessimismo esistenziale e della scomposizione dell’Ego che assurse a vessillo dell’ultimo citato. Rimane inesaustivo ogni rimando ad altri, per produrre una fedele mappa, semplicemente perché il Nostro amava nascondersi solo dietro a se stesso e riferire minimi stralci di ciò che scopriva, così privandoci – nel costruire meccanismi narrativi efficienti ma spesso volutamente irrisolti – di quel quid che avrebbe potuto orientarci in tale ‘‘spazio’’: la bussola ce la dobbiamo creare in perfetta solitudine, evitando in primis di affidarci, direi proprio, all’Autore stesso, che gioca a nascondino con tanti falsi dialoghi Autore/Lettore per meglio occultare i veri monologhi Autore/Autore…

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Con Pirandello, 1933 (Wikipedia)

Il Bontempelli narratore, quanto di più manifestamente antiromantico esistesse in quegli Anni ’20 e ’30 italiani, si distingue, secondo Adriano Tilgher, per una ‘‘Ragione, sempre vigile lucida fredda maliziosa, [che] uccide in germe ogni violenta reazione sentimentale, inibisce ogni abbandono alle sollecitazioni dei sensi.’’ (A. Tilgher, 1924). E l’operazione antiromantica condotta a cuore aperto fa di lui un chirurgo impietoso e leale, franco con il lettore/paziente che, seppur spesso preso in giro, diabolicamente raggirato e vittima di taglienti insopprimibili sorrisi (Bontempelli attua un umorismo micidiale, scandito e di sicuro effetto), non può esimersi dal ritenere il suo chirurgo/aguzzino un vero poeta del dubbio, un sensibile suggeritore di avventure più che reali: ‘‘Bontempelli […] prova la validità delle sue formule su altri corpi, ma sempre senza perdere di vista il risultato finale della poesia che, diciamolo chiaramente, con il passare degli anni diventava il suo modo di spiegare la vita.’’ (Carlo Bo, 1961. Lo scrittore era scomparso l’anno precedente).

Avevo prima accennato ad un passo che mi sembrava asincrono con la vera personalità letteraria di Bontempelli, e questo era il suo ‘‘L’avventura novecentista’’ (lungi da me tentare di localizzare vere e proprie sfaldature, o solamente crepe, all’interno del corpus sanus narrativo). Dunque più avanti userò dei frammenti di quel manifesto teorico allo scopo di dimostrare che, se dissezionato in tasselli ritagliati ad hoc, è possibile usare anche esso per tracciare un quadro esauriente dello scrittore: e tale ritratto andrebbe realizzato cubisticamente, ossia operando l’analisi e contemporaneamente la descrizione unitaria (cioè grazie ad una combinazione che renda vacua la concezione prospettico-illusionistica della quale la critica suole pascersi per parlocchiare ex cathedra), evitando inoltre accuratamente, nel ricomporre la silhouette critica, di farsi prendere la mano dalle singole sfaccettature ingrandendole gratuitamente (questa regola il Gargiulo non la doveva conoscere, nella sua ansia di ingigantire un cupio dissolvi soltanto a lui bastante per bollare Bontempelli narratore di ‘‘ozioso decadentismo’’).

Ebbene, per conoscerlo siano vagliati pure i movimenti cacofonici e gli eccessi polemici:

‘‘L’arte non vuol dire rappresentare la farmacia del villaggio. […] L’arte vuol dire risolvere, o scrutare, o esprimere il proprio mistero; e ogni creatore trae speciali conseguenze e forme da questo travaglio; e ogni secolo viene a trovare raggruppati i suoi poeti più diversi secondo strane somiglianze. Cercai di fare intendere le principali di tali somiglianze unificatrici, di tante sparse tendenze, con una formula, che ha avuto una certa fortuna: Realismo Magico.’’ (Da ‘‘L’avventura novecentista’’, 1938).

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A. Savinio: L’isola dei giocattoli

Al di là dell’amara constatazione desumibile dal Passato Prossimo ‘‘ha avuto’’ riferito al Realismo Magico, e cercando di dimenticare altre affermazioni futuristicheggianti che si trovano di seguito (‘‘Liberarci dalla ripetizione del vecchio’’; ‘‘Favorire l’atmosfera del tempo nuovo’’…), qui vediamo assomigliarsi in maniera stupefacente le formule Cubismo Analitico e Realismo Magico! Ma, a spingere oltre il messaggio (in gran parte poi rimasto inapplicato al suo modus operandi letterario), osserviamo anche un accostamento audace ed appetibile: ‘‘Ho perfino segnalato la pittura del Quattrocento come la più vicina al nostro spirito.’’ Bontempelli desiderava ottenere un ‘‘Modo nostro di sentire l’arte di altri secoli’’, e con nostro intendeva affermare questa sua aspirata equivalenza: ‘‘Immaginazione è arte, avventura è filosofia: Omero e Pitagora.’’ Dico aspirata equivalenza perché ‘‘L’avventura novecentista’’ rimarrà più una descrizione reale del sogno che un sogno destinato a realizzarsi nella realtà – e l’Autore questo lo aveva capito già nel 1938, anno di pubblicazione del volume.

In quel saggio, il piglio aggressivo e battagliero non viene indossato dal mite Bontempelli con gran successo, rappresenta un’episodica sfuriata, in fondo sempre melanconica e sulla difensiva: egli si stringe entro le mura merlate del maniero, da cui dovrebbe dardeggiare sia contro i reduci rondisti che verso le corazze che proteggono certi conservatori letterari vicini all’autarchia linguistica (le voci di alcuni detrattori, infatti, nel 1926, stigmatizzarono la rivista bontempelliana ‘‘900’’ come negativa per l’immagine italiana all’estero per l’unico motivo di essere redatta in francese. Oggi forse, di quelle voci, sarebbe il caso di resuscitare almeno l’aura per avere chi tiri qualche strale contro la corrente anglofilia).

Anni prima, nell’infuriare della polemica carducciana, il Nostro si era battuto in antitesi ai crociani de ‘‘La Voce’’ di Prezzolini, ossia dalla parte di ‘‘Cronache Letterarie’’, in compagnia di Ettore Romagnoli che fu certamente alfiere ben più spietato e riottoso di lui.

(Segue)

Foto in “copertina”: Wikipedia

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