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Suzana Tratnik è conosciuta dai lettori italiani dal 2009, anno di pubblicazione dei suoi racconti scelti Massima discrezione (Zoe edizioni, Forlí 2009, traduzione di Luka Pieri). Il racconto che vi proponiamo, Ti prego, smettila di fare Johan!, è apparso sulla raccolta di racconti Linee parallele (Vzporednice, 2005) e in traduzione italiana su  Evropa onkraj meja / L’Europa oltre confine, pubblicata dall’Associazione degli Scrittori Sloveni nel 2010 in occasione della visita di alcuni autori sloveni al festival Pordenonelegge. Il racconto è stato tradotto da Darja Betocchi. /  Suzano Tratnik poznajo italijanski bralci od leta 2009, ko je izšel izbor njenih izbranih zgodb Massima discrezione (Zoe edizioni, Forlí 2009, traduzione di Luka Pieri). Zgodba, ki jo objavljamo, Prosim te, nehaj se igrati Johana!, je vzeta iz kratkoprozne zbirke Vzporednice (2005) in je v italijanskem prevodu izšla v zborniku Evropa onkraj meja / L’Europa oltre confine, ki jo je izdalo Društvo slovenskih pisateljev leta 2010 ob obisku slovenskih avtorjev na festivalu Pordenonelegge. Zgodbo je prevedla Darja Betocchi.

 

Ti prego, smettila di fare Johan!

DI POMERIGGIO Vesna rincasò da scuola. Depose la cartella in cucina e sedette a tavola. La mamma le portò un piatto con delle fette di pane fritto. Vesna cominciò a mangiare, senza che neppure la sfiorasse il dubbio se a quell’ora avesse davvero fame.

“Non avete compiti, oggi?” si informò la mamma.

“No,” rispose Vesna. Lì per lì non avrebbe nemmeno saputo dire se fosse vero o no.

“Allora puoi andare da Marina,” decretò la mamma.

Vesna mise il piatto nel lavello e andò dai vicini.

Marina era sola a casa. Per questo era tutto in disordine. Sul tavolo c’erano dei piatti sporchi, del pane, alcuni quaderni e una tuta da ginnastica. Marina offrì a Vesna delle grosse fette di ciambella, ma Vesna non aveva fame. Avrebbe accettato il dolce per pura cortesia, se a offrirglielo fosse stata la mamma di Marina. Marina annunciò che allora avrebbe finalmente indossato la tuta da casa.  Vesna accese la radio sul frigorifero e ruotò la manopola delle frequenze. Poi si avvicinò al tavolo e vide Marina con un coltello in mano e con addosso solo la canottiera.

“Ma come sei conciata?” disse Vesna con tono accusatorio. “Vestiti. Mi fai paura.”

Marina si strinse nelle spalle e sorrise maliziosamente, poi si rabbuiò e brandì ripetutamente il coltello davanti a sé, come se stesse colpendo qualcuno.

“Smettila, Marina!” urlò Vesna.

Ma Marina aveva ormai deformato il viso in un ghigno minaccioso, aiutata in questo dai due denti che le mancavano davanti. “Io non sono Marina. Io sono Johan. Jooohaaan!”

Vesna era prudentemente passata all’altro capo del tavolo, ma Marina la seguì sbraitando:

“Jooohaaan! Il folle Johan! Che Dio vi aiuti !”

Vesna pensò che Marina non poteva essersi trasformata  di punto in bianco in quel tale Johan che inseguiva i bambini per punirli… Però, chissà, magari a Marina sembra meglio essere Johan che Marina.

“Ora chiamo la mamma! Rimetti immediatamente il coltello nel cassetto o me ne vado!”

Vesna era molto spaventata e Marina ne era contenta.

“Tu non te ne vai in nessun posto! Inginocchiati e sta’ zitta! è Johan a dirlo!”

Vesna s’inginocchiò e si rifugiò carponi sotto il tavolo.

“Giù i pantaloni! Tutti coi pantaloni giù! L’ha detto Johan!” ordinò Marina nei panni di Johan.

Vesna provò a rincantucciarsi ancora più sotto il tavolo, ma Marina si chinò e, raggiunto senza difficoltà il suo sedere sotto il vestito corto,  le tagliò le mutandine con un solo fendente. Vesna si coprì gli occhi con le mani. Se non vedeva Johan col coltello, riusciva a convincersi che lì accanto al tavolo c’era solo Marina, e così aveva anche meno paura.

Ma anche Marina si accovacciò sotto il tavolo, continuando a fare la gradassa con Johan e agitare il coltello. Vesna si copriva ancora sempre gli occhi con le mani. L’unica cosa che sentiva era il fiato caldo di Johan sul suo didietro nudo. Ma non si mosse.

“Va be’, Johan non c’è più. Se n’è già andato,” disse Marina alquanto delusa, si alzò e posò il coltello sul tavolo. Indossò le mutande e la tuta, e solo allora Vesna sbucò da sotto il tavolo. Nascose i suoi slip lacerati nelle immondizie, sotto i resti della ciambella. Poi andarono in cortile. Marina disse che doveva dare da mangiare alle galline, anche se nessuno gliel’aveva imposto.

Quando di sera Vesna tornò a casa, la mamma le domandò cosa aveva fatto così a lungo dai vicini.

Disse che lei e Marina avevano mangiato un dolce e dato da mangiare alle galline, e così dicendo si tirò la gonna oltre le ginocchia.

ANDAVO da Vesna ogni pomeriggio. Lo facevo con molta cautela. Prima mi accertavo che davanti alla casa non ci fosse suo zio. Suo zio infatti era medico. Una volta mi aveva diagnosticato gli orecchioni e da allora me ne tenevo alla larga. Avrebbe potuto trovarmi ogni genere di malattie: i medici esistono per questo.

Lo zio non c’era. Vesna sedeva sull’uscio, accanto a un piatto con dei resti di pane fritto, e con aria pensosa si passava un dito insalivato sulle croste delle sbucciature  sulle gambe.

“Sono venuta a mostrarti Johan,” dissi.

“Che Johan?”

“Quello con la spada, ovviamente!”

“Fa’ vedere!”

Le diedi il giornalino di fumetti che tenevo nascosto dietro la schiena a mo’ di sgradevole sorpresa. Sulla copertina c’era un moschettiere con un pizzetto caprino, i baffi arricciati all’insù e piccoli occhi neri. Con la mano destra impugnava l’elsa cesellata di una luccicante spada.

Vesna osservò attentamente la copertina. Smise di passarsi la saliva sulle gambe.

“No,” disse.

“No cosa?”

“Non puoi dire che questo è Johan.”

Ci restai malissimo. Io volevo mostrarle il misterioso Johan, e lei viene a dirmi che non è Johan!

“Come fai a sapere che è Johan?” domandò con ostentata serietà.

“Ma è Johan!”

“Sì, ma chi te l’ha detto?”

“ Lo so io che è Johan!”

Vesna esaminò il giornalino, tenendolo davanti a sé col braccio teso, come faceva mia nonna quando leggeva senza occhiali dei documenti importanti. Vesna diede ancora un’occhiata a Johan così da lontano e poi disse conciliante:

“Può darsi. Comunque non puoi dirlo con certezza. A me non sembra affatto Johan. E in ogni caso ora devo pulire le stalle. Puoi venire anche tu, ma devi promettere di non metterti a strillare.”

“Non strillerò.”

“Non ti credo.” Mi guardò con aria seccata. “I maiali ti terrorizzano.”

“Ma figurati!” dissi offesa. “Ne ho paura solo quando li lasci liberi e me li aizzi contro.”

Una volta in cortile, Vesna aprì apposta tutte le stalle contemporaneamente. Mi addossai al muro con una mano premuta sulla bocca per soffocare l’urlo, mentre  i maiali, liberi, scorrazzavano grugnendo per il cortile interno.

Quando finalmente ci allontanammo dalle stalle, stavo ancora tremando.

“Facciamo un duello con le spade!” dissi. Vesna dimenticò le faccende che aveva da sbrigare nell’orto e portò due lunghi bastoni sottili.

“Alé! Beccati questo! Crepa! To’!” brandivamo i bastoni incrociandoli con colpi secchi, poi facevamo un volteggio e ripartivamo all’attacco. Quando Vesna mi infilzò toccandomi la spalla, emisi un ruggito da belva e finsi di tamponarmi la ferita sanguinante con la mano sinistra. Con la destra invece puntai con furia vendicativa al suo cuore. Ruotai un paio di volte la spada gridando minacciosa, mirai al cuore e centrai in pieno l’occhio.

Vesna lasciò cadere il bastone e portò le mani all’occhio, proprio come il nemico di Johan nel fumetto a pagina 32.

“Vesna?”

Vesna si accasciò, accovacciandosi piano, senza un lamento. Gettai il bastone e scappai a casa.

Sedevo in cucina. Sentivo un bruciore allo stomaco. La mamma mi stava preparando il budino. Meditavo di avere forse accecato Vesna, e trovavo la cosa niente affatto in sintonia col budino alla vaniglia.

Di sera Vesna ci portò il latte. Aveva l’occhio completamente rosso. Ma capii subito che ci vedeva. Dunque non l’avevo accecata.

“Siediti un po’ con noi,” disse la mamma.

Questa era davvero l’ultima cosa che desideravo in quel momento.

“Cos’hai all’occhio?” chiese inorridita la nonna. “Ma ci vedi? Ti fa molto male?”

Tutti coi pantaloni giù, l’ha detto Johan. Mi venne in mente così, del tutto involontariamente.

Vesna sedette. Le misi subito tra le mani la mia ciotola di budino di vaniglia. Lei mi lanciò uno sguardo grato col suo occhio rosso sangue.

“Non fa male,” disse con la bocca piena di budino. “Mia sorella voleva fasciarmelo, ma lo zio ha detto che non è nulla di grave. Tra qualche giorno l’occhio sarà guarito e ridiventerà bianco come prima.”

Guardava tranquilla davanti a sé, come se stesse raccontando a chi doveva ancora portare il latte. Poi riaffondò voracemente il cucchiaio nel budino.

“Chi è stato a ridurti così?”chiese la nonna.

Attesi che l’occhio iniettato di sangue, giustamente accusatorio, si volgesse a fissarmi. Ma Vesna non distolse lo sguardo dal budino. Si limitò a posare il cucchiaio.

“Johan,” disse pensosa dopo qualche istante. “È stato Johan a ridurmi così.”

(Traduzione Darja Betocchi)


vzporednice

Prosim te, nehaj se igrati Johana!

VESNA je popoldne prišla iz šole. V kuhinji je odložila torbo in sedla za mizo. Mama ji je na krožniku prinesla nekaj kosov ocvrtega kruha. Vesna je jedla, ne da bi pomislila, ali je ob tej uri sploh kdaj lačna.

»Danes nimate naloge?« je ugotavljala mama.

»Ne,« je rekla Vesna. Ni se mogla takoj spomniti, ali se je zlagala.

»Potem pa lahko greš k Marini,« je odločila mama.

Vesna je odložila krožnik v pomivalno korito in odšla k sosedom.

Marina je bila sama doma. Zato je bilo vse razmetano. Na mizi so bili umazani krožniki, kruh, zvezki in trenirka. Marina je Vesni ponudila na debelo narezane kose marmornatega kolača, vendar Vesna ni bila lačna. Pecivo bi vzela le iz vljudnosti, če bi ji ga ponudila Marinina mama.

Marina je rekla, da se bo zdaj končno preoblekla v trenirko za doma. Vesna je prižgala radio na hladilniku in vrtela gumb za radijske postaje. Potem je stopila k mizi in zagledala Marino v sami spodnji majici in z nožem v roki.

»Kakšna pa si!« je očitajoče rekla Vesna. »Obleci se. Strah me je.«

Marina je skomignila z rameni in se navihano nasmehnila, potem pa je naredila strog obraz in parkrat zamahnila z nožem pred seboj, kakor da bi nekoga zabadala.

»Marina, nehaj!« je zakričala Vesna.

Toda Marina si je nadela sovražen in spačen izraz, pri čemer sta ji bila močno v pomoč manjkajoča sprednja zoba. »Jaz nisem Marina. Jaz sem Johan. Jooohaaan!«

Vesna je za vsak primer stopila okrog mize, Marina pa za njo in je kričala:

»Jooohaaan! Blazni Johan! Bog vam pomagaj!«

Vesna je pomislila, da Marina seveda ne more biti na vsem lepem neki Johan, ki se druži z otroki za kazen, da pa nikoli ne veš. Mogoče pa se Marini zdi, da je bolje biti Johan kot Marina.

»Poklicala bom mamo! Domov bom šla, če takoj ne pospraviš noža v predal!«

Vesno je bilo zelo strah in Marini je bilo to všeč.

»Nikamor ne greš! Poklekni in molči! je rekel Johan!«

Vesna je pokleknila in po kolenih zlezla pod mizo.

»Hlače dol! Vsi hlače dol! je rekel Johan!« je spet zahtevala Marina v Johanovi podobi.

Vesna je poskušala zlesti še dlje pod mizo, vendar se je Marina sklonila in brez težav z nožem segla do njene zadnjice pod kratko obleko in ji z enim zamahom prerezala spodnjice. Vesna si je z rokami zakrila oči. Če ni videla Johana z nožem, je bila povsem prepričana, da pred mizo stoji samo Marina, pa tudi manj strah jo je bilo.

Tudi Marina je počepnila pod mizo, se še naprej širokoustila z Johanom in zamahovala z nožem pod mizo. Vesna si je še vedno zakrivala oči, tako da se je zavedala samo še Johanove vroče sape na svojem razgaljenem razporku. Vendar se ni več premaknila.

»Dobro, pa ni več Johana. Je že šel,« je čez čas nekam razočarano rekla Marina, vstala in odložila nož na mizo. Oblekla si je spodnjice in trenirko in šele takrat je Vesna prišla izpod mize. Svoje razrezane spodnjice je stlačila na dno kuhinjskega koša, pod ostanke marmornatega kolača. Potem sta šli na dvorišče. Marina je rekla, da mora nakrmiti kokoši, čeprav tega nihče ni zahteval.

Ko je Vesna zvečer prišla domov, jo je mama vprašala, kaj je toliko časa počela pri sosedovih. Rekla je, da sta z Marino jedli kolač in krmili kokoši, in si popravila krilo čez kolena.

VSAKO popoldne sem obiskala Vesno. To sem naredila zelo previdno. Najprej sem se prepričala, da pred hišo ni avta njenega strica. Njen stric je bil namreč zdravnik. Nekoč mi je ugotovil mumps in od takrat sem se ga izogibala. Lahko bi mi ugotovil kar koli – zdravniki so za to.

Strica ni bilo. Vesna je sedela na pragu, zraven krožnika z ostanki ocvrtih kruhkov, in si s prstom zamišljeno slinila kraste na nogah.

»Prinesla sem ti pokazat Johana,« sem rekla.

Vesna si je še naprej slinila noge, ne da bi dvignila glavo.

»Prinesla sem ti pokazat Johana,« sem rekla.

»Katerega Johana?«

»S sabljo, vendar!«

»Pokaži!«

Dala sem ji strip, ki sem ga kot neprijetno presenečenje skrivala za hrbtom. Na naslovnici je bil mušketir s kozjo bradico, štrlečimi brki in z drobnimi črnimi očmi. Desna roka mu je počivala na izrezljanem ročaju sijoče sablje.

Vesna je pazljivo pogledala naslovnico. Nehala si je sliniti noge.

»Ne,« je rekla.

»Kaj ne?«

»Ne moreš reči, da je Johan.«

Osupnila sem. Hotela sem ji pokazati skrivnostnega Johana, ona pa trdi, da to ni Johan!

»Kako veš, da je Johan?« me je vprašala poudarjeno resno.

»Pa saj je Johan!«

»Ja, kdo ti je pa to povedal?«

»Vem, da je Johan!«

Vesna je podržala strip pred seboj z iztegnjeno roko, tako kot si je moja stara mama brez očal ogledovala pomembne dokumente. Vesna si je še enkrat od daleč ogledala Johana in spravljivo rekla:

»Že mogoče. Toda še vedno ne moreš trditi, da je Johan. Meni se prav nič ne zdi Johan. – Ampak zdaj bom čistila hleve. Lahko greš z mano, če mi obljubiš, da ne boš kričala.«

»Ne bom.«

»Ne verjamem ti.« Zlovoljno me je pogledala. »Saj se zmeraj bojiš svinj.«

»Ne bojim se jih!« sem užaljeno rekla. »Bojim se le, kadar jih ti spustiš ven in jih naščuvaš, da se zaletavajo vame.«

Ko sva bili na zaprtem hlevskem dvorišču, je Vesna nalašč odprla vse hleve hkrati. Stisnila sem se k zidu in z roko na ustih poskušala udušiti kričanje, medtem ko so svinje prosto divjale in cvilile po notranjem dvorišču.

Ko sva končno zapustili hleve, sem se še vedno tresla.

»Greva se sabljat!« sem rekla. Vesna je pozabila na svoje druge opravke na vrtu in prinesla dve dolgi, tanki palici.

»Ha! He! Crkni! Zvrni se! Na!« sva mahali in vsakič z glasnim pokom prekrižali palici, se zavrteli okoli svoje osi in se zopet napadli. Zverinsko sem zatulila, ko me je Vesna rahlo zabodla v rame in se delala, da si z levo roko zaustavljam kri. S prosto desnico sem maščevalno napadla njeno srce. Nekajkrat sem kriče zavrtela palico po zraku, pomerila v srce in zadela natančno v njeno oko. Vesna je spustila palico na tla in si z rokami pokrila oko, točno tako kot Johanov sovražnik v stripu na 32. strani.

»Vesna?«

Vesna se je počasi, brez stokanja, sesedala v počep. Odvrgla sem palico in pobegnila domov.

Sedela sem v kuhinji. V želodcu me je peklilo. Mama mi je kuhala puding. Razmišljala sem, da sem morda Vesno oslepila, kar se ni niti najmanj ujemalo z vanilijevim pudingom.

Zvečer nam je Vesna prinesla mleko. Beločnico je imela popolnoma rdečo. A takoj sem vedela, da še vidi. Torej je le nisem oslepila.

»Sedi malo pri nas,« ji je rekla moja mama.

To je bilo zadnje, kar sem si v tistem trenutku želela.

»Kaj pa je s tvojim očesom?« se je zgrozila stara mama. »A sploh vidiš? Te zelo boli?«

Vsi hlače dol, je rekel Johan. To sem pomislila čisto nehote.

Vesna je sedla. Takoj sem ji porinila v roke svojo skledo vanilijevega pudinga. Hvaležno me je pogledala s krvavo rdečim očesom.

Ne boli,« je rekla s polnimi usti pudinga. »Sestra mi je hotela povezati rdeče oko, vendar je stric rekel, da to ni nič hudega. Čez nekaj dni bo oko čisto zdravo, tako belo, kot je bilo prej.«

Mirno je gledala predse, kakor da bi pripovedovala, kam vse še mora nesti mleko. Potem je z veliko žlico spet planila po pudingu.

»Kdo ti je vendar to storil?« je vprašala stara mama.

Čakala sem, da se krvavo oko zapiči vame in me upravičeno obtoži. Vendar Vesna ni odmaknila oči od pudinga. Samo žlico je odložila.

»Johan,« je zamišljeno rekla čez nekaj časa. »Johan mi je to storil.«


Discrezione

Naslovnica izbranih zgodb v italijanskem prevodu. / La copertina di racconti scelti, tradotti in italiano. “Frammenti di vita che rivelano con stile semplice e lineare la personalità multiforme della protagonista: dapprima ragazza di provincia, poi universitaria fuorisede, lesbica nella città di Lubiana, nonché studentessa post-laurea di cultura transgender, donna imprevedibile senza alcun desiderio di autodisciplinarsi per diventare parte di culture istituzionalizzate. Gli incontri della protagonista aprono connessioni umane complesse, infinite, tra persone, moralità, principi, ambienti diversi; sono storie svelate con straordinario acume, con coraggio ribelle, umorismo sfuggevole e sobriamente lucido. Un libro non solo su di sé, ma su tante donne che vivono con conflitto la modernità e che, a differenza di tanti, non sono capaci di fingere.”

Foto dell’autrice: Nada Žgank

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