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Intervista a Michele Obit, direttore del Novi Matajur / Intervju z urednikom Novega Matajurja Mihom Obitom

Novi-Matajur

Nella provincia di Udine esiste una piccola ma tenace realtà giornalistica che a molti sembrerà strana: il Novi Matajur, un giornale formato tabloid ad uscita settimanale scritto in italiano e in sloveno. Un colpo d’occhio difficile a trovarsi nel panorama editoriale italiano.

Il suo direttore è un poeta e traduttore di poesia, Michele Obit. Lo abbiamo intervistato.

Lei dirige il settimanale friulano Novi Matajur, una testata molto particolare che forse non tutti i nostri lettori conosceranno. Vorrebbe presentarcelo?

Il primo numero del Matajur, allora si chiamava così, uscì nell’ottobre 1950. La redazione era a Udine, non era immaginabile pensare di poter lavorare su un mezzo di comunicazione in lingua slovena nella Slavia friulana, dove il clima era pesante (lo è rimasto, poi, per molto) nei confronti di chi si dichiarava appartenente alla comunità slovena. Usciva due volte al mese, era scritto nella sola lingua slovena e riportava notizie riguardanti prevalentemente le Valli del Natisone, del Torre, la Val Resia e la Val Canale dove vivono gli sloveni della provincia di Udine. Con il tempo ha spostato la redazione a Cividale, è diventato un settimanale bilingue (gli articoli sono in italiano o in sloveno, quest’ultimo inteso come lingua letteraria o come una delle varianti dialettali) ed ha cambiato il nome in Novi Matajur. Il suo ruolo non solo informativo, porta nelle case degli abbonati (nelle province di Udine, Gorizia e Trieste, ma anche all’estero, a chi è emigrato dalle nostre zone in cerca di lavoro) la parola in una lingua che per tanti anni è stata considerata minore, non degna di essere parlata e tantomeno insegnata.

Per quanto riguarda la cultura, in particolar modo quella letteraria, cosa propone il Novi Matajur?

Ovviamente come mezzo di informazione seguiamo tutte le iniziative culturali che avvengono sul nostro territorio, e sono molte, a riprova di una vitalità per certi aspetti sorprendente, se pensiamo al territorio non certo vasto ed al numero limitato di abitanti che ci vivono. D’altra parte, questa vitalità è dovuta alla necessità di lavorare per la conservazione e la valorizzazione di una lingua che rischia di estinguersi. La letteratura fa parte di tutto questo: parlo di quella nelle varianti dialettali slovene ma anche di quella che nasce dai rapporti, ora più intensi che in passato, tra la letteratura italiana e quella slovena.

Sarebbe interessante sviluppare ed approfondire quest’ultimo punto: come interagiscono secondo lei, letterariamente parlando, l’italiano e lo sloveno?

I rapporti tra le due letterature, per motivi politici e ideologici sotto un certo aspetto comprensibili, sono stati dal dopoguerra in poi difficili, complicati. Ne ha scritto mirabilmente il professor Miran Košuta in particolare in un libro, Scritture parallele, dove l’aggettivo indicava proprio questa difficoltà all’incontro. Nonostante questo mi piace ricordare le esperienze avvenute in tempi ancora di ‘guerra fredda’ grazie a Ciril Zlobec, che ne ha scritto e raccontato abbastanza diffusamente. Oggi parliamo di un rapporto normale tra due letterature con caratteristiche sicuramente molto diverse tra di loro: per la storia che hanno alle spalle, per il bacino di utenza che possono raggiungere, per il sostegno che hanno o non hanno da parte delle pubbliche istituzioni. Pregi e difetti ci sono da una e dall’altra parte, come è normale, mi sembra importante però che si sia iniziato da alcuni anni un cammino di conoscenza reciproca che non può che essere salutare. Nel mio piccolo, penso a esperienze di ospitalità in piccoli festival o letture di autori sloveni nella nostra regione, ma anche ad occasione importanti, come la presenza slovena, costante ormai da alcuni anni, a Pordenonelegge.

Due domande accorpate: in quanto poeta, lei si esprime abitualmente in entrambe le lingue? E come traduttore di poesia, in che maniera opera?

Ho frequentato esclusivamente scuole italiane, da piccolo ho appreso (solo passivamente) il dialetto sloveno delle Valli del Natisone, la lingua letteraria è arrivata più tardi. Quindi l’uso dell’italiano mi è più consono. A volte scrivo anche in dialetto, sforzandomi di trovare le parole per una lingua che è essenzialmente rurale e povera di vocaboli, anche se molto ricca, da un altro punto di vista, perché racconta un mondo che sta quasi scomparendo. Come traduttore opero sulla lingua slovena, traducendo i testi in italiano. Non voglio fare il contrario, tradurre dall’italiano allo sloveno, per rispetto verso una lingua, quella slovena, che è bellissima ma anche complicata, e necessita una conoscenza davvero profonda che non ritengo di avere. Nel merito della traduzione poetica, è evidentemente, almeno per me, una sorta di gioco di prestigio che non sempre riesce, un camminare sul filo stando continuamente attenti a non cadere. Ritengo l’opera di traduzione, in generale, impossibile ma necessaria: tradurre è sempre tradire ma va fatto per poter far conoscere le ricchezze delle altre letterature.

Tornando alla scrittura ‘’degli altri’’ e al suo giornale: considerando l’Italia nella sua interezza nazionale, dunque allargando all’intero Paese il contesto friulano-sloveno di cui parlavamo, lei crede che argomenti, idee, suggestioni e stili di scrittura di autori locali potrebbero interessare anche il resto degli italiani? Se sì, le piacerebbe approfondire l’argomento e, magari, fornirci anche qualche motivazione e citare qualche esempio?

Se ci limitiamo alla comunità slovena della provincia di Udine posso dire, anche per aver curato alcuni anni fa un’antologia di autori delle Valli del Natisone e del Torre, che i temi trattati purtroppo si limitano al locale, spesso anche solo al familiare. Occorrerebbe, credo, uno sforzo in più, magari da parte delle giovani generazioni, per uscire da quei ‘cliché’ ed iniziare a trattare argomenti più universali. Certo non è facile perché, come dicevo, la lingua locale usata ha un vocabolario limitato. Forse un discorso a parte lo si può fare per la Val Resia, dove due poeti, Silvana Paletti e Renato Quaglia, usando la lingua resiana (anch’essa di origine slovena) che pure è arcaica riescono a trattare temi anche complessi (in particolare Quaglia). Il problema rimane però che, se anche le opere sono tradotte in italiano, vengono pubblicate da piccole case editrici che hanno distribuzione locale, quando ce l’hanno. In realtà il grande motivo di interesse a livello nazionale, più che letterario, potrebbe e dovrebbe essere storico, sarebbe bello che qualcuno, anche attraverso la forma del romanzo o del reportage giornalistico, raccontasse tutte le vicissitudini di queste terre di confine negli ultimi 60 anni. Che non sono state poche, e quasi sempre non sono state belle.

E per quanto concerne la vostra letteratura locale in lingua italiana?

Cito volentieri Antonella Bukovaz, che scrive poesie pubblicate anche da case editrici nazionali, tra l’altro è stata inserita in un’antologia poetica di Einaudi. Altre pubblicazioni sono sporadiche e più di natura storica che letteraria, d’altra parte se ci riferiamo al territorio della provincia di Udine, questo è ormai abitato da poche migliaia di persone.

Grazie di cuore, caro Obit, e buon lavoro a lei e al Novi Matajur.


Časopis, ki izhaja v Videmski pokrajini, ni obsežen, je pa trdoživ in nekaj posebnega: gre za Novi Matajur, tednik manjšega formata, ki izhaja v slovenskem in italijanskem jeziku. Nekaj posebnega na italijanskem publicističnem prizorišču.

Pogovarjali smo se z njegovim glavnim urednikom, pesnikom in prevajalcem poezije Michelejem Obitom.

 

Nam lahko kot glavni urednik na kratko predstavite furlanski tednik Novi Matajur, saj ga marsikdo ne pozna.

Prva številka Matajurja – tako se je namreč sprva imenoval – je izšla oktobra 1950. Redakcija je bila v Vidmu, čeprav objavljanje v slovenskem jeziku ni bilo nekaj samoumevnega v Beneški Sloveniji, kjer je bilo za tiste, ki so se opredeljevali kot pripadniki slovenske skupnosti, ozračje težko (in je takšno še dolgo ostalo). Matajur je izhajal dvakrat mesečno, napisan je bil izključno v slovenščini in je poročal predvsem o novicah iz Nadiške in Terske doline, Rezije in Kanalske doline, kjer živijo videmski Slovenci. Sčasoma se je uredništvo preselilo v Čedad, tednik je postal dvojezičen (članki so v italijanskem in slovenskem jeziku – v zadnjem tako v knjižni kakor v narečnih različicah) in se je preimenoval v Novi Matajur. Njegova naloga ni samo informativna; v domove naročnikov (v Videmsko, Goriško in Tržaško pokrajino pa tudi v tujino k tistim, ki so se iz naših krajev izselili zaradi zaposlitve) prinaša besede v jeziku, ki je vrsto let veljal za manjvrednega in ga ni bilo vredno govoriti, kaj šele poučevati.

Kaj ponuja Novi Matajur na področju kulture, predvsem pa literature?

Seveda kot informativni medij spremljamo vse kulturne iniciative na našem koncu in teh ni malo, kar priča o vitalnosti, ki je z nekaterih vidikov presenetljiva, če pomislimo, za kako majhno območje gre in kako omejeno število ljudi živi tukaj. Po drugi strani pa gre zasluga za to živahnost skrbi za ohranjanje in ovrednotenje jezika, ki mu grozi izumrtje. Literatura je del vsega tega: v mislih imam literaturo v slovenskih narečnih različicah pa tudi tisto, ki se poraja iz stikov med italijansko in slovensko literaturo: ti so zdaj pogostejši kakor v preteklosti.

Zanima nas kaj več o tem zadnjem: kako po vašem mnenju slovenščina in italijanščina v literarnem smislu vplivata druga na drugo?

Iz političnih in ideoloških razlogov, ki so v določenem smislu razumljivi, so bili odnosi med obema literaturama od povojnega obdobja težavni in zapleteni. O tem je sijajno pisal profesor Miran Košuta predvsem v knjigi Scritture parallele, kjer pridevnik »paralelen« pomeni prav to težavo, da bi se srečali. Kljub temu bi rad spomnil na izkušnje še iz časa hladne vojne, o katerih je precej obširno pisal in pripovedoval Ciril Zlobec. Danes govorimo o normalnem odnosu med literaturama, ki sta si gotovo v marsičem zelo različni: glede zgodovine, ki jo imata za seboj, glede potencialnih uporabnikov, glede podpore, ki jo uživata ali pa tudi ne pri javnih institucijah. Odlike in slabosti so na obeh straneh, to je tudi normalno, pomembno pa se mi zdi, da že nekaj let utiramo pot medsebojnega spoznavanja, ki je lahko samo koristna. Kar zadeva moje ožje okolje, naj omenim gostoljubje manjših festivalov ali branje slovenskih avtorjev v naši regiji, pa tudi pomembnejše priložnosti, na primer zdaj že nekaj let stalno slovensko navzočnost na festivalu Pordenonelegge.

Glede tega še vprašanji: Ali kot pesnik navadno pišete v obeh jezikih? In kako delujete kot prevajalec poezije?

Obiskoval sem samo italijanske šole, kot otrok pa sem se (le pasivno) naučil slovenskega narečja Nadiške doline; knjižni jezik je prišel na vrsto pozneje. Torej mi je raba italijanščine bližja. Včasih pišem tudi v dialektu, ko iščem besede za jezik, ki je v bistvu kmečki in leksikalno reven, čeprav je z drugega gledišča zelo bogat, saj pripoveduje o svetu, ki skoraj izginja. Kot prevajalec se ukvarjam s slovenskimi besedili, ki jih prevajam v italijanščino. Nočem delati obratno, prevajati iz italijanščine v slovenščino, in sicer iz spoštovanja do jezika, do slovenščine, ki je prelepa, vendar zelo zapletena in terja res poglobljeno poznavanje, ki ga po mojem nimam. Pri prevajanju poezije je, vsaj zame, očitno nekakšno žongliranje, ki pa ne uspe zmeraj, vrvohodstvo, pri katerem moraš ves čas paziti, da ne padeš. Menim, da prevod na splošno ni mogoč, vendar je nujen: prevajanje je zmeraj izdajstvo, vendar je potrebno, da se seznanimo z bogastvom drugih literatur.

Če se vrneva k pisanju »drugih« in vašemu časopisu: ali mislite – če pogledava Italijo v njeni nacionalni celovitosti, če torej furlansko-slovenski kontekst, o katerem sva govorila, razširiva na vso državo –, da bi teme, ideje in slog lokalnih avtorjev utegnili zanimati tudi ostale Italijane? Če ja, bi lahko o tem povedali kaj več, nam navedli kakšen primer?  

Če se ostaneva pri slovenski skupnosti v Videmski pokrajini, lahko rečem – tudi zato, ker sem pred nekaj leti uredil antologijo avtorjev Nadiške in Terske doline –, da se tematika žal omejuje na lokalno, pogosto tudi družinsko življenje. Mislim, da bi bilo potrebnega več truda, na primer prizadevnosti mladih generacij, da bi presegli te klišeje in se začeli ukvarjati z bolj univerzalnimi vsebinami. Seveda ni lahko, ker ima – kot rečeno – lokalni jezik omejeno besedišče. Mogoče to ne velja za Rezijo, kjer pesnikoma Silvani Paletti in Renatu Quaglii, ki pišeta v rezijanščini (tudi ta je slovenskega izvora), kljub njeni arhaičnosti uspeva obravnavati tudi kompleksne teme (predvsem Quaglia). Toda čeprav so ta dela prevedena v italijanščino, je problem potem ta, da jih izdajajo majhne založbe z lokalno distribucijo, če jo sploh imajo. Bolj kot literarni bi moral biti v resnici glavni razlog za zanimanje na nacionalni ravni zgodovinski; lepo bi bilo, če bi kdo, na primer v romanu ali novinarski reportaži, opisal dogodke v teh obmejnih krajih v zadnjih šestdesetih letih. In teh dogodkov ni bilo malo in skoraj nikoli niso bili lepi.

In vaša lokalna književnost v italijanščini?

Rad omenim Antonello Bukovaz, ki piše pesmi tudi za nacionalne založbe, med drugim je bila uvrščena v Einaudijevo pesniško antologijo. Druge publikacije so sporadične in bolj zgodovinske kakor literarne narave, res pa je, da na območju Videmske pokrajine zdaj živi le nekaj tisoč prebivalcev.

Prisrčna hvala, Miha Obit, vam in Novemu Matajurju želimo še veliko uspeha!

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