Home

Giú dalla babaieca. Qualche impressione riguardo Solo il mio silenzio, romanzo di Pina Ligas (Pietro Pintore Editore, Torino 2014)

Ligas  Romanzo verista e al contempo intimistico, corale, asciutto, scevro di retorica populista e di tentazioni etnico-antropologiche, anzi disciplinato nei ranghi di un saldo, classico sviluppo affabulatorio – quasi fluminale alla maniera verghiana, – Solo il mio silenzio si lascia avvicinare anche dal lettore meno provvisto di nozioni sulla civiltà della Sardegna (in cui si svolge) senza morderlo con colpi di teatro da tragedia euripidea e neanche incartandolo in eventi d’ambientazione magico-tribale. Infatti il miglior pregio della storia, il cui spettro d’azione si estende tra il 1878 e il 1950, risiede nella capacità di registrare – tramite gli episodi attinti alle vicende di tre generazioni della famiglia Ferrai – i risultati di una vasta escavazione nella coscienza individuale come anche l’analisi di ogni autentico afrore o venefica esalazione di un’isola travagliata e bambina, amara e speranzosa, d’indole cattolica quanto, nel quotidiano incedere delle superstizioni, ritualmente pagana nonché vittima e carnefice, sia nei suoi rapporti di forza interni che in quelli relativi alla storia politica ed economica del resto d’Italia. Aggiuntivamente, qua e là, addensata in grumi di piccole nuvole, vi si coglie, a ben inspirare con occhi e polmoni, qualche salubre pennellata di poesia descrittiva, misurata, gentile, altrove invece disperata e nerissima, ovunque mai forzatamente iperbolica – dunque sussurro: efficace piú di un urlo improvviso all’orecchio.

Certo la lezione della Deledda è implicita – cioè sempre presente nelle radici dalle quali l’opera sorge, o meglio si spinge in fuori con caparbietà a franger la terra riarsa, – però le dimensioni di questo romanzo forse un po’ autoterapeutico (ma non per questo introverso), rimangono entro i confini estetici e creativi di un profilo letterario ben distanziato da qualsivoglia precedente di narrativa regionale sarda in lingua italiana. Nel corso del racconto, al quale sarebbe inelegante e sproporzionato addossare la definizione di saga, gli ingredienti estratti dalla vita intima e sociale dei Ferrai (a partire dal peccato originale di Vittoria) sono presenti, ciascuno nelle dosi che pudicizia e limpidità esigono, al fine di suggerire ma non dichiarare, dire senza esibire, coinvolgere evitando di esortare, in sintesi esprimere fuor d’espressionismo le tappe principali inerenti il percorso di un nucleo familiare posto nello scomodo centro in cui si affrontano spinte etico-morali e modelli comportamentali opposti e conflittuali. Tradizione e innovazione, verità e reticenza, giustizia e iniquità, istinto e ragione, fatalismo e libertà individuale, religiosità e negazione, sentimenti e atarassia, composti a formare il labirintico macchinario (ricordate Tempi moderni di Chaplin?) della perenne lotta fra ruote dentate (a volte mal abbinate) svolgentesi fra mura domestiche, vicoli e luoghi lavorativi.

E la questione femminile, mi si chiederà? Presente, ovvio, nello scheletro e tra le fibre, anzi motore importante del marchingegno, ma restituita come doveva essere nella realtà quotidiana: senza fanatismo, senza spargimento di sangue od esasperazioni comportamentali, come razionalità e buon senso sempre richiedono ad ogni essere umano che voglia conquistare con il prossimo suo la massima dose possibile di osmosi e la minima possibile di guerra e sangue amaro. E questo nonostante l’astio, la maldicenza e la diffidenza della Sardegna di secoli fa. Sí. Sí, e purtuttavia non troppo differentemente da una qualsiasi altra sana famiglia italiana, od anche europea, d’epoca moderna che proceda, dolorante e inquieta, fra la colossale responsabilità dello scandire parola vera, affermativa e non ipocrita, e l’opprimente indispensabilità del tacerla per non compromettere gli equilibri interpersonali. A Milano, Londra o Nuova Delhi. In ufficio o per strada. Qui, entro pagine ben cesellate che – concedendoci una serie di eventi la cui straordinarietà è forse analoga a quella di tante altre comunità – niente hanno in sé di epidittico o didascalico, grazie a un dettato mosso, anzi vivificato da una efficace, pura semplicità d’animo tanto in grado di percepire a fondo quanto incapace di indulgere nella propria, pubblica, sofferenza oltre lo spazio di calibrati, rapidi scorci di meditativa, quasi impersonale descrittività – in odor di similitudine. Ad esempio il seguente passo:

‘‘La vecchia croce sbiadita dal tempo era ancora lí, conficcata nella terra da quel giorno. Si vedeva il numero uno. Si inginocchiò. Le lacrime gli rigarono il viso. Il grido di dolore piú prepotente era il silenzio, perché proprio il silenzio era la vita di quella terra, come quella terra era la vita del silenzio stesso. Era l’eco delle offese inflitte, il dolore che non si poteva raccontare, l’amore che non si poteva esternare. Era la salvezza per i disonesti. La tortura piú subdola per chi era consapevole della verità’’. (P. 195)

Numerosissimi, poi, sono i materiali dialogici e i monologhi interiori, resi in un italiano letterario (sovente misto a tratti di colloquialità non bassa) credibilissimo e quando serve allietato da piacevoli gocce lessicali sarde. O i lampi di bellezza che scivolano dall’esterno all’interno dei personaggi, talvolta irrompendo persino nei loro piú cupi momenti esistenziali… come questo di Juanne Ferrai, che prendiamo sin dal principio dell’azione:

‘‘Uscito dalle viuzze passò davanti alla chiesa già in piena luce, girò di lato e imboccò una mulattiera delimitata da rovi e sambuchi che portava in aperta campagna. Costeggiò distese di verde a tratti già scolorito, contornate da muretti a secco. Un brivido gli scorse lungo la schiena e d’improvviso ebbe la sensazione che si fosse levato un forte vento. Quando arrivò in cima alla collina si fermò. Si ritrovò con il sole in faccia e si portò la mano alla fronte per farsi ombra. Si guardò intorno e si augurò di non incontrare nessuno. Gli piaceva essere da solo in quel momento, osservare dall’alto il mondo intorno. E proprio dall’alto il paese gli sembrò piú bello che mai. Le case in granito brillavano al sole e intorno castagni, querce, ulivi, forse lí da secoli a fortificare il terreno, e poi piú in là il mare a tratti blu intenso, argento e oro, che ogni tanto pareva unirsi al cielo. Quel paradiso gli fermò il respiro, la luce gli scaldò l’anima. Affidò i suoi pensieri all’aria, li lasciò vagare liberi, sperando fortemente che al ritorno in paese fossero meno grevi (…)’’. (P. 20)

A tracciare un bilancio complessivo del lavoro – trascurando qualche refuso e un paio di sviste grammaticali che una piú attenta lettura finale delle bozze ci avrebbe di certo evitato di dover notare – è ovvio concludere le nostre modeste impressioni di lettura con un sentito apprezzamento per questa sincera e soprattutto sonora storia di un silenzio (parafrasando benevolmente la Storia del nulla del Cacciari), cui va aggiunto il doveroso augurio che i nostri grandi editori inizino a prestare piú attenzione ad autori veramente motivati nonché linguisticamente attenti come Ligas, cosí buttando giú dalla babaieca (in lingua sarda: lo strapiombo) i troppi romanzi, usciti negli ultimi anni, nei quali i colloqui – oltre ad essere tedianti, inutilmente carichi di parolacce e ripetitivi – ci vengono restituiti in maniera tale da non farci capire chi stia parlando con chi: per i pronomi personali errati (gli per maschi e femmine!) e per un preteso rigurgito di (plastificato) neo-neorealismo che, invece di trattare l’interiorità umana, ce la rende semplicemente indigesta e ancor piú caotica a causa della sgrammaticata assenza di capacità artistiche nella testa degli autori. O, peggio, non solo priva di tutto ciò, ma addirittura giornalistica. Intemperanza autoriale che giunge all’insulto al cittadino comune, questa. Un’offesa per il nostro portafogli che paga per libro un giornale di dimensioni ridotte.

Ecco. Per evitare entrambi – il rischio giornalismo e il rischio plastificazione neo-neorealistica – dopotutto al baldo, stragiovane autore di belle speranze basterebbe poco sforzo: impiegare un pizzico in piú di tempo per farsi una decente cultura storico-letteraria (italiana non straniera), studiare la grammatica, essere quel che è e munirsi di un po’ di meticolosità e di passione, sia nello che per lo scrivere – traslitterando: provare amore per chi legge… ah, sentimento ormai inesigibile da qualsiasi italico editore o distributore, eppure ancora evocabile, come questo bel romanzo artigianale di esordio ci dimostra placidamente senza inventarsi né possedere inutili anzi fuorvianti manie di grandezza (superavanguardistici sforzi di petto e televisive farse inclusi). No. Solo amore, costanza di studio, chiarezza di intenti e personalità: i quali in Solo il mio silenzio sono i retroscena del libro (presenti in filigrana quando il dolore resta in evidenza) e in Italia, fino a trent’anni fa, erano il corredo minimo indispensabile di un qualsiasi aspirante scrittore che osasse chiedere la mano di una casa editrice (non di facili costumi).

Per non dire dell’operosa umiltà, altra dote traslucente nella Ligas ma ormai sparita dalla circolazione, cosí come la personalità (questa sostituita dall’abilità imitativa di autori cui viene richiesto di assomigliare a qualcuno, non di elaborare e dare alfabeto al proprio microcosmo; altra peculiarità che riteniamo notevole nella presente opera). Infatti un autore che non rimanga umilmente se stesso nella sua scrittura – oppure che non imponga al proprio editore di lasciarlo fuori dalle costrizioni modaiole – forse venderà bene per qualche mese, ma durerà poco. E spesso non sfornerà nemmeno opere che giustifichino economicamente quei lunghi giorni impiegati da editor e consulenti a costruire fame artificiali in laboratori informaticamente attrezzati per confezionare impeccabili alienazioni di massa.

Già, lasciamo la massificazione (e la catena di montaggio) fuori dall’umanesimo. La letteratura è arte di individui e botteghe, come nel Rinascimento (non dimentichiamocelo: l’ultimo periodo di successo mondiale dell’Italia, mai piú replicato fino ad oggi) e togliamoci anche dai piedi i finanzieri e le indagini di mercato. Perché se al Paese reale servono editori veri e seri, capaci di portare alla luce il patrimonio del nostro sottosuolo culturale (ovvero le altre Ligas esistenti ma nascoste), ai creatori di ricchezza monetaria dei consigli d’amministrazione necessitano solo libri che portino cifre in banca e una scaltra furbizia per ottenerli in provetta – abilità queste comunque rare nell’editoria italiana, visto che spesso, come la crisi economica dimostra, tali grandi scienziati-commercianti forniscono solo deficit di bilancio e madornali incapacità gestionali… oltre a libri davvero brutti, volgari e insignificanti – cioè lontani sia dalla nostra sensibilità che dalla nostra reale bruttezza interiore. A dirla tutta: statistiche, fatica, tecnologia e soldi sprecati per dare in pasto alle rotative troppi esatti contrari di questo gioiellino dal preciso titolo Solo il mio silenzio. Intendiamoci: non che nessuno qui ce l’abbia con i plenipotenziari delle attività in sé, quanto con la concezione, imperante oggi, di economia come barbarico disboscamento del bello e dell’utile e sfruttamento intensivo del nulla fatto in serie. L’Autrice stessa stigmatizza il deleterio fenomeno contemplando la morte spirituale e materiale della sua isola d’origine, ridotta a serbatoio di legname e carbone minerale. Noi lo identifichiamo con la decadenza civile e culturale delle Istituzioni e del Paese intero.

Sergio Sozi (28 dicembre 2014)

Annunci

2 thoughts on “Giú dalla babaieca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...