Home

La Divina Commedia tra traduzione e versione.

I tentativi della lingua slovena.

 

La mia curiosità, e di seguito anche questo breve saggio, nasce dal ritrovamento di un articolo del «Piccolo sera» datato 5 ottobre 1965 intitolato Poeti slavi innamorati della letteratura italiana. Hanno fedelmente rispettato la terzina dei termini d’Italia i traduttori di Dante. Ho voluto dare un modesto contributo al già così ampio panorama degli studi danteschi, raccogliendo gli studi fatti da letterati sloveni e da letterati italiani e dando una personale interpretazione di ciò che il mondo slavo ha recepito di Dante. È cominciata così una ricerca degli studi danteschi (che non si conclude qui e non considero esaustiva) ma prima ho voluto rintracciare tutti gli articoli pubblicati a Trieste riguardo questo argomento. Ne è uscita una discreta raccolta[i]. Chi firmava poi questi articoli? Leggendoli attentamente si notava una certa sensibilità artistica nell’esposizione: Cesare Sofianopulo[ii]. Un artista, e precisamente un pittore. Da qui ho cominciato a intuire che per tradurre un’opera è utile, forse anche necessario vederla con gli occhi e la sensibilità propri di un artista.

La ricerca dei testi non è stata facile, così come anche delle biografie degli autori sloveni. Sembra quasi che il mondo slavo sia distante da quello latino, anche se sono vicini di casa. Si osserva una differenza di fondamentale: mondo protestante e mondo espressamente cattolico; alfabeto cirillico e latino.

In un piccolo ma importantissimo libro, il Vilhar[iii] introduce così Dante tra gli Sloveni:

«Soltanto un paese di fiorente economia e pieno di fervore per l’arte, poteva dare un poeta come Dante. È pur vero che la mente e la coscienza di Dante sono eminentemente cristiane, perché nella teologia cristiana egli vedeva la concezione più alta dell’universo, ma con la sua eccezionale forza espressiva poetica e le elevate qualità morali che lo spingevano a trattare nella sua opera di ogni più vasto interesse umano, per primo infranse i limiti del vecchio mondo, precorse lo stesso Rinascimento, e si accostò allo spirito dell’uomo moderno. Nulla di strano quindi, se Dante ebbe tanti ammiratori in Italia già poco tempo dopo la sua morte.

Nei secoli addietro, a noi ormai lontani, Dante avrebbe potuto esser compreso presso gli Sloveni soltanto da poche persone di elevata cultura. Ciò è comprensibile, perché le condizioni sociali e politiche da noi erano allora notevolmente diverse da quelle esistenti in Italia…»

Questo testo scritto in occasione del settecentenario della nascita del grande poeta, ci aiuta a capire come è stata ed è percepita l’opera dantesca tra gli Sloveni. Un interesse vero e proprio, infatti, è rintracciato a fine del Settecento, proprio quando l’Austria ottiene il territorio della Serenissima. È un periodo di profondi mutamenti. La produzione letteraria comincia ad aumentare rapidamente. Le guerre napoleoniche, che diffondono in tutta Europa idee della rivoluzione della borghesia francese, scuotono anche gli Sloveni.

Si presenta il problema della lingua letteraria slovena. Grande importanza è data al mecenate lubianese barone Žiga Zois[iv]. Di padre bergamasco, permeato di spirito imprenditoriale, accomuna le sue doti pratiche a una intensa attività culturale. Intorno a lui, infatti, si raccolgono gli intellettuali sloveni: Valentin Vodnik[v], Jernej Kopitar[vi], Anton Tomaž Linhart[vii] e altri. Questo circolo ha il merito di aver contribuito alla formazione, rispettivamente del primo poeta, del primo linguista e del primo drammaturgo sloveno[viii]. L’attenzione e l’interesse dei vari letterati sloveni, si indirizza anche verso la cultura italiana. È proprio in quest’ambiente che si formano i fratelli Čop.

Matija Čop[ix] comincia per primo tra gli Sloveni ad addentrarsi nello studio di Dante. A Matija Čop, come linguista e critico letterario, stava molto a cuore creare fondamenta più salde alla letteratura slovena. L’importanza di quest’autore è analizzata e contestualizzata nel libro del Perčič[x]

All’amico France Prešeren consiglia, infatti, la lettura del Petrarca e gli fa anche conoscere Dante. Conosce sino nei più minuti particolari gli studi sul grande poeta italiano pubblicati fino al suo tempo[xi]. Lo si deduce da alcuni appunti conservati in cui annota quanto del poeta italiano hanno scritto lo Schlegel, lo Schelling e il Witte. Anche dall’elenco delle opere[xii] della biblioteca del Čop si rileva che accanto agli scrittori italiani del tempo (Manzoni, Foscolo, Pindemonte, Tommaseo) il più rappresentato è Dante.

Matija Čop raccomanda al fratello Janez (1810-1846) di tradurre brani della Divina Commedia. Così, si ha notizia della traduzione dell’episodio del Conte Ugolino dal XXXIII canto dell’Inferno, che dovrebbe risalire al 1835. Purtroppo la traduzione non è mai stata stampata e neppure il manoscritto è stato conservato[xiii].

Come continua il mito di Dante e i suoi traduttori.

La tradizione slovena, a differenza da quella più ricca croata, non si è espressa in due orientamenti diversi: nella consuetudine o esigenza delle imitazioni o nel piacere e nello stimolo delle traduzioni[xiv]. Gli sloveni si sono accostati alla problematica dantesca in un periodo molto recente, mentre i croati già nel cinquecento sviluppavano a imitazioni dantesche. È da segnalare poi, che per le traduzioni slovene si adotta un altro criterio: si tratta di dividere tra le traduzioni parziali – cioè di alcuni canti o solo pochi versi – e le traduzioni integrali – cioè di tutte e tre le cantiche oppure di una sola Cantica per intero.

Introduce poi il Cronia, il capitolo delle «Traduzioni» con alcuni concetti molto importanti:

«…Non più sparuti, sporadici e goffi imitatori, ma traduttori versatili, coraggiosi e dotti che all’opera di versione guardano come ad un mezzo per arricchire la lingua e la letteratura nazionale o come ad atto di emulazione poetica e di simpatie letterarie personali. E nel loro lungo arco le traduzioni rispecchiano anche la graduale maturazione del concetto e dell’arte del tradurre, che da prima si limita a una modesta “nostrificazione” semantica e stilistica, e poi, via via, si raffina e perfeziona sempre più nell’armonizzare poesia e “ri-poesia” o “trans-poesia” senza “rompere tutta sua dolcezza e armonia”. Così da cantilenanti ottonari a rime alternate si arriva al tipico endecasillabo giambico della classica terzina dantesca.» [xv]

Citando il Bressan[xvi] si può avvertire il lettore che la difficoltà maggiore della traduzione sta nei rapporti che la traduzione intrattiene – oltre che con il testo in uscita – con il traduttore e con l’extra testo linguistico, culturale e storico, nonché con il problema dell’autonomia e dei valori (poetici, letterari e linguistici) che la versione può assumere nella lingua d’entrata e per il pubblico cui è destinata. Risulta così che i traduttori delle lingue non romanze, e nello specifico della lingua slovena, incontrano moltissimi problemi tra cui le rime piane (o “femminili”), mentre abbondano quelle maschili[xvii]. Accenno solo poi alla seconda particolarità della lingua slovena rispetto a quella italiana: manca l’elisione (sia la sinalefe sia la sineresi) e l’enorme difficoltà dei rimatori sloveni a trovare la terza rima – si rivelerà il punto debole della maggior parte dei traduttori sloveni. Per spiegare questa difficoltà, mi avvalgo di una più generale definizione del verso eroico per gli Slavi, tratto dal Brunelli[xviii], che è un decasillabo sciolto di speciale fattura; e quindi le prime versioni dantesche[xix] sono in decasillabi così fatti. Continua poi il Brunelli, «è un verso semplice, troppo popolare, come sono semplici e popolari i canti epici in cui ricorre. Formato per usare il linguaggio della metrica classica, da cinque trochei, è diviso in due emistichi da una dieresi dopo il secondo piede. Non c’è elisione, cioè una parola che finisce in vocale, non elide l’ultima sua sillaba con la prima della parola seguente, che comincia per vocale. Il poeta, anzi bada scrupolosamente a due cose sole, all’esatta posizione della dieresi e al numero delle sillabe: invece non cura sempre il combaciare dell’accento grammaticale con l’ictus delle arsi trocaiche. Tale differenza non si avverte quando la poesia è cantata dal guslaro, perché la sua monotona cantilena si accorda comunque allo schema cadenzato dei trochei, anche se questi non ci siano ritmicamente in tutti i posti. Ma nella recitazione, specie alle nostre orecchie, ne deriva un po’ di dissonanza, e per il difetto delle elisioni, e per il difetto degli ictus. La riproduzione di questi decasillabi è molto difficile in italiano, perché noi abbiamo molti monosillabi atoni, enclitici e proclitici, non monosillabi fortemente accentati»[xx].

Altra considerazione da fare è il contesto storico sloveno, che a detta del Bonazza[xxi], per gli sloveni è quello della monarchia asburgica[xxii]. Ed è solo con il periodo del Romanticismo – quando in Germania e di seguito agli studi dello Schlegel[xxiii] – che Dante è inteso con nuovo interesse. Ed è proprio Jernej Kopitar, il primo linguista sloveno, che conoscendo lo Schlegel porta il primato del risveglio di questo interesse in Slovenia. Mentre i primi che osano cimentarsi con la traduzione dantesca sono i già citati fratelli Čop.

Questa voglia assoluta di fedeltà traduttiva, che nelle prime traduzioni era intesa filologicamente come la riproduzione metrica del modello originale si rivelerà come il limite da superare. Il primo ad avere una felice intuizione fu il Vrchlicky[xxiv], il quale intese che l’unica traduzione corretta sarebbe la non rimata[xxv] – anche se la sua traduzione ha il grande merito di aver conservato e riproposto le terzine dantesche[xxvi]. Intuizione sviluppata nell’opera del Capuder[xxvii], il quale capirà anche che il vero problema sono i rapporti che intercorrono tra la lingua e i suoi contenuti e strutture, lessico-sintattici, semantici e figurali[xxviii]. Quasi come se la Divina Commedia fosse stata intesa come esercitazione teorica di metrica; ma è la trasposizione della complessità di un’intera realtà storica, che poi il genio dantesco ha reso rimato. La cultura slovena non possiede la libertà espressiva e nemmeno i labirinti sintattici in cui Dante sviluppa il suo “racconto”. Bisognerebbe, forse, prendere in considerazione l’evolversi della lingua slovena dal «primitivismo debole degli inizi fino alla maturità espressiva di oggi. Un percorso che conta poco più di cent’anni»[xxix].

L’allegoria nella lingua slovena non riesce ad assolvere alle sue funzioni: accostamento o appoggio a convenzioni di livello filosofico o metafisico (per dar vita ad una delle 4 interpretazioni: delle lettere, allegoria, morale, anagogico). Questo perché il legame tra oggetto significato e immagine significante nell’allegoria non è propriamente arbitrario e intenzionale, a differenza del simbolo in cui è piuttosto convenzionale: esso non può essere decodificato in maniera intuitiva e immediata ma richiede  un processo razionale e intellettuale, ed è comunque sempre relativo, nel senso che è suscettibile di una discussione critica che si sviluppa nella fase di interpretazione. A questo proposito indico qui la definizione data dall’Ocvirk[xxx]: «Nel momento in cui noi apriamo la strada all’allegoria, procedimento diffuso specialmente nell’Evo Medio e successivamente ambito da alcune correnti letterarie del XIX sec., è naturale l’allontanamento dalla realtà e le conseguenze sono imprevedibili, lungimiranti». Forse il trapasso dantesco qui davvero non può essere inteso anche perché l’autore si appoggia alle teorie interpretative dello Staiger[xxxi], per il quale bisogna leggere solo l’opera e non di certo sforzarsi di individuare cosa ha portato alla sua creazione.

Gli sloveni hanno, infatti, a lungo concentrato i propri sforzi nella direzione del rispetto della rima, facendo poi coincidere e identificare, la poeticità con la metricità, creando così a distorsioni semantiche, sintattiche, figurali e di fondo. È anche vero però, che il Bressan insiste sulla figura del traduttore/filologo[xxxii]. Il filologo deve ricostruire la volontà ultima dell’autore[xxxiii], il traduttore invece deve mettere questo testo in un’altra lingua. Forse qui si chiede troppo agli interpreti. È necessario individuare il corrispondente a livello culturale in sloveno rispettando però il dato testuale. Si può qui concludere che queste artificiose e difficilissime torsioni traduttive riducono le possibilità d’espressione e forse hanno provocato un appiattimento del testo nel suo complesso, e non solo nel ritmo. Per una più completa ed esaustiva spiegazione rimando al volume del Bressan.

Il culto di Dante continua anche dopo il Trattato di Parigi[xxxiv], con significative interruzioni. Si ha notizia di una conferenza, tenuta nel 1959 a Capodistria da Umberto Urbani su Dante e gli Slavi[xxxv]. Il capodistriano Umberto Urbani è l’autore di molte traduzioni di poeti cechi, serbi, croati e sloveni; fu per molti anni docente di lingua e letteratura serbo-croata nell’Università di Trieste[xxxvi].

Si ricorda che in occasione del VI centenario della morte del Poeta, lo sloveno Alojzij Res pubblica, un volume Dante al quale hanno collaborato molti studiosi sia sloveni sia italiani. Citiamo ora alcuni traduttori di Dante, quali Jože Debevec[xxxvii], Oton Župančič[xxxviii], Tine Debeljak[xxxix], Alojz Gradnik[xl]. Di grande interesse risultano i seguenti articoli: Aleš Ušeničnik[xli], Dante e la filosofia; Josip Puntar[xlii], Dante e Prešeren; Jože Debevec e la prima bibliografia delle opere di Dante. Questo libro propone anche la versione del Canto V dell’Inferno del poeta e traduttore Oton Župančič[xliii] – filologicamente parlando, ed essendo bilingue chi vi scrive, posso anticipare che è l’autore che più di tutti ha saputo trasmettere la poetica dantesca nella giovane lingua slovena.

Il Rebula[xliv], ma anche il Bressan sono concordi nel dire che è proprio lui a inaugurare una nuova tradizione della traduzione della Commedia, con una lettura libera e laica, che però non spezza ne supera il complessivo modello metrico del Debevec. Ma volendo sostenere la bravura filologica del primo e la bravura artistica del Župančič[xlv], si presenta la traduzione della famosa terzina in cui Virgilio rimbrotta Minosse: «Non impedir lo suo fatale andare:/ vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare». – «Ne preči mu nikar usodne poti / tako je volja tam, kjer je mogoče / vse, kar se hoče, to dovolj naj boti»[xlvi]. Peccato che non abbia affrontato anche il delicato e spesso tinto di patriottismo canto IX[xlvii].

Sfioro solamente la presunta prova dei fratelli Čop[xlviii] e cito però l’influenza del maggior poeta sloveno Prešeren, che ha il merito di aver trapiantato nella letteratura del suo popolo il dolce stil novo[xlix]. È infatti proprio in una delle sue poesie[l] che introduce e fa conoscere il grande poeta. Leggendo il Prešeren[li], dunque, si veniva a conoscere Dante[lii]. Riporta poi il Legiša[liii] un poema composto da Jernej Levičnik di 9800 versi in cui l’autore descrive un viaggio dantesco nell’oltretomba. Questo testo è oggetto di studio della pubblicazione del Koblar[liv]; ci chiarisce infatti che questo viaggio, sebbene ispiratosi alla Divina Commedia, ha delle caratteristiche uniche. Traduco qui il passo riportato dal Perčič che ci aiuta a capire l’argomento di quest’opera: la redenzione del mondo dopo Cristo e dopo la fondazione della Chiesa, istituzione divina, che combatte e soffre sin dalla sua nascita; una lotta eterna, senza fine. Non trascurando però di narrare anche della purificazione, della redenzione nonché della dannazione[lv]. Termina poi il Koblar[lvi] che sebbene l’opera sia stata concepita come un poema epico non troviamo un elemento costitutivo abbastanza forte. Troviamo una cornice barocca che delimita una interpretazione con un consenso generale d’idee che si riducono in mera retorica.

Puntuale è anche la citazione, fatta dal Vilhar[lvii], su di uno studio dantesco ad opera di J. Primorski (pseudonimo di Franjo Zakrajšek)[lviii] su Dante Alighieri e il suo tempo. L’autore divide la materia in più parti: da una situazione italiana tra i secc. XIII e XIV, alla vita di Dante con una sezione dedicata alle opere e infine un capitolo tutto riservato alla Divina Commedia. Anche quest’autore lascia trasparire una certa preferenza per l’episodio del Conte Ugolino, scrive infatti sempre nello stesso articolo: «questo episodio è trattato da Dante nel XXXIII canto con mano magistrale». Proseguendo con la citazione dell’articolo si capisce che gli Sloveni cominciano a intuire la grandezza dell’opera dantesca. Almeno per quanto riguarda la saggistica. Il Primorski aggiunge poi «Dante nella sua Commedia si servì di molti termini e di versi latini arricchendo così il proprio linguaggio poetico. Inoltre fece proprie molteplici espressioni tratte da diversi dialetti italiani. Si può quindi considerare Dante senza alcuna riserva padre e creatore non soltanto della poesia italiana, ma anche della lingua italiana in generale». Concludendo poi: «In chiusa a questo saggio esprimiamo il sincero desiderio che anche i nostri scrittori possano trapiantare qualche fiore del dolce clima italiano nelle aiuole della letteratura slovena». Questo è il tessuto, il presupposto culturale sul quale si colloca la pubblicazione del Koseski. Si è intuito dunque, che è la varietà e la vastità dialettale della lingua italiana a contribuire il nascere di un’opera così complessa. Questa stessa tortuosità che permette il fiorire di contrapposizioni che poi meravigliosamente si tramutano in terzine. Ecco spiegate, anche se dieci anni prima, le basi teoriche che, insieme alla corrente letteraria di allora, indussero il Koseski ad adottare i vari dialetti sloveni.

I seguenti due autori, s’inseriscono in una corrente dell’evoluzione della lingua slovena molto particolare, detta Illirismo[lix], che incontra le origini della lingua slovena in quella croata. Sono infatti assertori di una necessaria combinazione delle due lingue. La prima traduzione in seno a questo indirizzo di pensiero è del 1837 ad opera di Stanko Vraz[lx]. Una traduzione definita per lo più pionieristica, ma è il primo a proporre la traduzione del III Canto dell’Inferno[lxi], nel quale raggiunge per Caronte ritmi vigorosi dopo aver però invano provato già col Primo e col Trentesimoterzo, dei quali lascia soltanto frammenti[lxii]. «Ed il giudizio positivo si limita solo a questo episodio»[lxiii].

La prima versione integrale dell’Inferno in sloveno (i cui primi cinque canti escono nel «Letopis Slovenske Matice» del 1877, l’anno seguente invece l’Inferno è pubblicato per intero sempre per la stessa rivista) è quella del regio funzionario delle finanze asburgiche, Jovan Koseski[lxiv]. Traduzione, che secondo il Rebula, per prima ha lanciato «un triste stile traduttivo»: assoluta conformità metrica all’originale. La giustificazione risiede in quel particolare periodo che stava attraversando la lingua slovena, cercava di evolversi ma nel Koseski questo si è trasformato in un accavallarsi di termini dialettali, neologismi ma anche in forzature verbali con suffissi e prestiti da altre lingue (soprattutto dal serbocroato). Quest’ambiguità è presente già nell’attribuzione del titolo: Paklo e non «pekel», oppure Nebeška komedija e non «Božanska komedija». Scelte stilistiche che trovano però larghi consensi presso il direttore della Società letteraria slovena: Janez Bleiweis[lxv]. Il Koseski era molto apprezzato nel circolo bleiwesiano, hanno contribuito infatti alla continuità del lavoro koseskiano nonché alla pubblicazione delle sue opere. Continua poi il Rebula «che tutto ciò non giustifica le sue orripilanti caricature che snaturano lo spirito della Commedia[lxvi]». Definisce la lingua del Koseski come «una baraonda linguistica metricizzata». Il senso allegorico non è inteso, ma addirittura storpiato. Il Vilhar[lxvii] si domanda, senza darsi risposta, perché il Koseski abbia deciso di intraprendere un’impresa così imponente. Gli indica come probabile merito il fatto di aver contribuito a far crescere l’interesse per Dante tra gli Sloveni.

Del pari poco vicino alla poetica dantesca è Franjo Zakrajšek[lxviii], che dà alle stampe nel 1885[lxix] il Canto XXXIII dell’Inferno, il famoso canto del Conte Ugolino. Bisogna però ammettere che certe sue dure e crude parole sono molto efficaci a rendere un verso (v. 58) come «Ambo le man per lo dolor mi morsi» in «V obe zdaj roki zasadim zobe»; oppure quelli (v. 66) «Ahi dura terra, perché non t’apristi?» in «Oj grozna zemlja, kaj se nisi odprla?».

Degno di nota, secondo il Vilhar[lxx], è un traduttore saltuario, Ivan Jurič. Per un suo studio su Il Faust di Goethe e la Divina Commedia di Dante[lxxi],nel 1890 ha tradotto ottantadue versi (32 meno dello Zakrajšek e solo tre versi dell’Inferno – Canto IX, vv. 61-63). Si tratta di una traduzione frammentaria, ma costituisce ugualmente un progresso rispetto a quella di Zakrajšek. Vi si nota un maggior impegno e un più coscienzioso accostamento a Dante. Jurič, nativo del Collio nel Goriziano, giudicato molto dotato e se la morte non lo avesse strappato in giovane età, avrebbe certamente proseguito nella traduzione di Dante. Ha cominciato a lavorare sulle traduzioni a ventidue anni appena.

La saggistica invece si ripresenta con un argomento nuovo: la ricerca di riferimenti agli Slavi nella Divina Commedia. Un opera di Rajko Perušek che riassume e propone per la prima volta al pubblico sloveno, le varie teorie in merito alle leggende dantesche[lxxii].

Con Jurič si conclude la fase dello studio parziale di Dante presso gli Sloveni. Il grande Fiorentino doveva attendere ancora alcuni anni, prima che un poeta vero, colto e di ferma volontà si accostasse alla sua opera per trasmetterla agli Sloveni. Il Vilhar[lxxiii] definisce la ripresa, ad opera del Debevec, come poderosa ma anche come una svolta.

A differenza del Koseski e dello Zakrajšek, al momento di scegliere il proprio modello traduttivo, Debevec[lxxiv] si trovava a guardare il testo con occhi diversi: era infatti innanzitutto un filologo, poi classicista e infine slavista. Risulta però incastrato nella rigida formazione filologica del tempo: quella che, purtroppo, lo porta a recepire la fedeltà traduttiva come riproduzione metrica del modello originale. Scelta approfondita e debitamente motivata nel già citato volume del Bressan[lxxv]. Rileva poi il Rebula che, a differenza del Koseski, il Debevec fa spesso seguire nel commento il riferimento al vocabolario di Maks Pleteršnik (1894). Non si rifugia cioè nella moltitudine di neologismi ma rimane fedele al testo riferendosi alla lingua ospite nelle sue possibilità e anzi, nelle sue varietà. Un fatto lo rende però più vicino al nostro Poeta: la sua religiosità. Questo gli regalerà una sensibilità maggiore nel difficile approccio al mondo della Commedia. Era diventata l’opera della sua vita, la rivista «Dom in Svet» l’ha pubblicata, a intervalli, per sedici anni: L’Inferno, 1910-1911; il Purgatorio 1915-1920; il Paradiso 1921-1925. Un filologo dunque, che prima di tutto traduce l’opera in prosa, aiutandosi con la traduzione croata e poi ricerca la forma poetica[lxxvi]. La sua rigidità filologica però, ci dice il Rebula, raggiunge effetti ragguardevoli anche dal punto di vista artistico. La sua importanza risiede soprattutto nell’aver dato agli Sloveni la prima traduzione integrale della Commedia corredata da una introduzione, ha anche il merito di aver dissodato linguisticamente il poderoso tessuto espressivo del capolavoro di Dante, spianando così la via ai suoi successori. Né attingeranno variamente il Debeljak e il Gradnik[lxxvii]. Molto importanti sono anche i suoi commenti e proprio per questi, è considerato il primo dantista fra gli Sloveni. La sua opera dunque, diffonde Dante tra gli Sloveni, la troviamo infatti nel 1912 tra le antologie di letture slovene per la classe quarta dei ginnasi. Dante entra nei programmi d’insegnamento delle scuole medie[lxxviii], ma vi sono anche molte pubblicazioni in vari periodici sloveni.

Molto importante sono i suoi commenti. Il Vilhar considera un vero peccato che quest’opera ultimata nel 1925, non sia andata alle stampe e poi proposta nella sua interezza[lxxix]. Ma la storia ci ricorda che questo periodo porta le persone ad occuparsi più dell’odio che della cultura. Il territorio che ora fa parte della Repubblica di Slovenia, in quel periodo è conteso da tre nazioni[lxxx]. È naturale dunque, che la ricerca di uno spirito nazionale abbia il sopravvento sull’apertura alle altre culture.

Cronologicamente seguono ora le traduzioni del Župančič (1914: I, Inferno; 1921: V, Inferno) dell’Ušeničnik (1914: XXXIII, Paradiso). Del poeta traduttore si è già accennato sopra, mentre dell’Ušeničnik parlo ora. Filosofo neotomista e continuatore in Slovenia delle teorie filologiche del Philaletes[lxxxi] (Giovanni re di Sassonia il primo traduttore tedesco della Divina Commedia), ha innanzitutto il merito di aver creato la terminologia filosofica slovena. Non a caso ha scelto infatti di tradurre il canto della preghiera di S. Bernardo (XXXIII, Par.), dove è espresso il dogma della Madonna. È il caso di aprire una breve parentesi sull’allegoria dei teologi[lxxxii]. Tutti i medievalisti ben conoscono la classica definizione fornita da S. Tommaso d’Aquino poco dopo l’inizio della Summa Theologiae: successiva è poi la suddivisione del secondo senso, lo spirituale, nei soliti tre – allegorico, morale e anagogico. Ma la distinzione fondamentale, quella che S. Agostino esprimeva parlando di un significato che è in verbis e di un altro significato che è in facto[lxxxiii]. Un’allegoria dei poeti e un’allegoria dei teologi: l’Epistola a Can Grande non fa distinzione. «L’Epistola parla del modo in cui deve essere inteso un poema, e, togliendo dalla Sacra Scrittura l’esempio di allegoria che adduce, essa ha evidentemente presente quella specie di allegoria che è propria dei teologi; indica quindi un poema in cui il primo senso, il letterale, va preso allo stesso modo del senso letterale della Sacra Scrittura, cioè come un senso storico. Ed è fondamentale determinare il primo senso con cui leggiamo la Divina Commedia, perché in questo poema abbiamo a che fare non con un significato solo, ma con due e la natura del primo determina necessariamente la natura del secondo significato. Nel caso del primo significato fittizio, quale si ha nell’allegoria dei poeti, qualsiasi interpretazione parlerà sicuramente di un significato esterno e un significato interno – di un secondo significato trasmesso ma anche, in qualche modo, deliberatamente nascosto dall’involucro, dal velo di un significato fittizio che lo avvolge.

L’allegoria dei poeti, come Dante la presenta nel Convivio, è essenzialmente un’allegoria che consiste in «questa cosa per quella», «questa rappresentazione al fine di dare (ma anche nascondere) quel significato». Ma l’Epistola a Can Grande ci rinvia ad un’altra allegoria: «questa cosa e quella». Il primo è un significato in verbis; il secondo è un significato in facto: le parole hanno un significato reale in quanto indicano un evento reale; l’evento ha a sua volta significato perché gli eventi (che sono opera di Dio) danno anch’essi, come le parole, un significato, un senso superiore e spirituale.»

La traduzione ha un doppio valore e si basa sia sulla bravura del traduttore che sulla sua scienza della Chiesa. È riuscito infatti innanzitutto a tradurre, ha trasferito dall’italiano allo sloveno, ha usato le scienze slovene come base unica e sfondo per appoggiare il delicato tema dantesco; sul modello filosofico-morale-religioso, così definito dal Vallone[lxxxiv]. Forse è anche uno dei pochi che ha intuito la profonda religiosità che permea l’opera tutta nonché il senso anagogico[lxxxv].

Rammenta il Vilhar[lxxxvi], che nell’anno 1921, in concomitanza con le celebrazioni per il sesto centenario della morte del poeta, è rifiorito l’interesse per Dante. Giornali e riviste dedicano spazio alle pubblicazioni in merito agli studi danteschi e ai saggi. Queste celebrazioni culminano poi nel volume di Alojzij Res[lxxxvii].

Gli anni che seguono, sono segnati dal secondo terribile conflitto mondiale. Solo il Gradnik continua a lavorare e infatti dà alle stampe la sua Italijanska lirika[lxxxviii], che abbraccia anche la traduzione di alcuni sonetti di Dante. Degno di essere menzionato è anche lo studio di Stanko Leben e il saggio Il problema di Beatrice di Dante[lxxxix].

Una nota storica qui acquista una piega problematica: la guerra di liberazione nazionale slovena divide il popolo in due. Da una parte le forze della rivoluzione e, dall’altra, quelle della controrivoluzione. Nota poi il Vilhar[xc], che proprio durante questa lotta Tine Debeljak conosce Dante. Le sue prime traduzioni sono corredate da ampie spiegazioni sulla struttura della Divina Commedia, e grazie al suo lavoro gli Sloveni apprendono molte nuove cose. Ma, come già detto sopra, siamo in un periodo di lotta, di lotta di liberazione, è tempo dell’odio e della poesia impegnata. Nuove correnti nazionaliste prendono ora il sopravvento.

Dopo la Seconda guerra uscì la seconda traduzione integrale, la Divina Commedia del Debeljak[xci], ora profugo in Argentina (1960). Nel 1959 Alojz Gradnik[xcii] dà alle stampe a Ljubljana l’Inferno, pure rigidamente tradotto in endecasillabi in terza rima. Tutte rigorosamente prigioniere della corrente traduttiva ottocentesca, specie germanica e slava, che identifica metricità e artisticità ed entrambe con la poeticità del testo: ma con qualche differenza riconoscibile [xciii]. Rileva il Rebula che entrambe si sono «appoggiate significativamente» alla traduzione del Debevec.

Come ho già anticipato prima, solo con il Capuder[xciv], e siamo nel 1972, abbiamo una considerazione più strutturale sia del problema metrico che di quello traduttivo in generale[xcv] con l’edizione integrale del poema. Sceglie infatti di rimanere fedele più al senso che alla cornice metrica[xcvi].

Compito ben difficile, per uno sloveno, accostarsi al sacro poema di un sommo poeta, fiorito nel mondo sette secoli fa, con la «ancora povera lingua della piccola Slovenia, lingua formatasi in gran parte negli ultimi cento anni. Ecco perché il Debeljak[xcvii] adotta un metodo suo per adattare le terzine di Dante in terzine slovene: verseggia con una certa libertà discorsiva, chiara, briosa, riversando il contenuto, cioè tutto il senso dantesco, in una consona forma quale poteva sintatticamente dargli la lingua slovena e vi è pienamente riuscito. Pertanto egli è spigliato, scorrevole, leggibile più di ogni altro, affidando una maggiore comprensibilità a un suo largo uso di verbi; il suo modo sa forse di un carattere più popolaresco, ma ha trasportato Dante al nostro tempo, per farlo meglio intendere. Gli toglie però qua e la il nerbo, quel suo adamantino vigore che è sua essenziale qualità, per attenuarlo un po’, per avvicinarlo di più a noi, abbassando l’altera fierezza dell’originale a un discorso familiare»[xcviii]. Il Rebula tende a sottolineare soprattutto le metafore arbitrarie e le similitudini un po’ forzate: questa discordanza di tono però rappresenta una tappa importante nello sforzo secolare di dare a Dante una veste slovena non indigena. Questa penetrazione è forse resa più difficile proprio perché il territorio linguistico sloveno gravita nell’area culturale tedesca sino al secondo conflitto mondiale. Solo allora la cultura slovena si svincola dall’influsso culturale tedesco per seguire una via autonoma. Con ciò finisce anche il ruolo di intermediario diretto o indiretto che questa ha per ciò che concerne la penetrazione di Dante nella cultura slovena[xcix]. Gli viene però riconosciuta una superiorità artistica, limitata all’Inferno, rispetto al Debevec e al Gradnik. Molto importante è anche la sua prefazione all’opera: infatti questo suo studio introduttivo è molto completo e vasto. Continuando poi nell’analisi, il sempre molto attento Rebula nota che a differenza del Gradnik, le rime del Debeljak[c], anche se si appoggiano su quelle del Debevec, sono autonome, personali e con «rari imprestiti».

Così aveva fatto anche Ciril Zlobec, che traduce il Primo e il Terzo Canto allontanandosi dalla complessità dantesca. Il Bressan nota infatti, che ha cercato di modificare il modello traduttivo tradizionale sia sul versante linguistico, con il ricorso a un linguaggio più sciolto e attuale, sia sul versante prosodico, con il ricorso sistematico alle rime maschili. Il Rebula invece rileva che questa innovazione è solo superficiale, infatti ha pareggiato le rime femminili e quelle maschili ottenendo una modernizzazione rigida, pari a quella della tradizione. Lo preferisce come traduttore della Vita Nuova. Continua però a distinguersi in maniera positiva, l’Inferno di Alojz Gradnik, un poeta che ha saputo intuire la poetica dantesca. Tradurla forse anche; non manca l’appunto del preciso Rebula che ricorda attraverso una serie di esempi documentati la possibilità di definire la sua opera come un rimaneggiamento della versione del Debevec. Un merito che sicuramente gli appartiene sono le sue traduzioni di tutti i nostri più grandi poeti[ci].

Concludo qui la prima parte di questo articolo e mi riservo di presentare alcuni esempi di traduzione e analisi di queste traduzioni in un successivo saggio che sto completando.

La difficoltà delle traduzioni, alcuni esempi.

Inferno IX, vv. 110 -114: “e veggio ad ogni man grande campagna / piena di duolo e di tormento rio, / sì come ad Arli, ove il Rodano stagna, / si com’a Pola presso del Quarnaro, / che Italia chiude e i suoi termini bagna,…

Vediamo lo sloveno Debeljak: “Kot v Arlu, kjer preneha Rodan s padi, / kot v Pulju spod Kvarnerskega saliva, / kjer morje zadnje itàlske meje gladi” (“Come ad Arli, dove cessa il Rodano con le cascate, / come a Pola sotto il golfo del Quarnero / dove il mare accarezza gli ultimi confini d’Italia”). La traduzione è forse un po’ più libera, ma mantiene il significato.

E il Gradnik ancor più fedelmente traduce questi versi così complicati; infatti, per la rima dovette alterare il verbo “stagnare” del Rodano, con due parole che gli arginano il corso e la superficie: “kot v Arlu, Rodan zajezi gladine, / in kakor v Pulju, kjer Kvarner zapira / Italijo in moči nje brežine” (Come ad Arli il Rodano argina il corso / e come a Pola dove il Quarnero chiude l’Italia e bagna le sue sponde).

Ma qual è il vero spirito dantesco? Cos’è che gli sloveni, e qualsiasi altro traduttore, dovrebbe saper interpretare? Bisogna odiare il mondo in cui si vive, non piegarsi a lui, subire il terrore, soffrire di smarrimento ma anche di voglia di elevazione? Forse l’ideale e l’ammaliante visione dell’aldilà sono la somma di una cultura vecchia di millenni? Purificazione, elevazione, sì perché ogni vero poeta deve far capire i sentimenti, colorarli. Dante ha raccontato, attraverso una mistica forza e la creazione di miti personali, che noi abbiamo tradotto in vero patriottismo, l’incontro con la Divinità. I vari significati di questo cammino li lascio al prossimo nostro incontro.

Perché Dante ha scritto la Divina Commedia? Cosa lo ha mosso? Perché vi sono quattro sensi, modi di interpretarla? Cosa significava veramente essere esule, nel 1300? Filologia è anche questo, riportare il testo alla sua forma originaria, comporta conoscere anche il contesto storico. Il Vallone[cii], citando il Varchi, sottolinea che Dante non solo è lo scienziato di una scienza universale o sommo per una somma di nozioni che solo il Medioevo qualificò «di scienza»: è il filosofo di un pensiero concreto, espressione di una dottrina che il Rinascimento ha ricostruito su nuove e salde fondamenta.

Tradurre significa importare tutta una serie di ideologie nonché significati, che hanno senso solo in quel contesto espresso con quella lingua; è anche restauro di un mondo letterario e morale[ciii].

Realtà imprescindibile la parola-immagine, la parola-espressione, la parola-sentimento: essa, nei suoi modi e toni, possiamo tentare di riprodurre, ricercandola e inseguendola nelle vicende della tradizione, e poi rivivendola dentro di noi nella lingua nostra e del nostro tempo, rompendo e disfacendo ogni diagramma letterario-retorico, e con misure e ritmi quali la natura e il sentimento ci suggeriscono. Percorrere e battere e ripronunciare la parola, risentirla nel suo cuore e coglierne ed esprimere gli scatti luminosi e illuminanti, questo può e deve essere il proposito primo, la preoccupazione capitale del traduttore.

Evidente come la nuova creazione poetica in cui consiste il tradurre si arricchisca di contenuti storici quali antefatti o presupposti della sua genesi: si connette, anziché sciogliersene, col momento ermeneutico, con l’intelligenza del testo[civ].

Siamo ai limiti della fedeltà, la quale, sia chiaro non è la fedeltà meccanica ai vari elementi semantici né l’automatica fedeltà grammaticale né quella fraseologica assoluta né la fedeltà scientifica alla fonetica del testo. Ecco, la fedeltà della traduzione poetica è la fedeltà alla poesia. Questa è la regola: il traduttore deve, prima di operare, non solo aver sentito, ma avere identificato la poesia tanto nei fini come nei mezzi[cv].

C’è ancora bisogno di una riconvalida teoretica della positività del tradurre? Traduzione come creazione: ebbene, non c’è creazione (o ri-creazione) che non sia sempre traduzione, coscienza di una realtà che solo in apparenza e per metafora il comune linguaggio suole indicare come altra. Allora la poesia appunto dantesca, la sua musica e musicalità, non sono qualche cosa di esterno, di alieno, una verità assoluta e immutabile e astratta, bensì una verità mobile, concreta e viva; la quale si deve e si può ammirare ed amare, ma ammirare ed amare in quanto la si riconquista ogni volta e al si fa propria[cvi].

Ma lo sloveno, può contenere tutto ciò? Anzi, i limiti che lo caratterizzano, riescono a esprimere tutta la complessità dantesca? Per parafrasare il Vallone posso dire che il concetto di missione o quello di profezia o quello di redenzione e altri, di cui ci si avvale nelle divulgazioni interpretative; hanno tutte un significato universale. Sempre attraverso le parole del Vallone si può intuire come un Dante latino cristiano e mediterraneo si passa a un Dante italiano tedesco francese slavo e così via. L’universalismo del suo progetto politico e civile, che gli antichi colorirono di Medioevo, scende a nazionalismo o anche a simbolo di partiti e movimenti concreti. Le sovrastrutture sono molte e a un errore di base generale e comune (la confusione della società medievale e stato moderno) si sovrappongo errori particolari e delimitati ma plurimi nella loro diffusione, errori in buona fede ed errori in mala fede, ingenuità e malizie[cvii]. Occorre forse ribadire l’assoluta necessità di un ottimo commento nonché del buon lavoro filologico? Forse bisogna ricordare che Dante usa ciò che la lingua italiana gli permette, sia come metrica che come espressioni? Perché non tradurre sapendo che ciò che conta veramente è poter esprimere l’intento dantesco e cercare nella lingua “ospite” quello che potrebbe rappresentarlo al meglio? Cioè se l’endecasillabo è l’espressione rimata italiana e se si vuole proporre la poesia, perché non usare la forma poetica più rappresentativa della lingua che si accinge a ospitare questo enorme poema? D’altro canto però si può suggerire la versione in prosa, si conserva il messaggio, ma non l’enorme complessità poetica.


[i] C. SOFIANOPULO, Dante e la Regione Giulia nella conferenza del prof. Gentile, in «Il Piccolo» (9 marzo 1927); C. SOFIANOPULO, Il nostro sommo poeta nel pensiero di Cesare Sofianopulo. L’influenza di Dante sulla poesia ungherese, in «Piccolo Sera» (12 febbraio 1966); C. SOFIANOPULO, Poeti slavi innamorati della letteratura italiana. Hanno fedelmente rispettato la terzina dei termini d’Italia i traduttori di Dante, in «Piccolo Sera» (5 ottobre 1965); C. SOFIANOPULO, Dante, poeta italico, bussola e faro per il mondo slavo, in «Piccolo Sera» (21 settembre 1965); C. SOFIANOPULO, Dante poeta universale affratella tutti i popoli, in «Piccolo sera» (11 agosto 1965); C. SOFIANOPULO, Universalità del sommo poeta. Il culto di Dante sull’altra sponda dell’Adriatico, in «Piccolo sera» (23 novembre 1965); C. SOFIANOPULO, I fraterni rapporti di un nostro concittadino con un pittore croato. Un’amicizia alimentata sull’altare, in «Piccolo sera» (27 agosto 1965); E.D. RUSTIA-TRAINE, Al di là dei mutamenti politici e delle occasioni storiche. Dante nelle letterature slave. Echi e risonanze fra cecoslovacchi, serbi e croati nell’opera e negli scritti di Arturo Cronia che si impongono anche come contributo specifico alla dantologia europea. Ricerca profonda svolta rigorosamente sul filo conduttore proprio a una metodologia caratteristica e peculiare, in «Il Piccolo» (11 giugno 1965);

[ii] B.M. FAVETTA, Cesare Sofianopulo, Trieste, Edizioni della Cassa di Risparmio di Trieste, 1973. «Nasce il 28 maggio 1889 Trieste, di nazionalità greca. Pittore ma anche traduttore soprattutto di poeti stranieri: Fiori del male (Cappelli, 1938 e Del Bianco, 1967); Poems, di E.A. Poe; Sapesse, di Paul Verlaine; Canti, di François Villon; 350 liriche neo-elleniche; sessanta sonetti di Lorenzo Mavilis; L’inno alla libertà di Solomòs (ed. Golfo, Trieste, 1951); venti sonetti ispirati a Dante; 160 liriche di Petöfi; alcune poesie tedesche fra cui certe di Rilke (tutte inedite ad eccezione delle due segnalate con l’editore e l’anno di pubblicazione).

Ha tradotto L’Inno alla libertà di Dionisio Solomòs (Dionysios Solomòs, Zante 1798, Corfù 1857, di nobile famiglia di origine cretese, formatosi in Italia (1808-1818) a Cremona, a Venezia e all’Università di Pavia, compose i suoi primi versi in Italiano e fu influenzato dall’opera di Ugo Foscolo. Tornato in Grecia (a Zante prima, quindi a Corfù) fu inspirato dalla Rivoluzione Ellenica e adotta la lingua greca. La sua opera più importante è la L’inno alla liberta che, musicato in seguito da N. Mantzaros, diviene, limitatamente alle due prime strofe, l’inno nazionale greco. Altre opere importanti sono I liberi assediati, dedicato alla eroica resistenza della città di Messolongi, L’ode a Byron, l’Elogio del Foscolo ecc. Un senso di estrema autocritica gli impedisce di portar a termine la maggior parte della sua opera, raccolta e ricostruita in parte dopo la sua morte dall’amico poeta Iakovos Polylas. Verso la fine della sua vita scrive di nuovo in italiano alcuni abbozzi. Cesare Sofianopulo è molto attivo nella vita culturale e artistica triestina. Il suo contributo, forse non abbastanza studiato, è segnato da molte conoscenze illustri. Infatti, durante il periodo parigino in cui frequenta l’Académie Padeloup – che sogna la resurrezione della Grecia – incontra D’Annunzio, conosce Modigliani e a lui recita Dante – e vedono nel divin poeta la patria trasfigura».

[iii] S. VILHAR, Dante 1265-1965, Capodistria, Primorski tisk, 1965. Testo biografico tratto dalla mostra svoltasi nel 2007 per il «Centenario della nascita di Srečko Vilhar, erudito, pubblicista e preside della biblioteca» presso la biblioteca centrale di Capodistria, che porta il suo nome. «Nasce il 7 aprile 1907 in una numerosa famiglia di Moncorona – Kromberk (località nei pressi di Nova Gorica – Slovenia). La prematura scomparsa della madre costringe lui, e tutti i suoi fratelli, a diventare autosufficienti molto presto. Il giovane Srečko segue le orme paterne, prima alla scuola magistrale di Tolmino e poi, trasferitasi la famiglia a Gorizia, continua gli studi al magistero cittadino, che però, per cause politiche, non riesce a completare.

Quando in seguito al Trattato di Rapallo il Litorale va all’Italia, la condizione di un giovane insegnante di sloveno nel periodo fascista diventa sempre più difficile. Per questo nel 1920 decide di fuggire in Jugoslavia. Prima di partire, si stabilisce a Lubiana, dove porta a termine i suoi studi, ma neanche qui ha vita facile.

A causa del suo impegno politico Vilhar ha difficoltà a trovare lavoro e la polizia lo tiene sempre d’occhio. Nel gennaio 1932 è arrestato e condannato a sei anni di carcere nel penitenziario di Sremska Mitrovica (località sul fiume Sava, vicino a Belgrado), tristemente nota per aver ospitato gran parte dei comunisti jugoslavi d’anteguerra. Qui compie vari studi e impara diverse lingue straniere. Nel 1938, quando ha già scontato la pena, le autorità notano che Srečko Vilhar è cittadino italiano, viene così estradato in Italia. Si ritrova poi a Gorizia, dove è ulteriormente condannato a cinque anni di confino, non solo, anche il Tribunale militare lo condanna a due anni di carcere a Gaeta, la roccaforte militare nel sud dell’Italia. Poi lo aspettano altri due anni di confino a Tolve in Basilicata. La sua prigionia ha termine l’8 settembre, in seguito al crollo dell’Italia fascista e lo sbarco degli alleati.

Poco dopo i fatti di settembre, Vilhar si unisce alla prima brigata partigiana d’oltremare. Torna in Jugoslavia, dove si unisce alla 13° brigata proletaria. Nell’agosto del 1944 è sul territorio ora Sloveno, dove organizza la brigata Fontanot. Nell’aprile del 1945 è direttore della Scuola di partito a Rog.

Dopo la guerra Vilhar si trasferisce nel capodistriano, dove svolgerà vari importanti compiti. Dal 1945 al 1946 è direttore della Scuola di partito per il Litorale, nel biennio successivo anche Segretario del comitato cittadino del Partito comunista per Trieste e dopo il settembre del 1947, anche membro del Comitato centrale del PC TLT, dal 1948 al 1950 Segretario della Commissione pianificatrice del Distretto istriano della Zona B del TLT, dal 1950 al 1952 referente per la cultura presso il medesimo e del 1952 al 1955 Presidente del Comitato circondariale per l’istruzione popolare e docente di storia e filosofia al Ginnasio italiano di Capodistria. Dal 1956 al 1958 è insegnate al Ginnasio sloveno di Capodistria.

Vilhar ha dato un grosso contributo alla storiografia istriana soprattutto per quanto riguarda la presenza degli Slavi in Istria. Negli anni cinquanta si costituisce la Società storica del Litorale che Vilhar guida dal 1950 al 1954. Da rilevare il suo libro Slovenci ob Jadranu – Gli Sloveni e il Mare Adriatico e l’iniziativa per la collocazione del monumento al vescovo protestante capodistriano Pier Paolo Vergerio. Con il commilitone Peter Klun ha scritto e pubblicato cinque libri sulla lotta popolare jugoslava.

Vilhar si occupa con grande zelo anche di biblioteconomia. Durante il suo di rettorato contribuisce al buon nome della biblioteca in Slovenia e all’estero. Ha instaurato molti contatti, ricordiamo quelli con l’Università di Harvard e la Biblioteca del mare di Leningrado ma i suoi rapporti più fruttuosi sono proprio con le biblioteche italiane. I bibliotecari del litorale hanno potuto così visitare diverse biblioteche da Trieste a Roma. Vilhar cura inoltre la presenza del libro in lingua italiana in biblioteca.

Sotto il suo di rettorato la biblioteca è diventata il centro culturale del Litorale. Particolare cura dedica alle mostre. È inoltre il fondatore dell’Associazione dei bibliotecari del Litorale sloveno nonché suo primo presidente ed ha scritto numerosi articoli di biblioteconomia. Ha introdotto la prima biblioteca itinerante in Slovenia ed è tra i promotori della biblioteca turistica a Portorose. S’interessa di marineria e il suo sogno nel cassetto è che la biblioteca di Capodistria diventi una biblioteca specializzata in questa disciplina.

Per la sua attività di bibliotecario Srečko Vilhar è stato insignito del premio Matita Čop, il massimo riconoscimento per un bibliotecario sloveno».

[iv] T. ROJC, Le lettere Slovene dalle origini all’età contemporanea, Goriška Mohorjeva družba, Gorizia, 2005. «Il barone Sigismondo Žiga Zois (1747-1819). Di madre slovena e padre italiano, di origine bergamasca, Zois nasce a Trieste nel 1747, figlio primogenito di Michelangelo Zois, arrivato fino a Trieste, come molti bergamaschi, in cerca di fortuna. Trasferitosi a Lubiana, riesce a progredire nella scala sociale fino a ottenere il titolo nobiliare ereditario. A quattordici anni è mandato dal padre, assieme a tre dei suoi fratelli al Seminario-Collegio di Reggio Emilia. È questa la formazione determinante che forgia la personalità zoisiana e che, probabilmente, induce il giovane Sigismondo a strutturare una propria scala gerarchica di valori che diventano la base della sua attività di mecenate e illuminista. Al suo ritorno a Lubiana Zois si trova immerso in un ambiente del tutto nuovo per lui che lo stimola molto poiché del tutto sconosciuto e di esso vuole scoprire la realtà, la lingua, la tradizione, la storia: il mondo sloveno. Questa realtà gli diventa interessante e lo entusiasma dopo l’amicizia stretta con il linguista Blaž Kumerdej (1738-1805), fondatore di una propria Accademia filologica e della Družba za poljedelstvo in koristne umetnosti. A Lubiana. Kumerdej entusiasma Zois per gli studi slavistica che lo coinvolgono a tal punto da farlo assurgere a figura centrale del movimento illuminista sloveno. La sua formazione, volta a una pluralità di settori sia nell’ambito della cultura umanistica che di quella scientifica, fa di Zois un tipico rappresentante dell’età dei lumi. Va ricordata la sua ricchissima biblioteca, la sua raccolta di mineralogia, il suo carteggio con molteplici personalità che ha conosciuto durante i suoi numerosissimi viaggi e membro di numerose Accademia europee, i suoi interessi nel campo dell’entomologia e della botanica».

[v] Ibid. p. 92 «Uno dei letterati della cerchia di Zois, il francescano Valentin Vodnik, che con il barone ha in comune la passione per la mineralogia. Zois, però, pensa bene di introdurre Vodnik alla letteratura e gli fa conoscere e studiare Orazio e la poetica da cui scaturiscono i versi delle sue Pesme za pokušino del 1806. Vodnik si dedica anche al giornalismo con il primo giornale sloveno «Lublanske novice od vseh krajev celiga svejta» stampato tra il 1797-1800. Nell’ambito della sua propensione alla didattica (professore di poetica, direttore ginnasiale, ispettore delle scuole elementari) pensa anche ai testi didattici di ogni genere, tanto da pubblicare, oltre agli almanacchi Mala e Velika pratika (1798-1806) anche un libro di ricette, Kuharske bukve del 1799, pure nel 1818, una traduzione di un manuale di ostetricia. Durante la campagna napoleonica, periodo in cui sono fondate le Province Illiriche con capoluogo Lubiana, Vodnik scrive un’ode a Napoleone, Iliria oživljena. Al ritorno del regime asburgico tale entusiasmo gli costa il posto e lo fa morire in grande miseria. Vodnik è consapevole del carattere artistico modesto della sua poesia che ha un carattere educativo, ma eccelle sicuramente per quanto riguarda ritmo e musicalità. Capisce anche il bisogno di educazione che gli sloveni hanno e, da illuminista, pensa ad una grammatica (la prima in lingua slovena) con una descrizione fonetica e morfologica della lingua che, ormai, stava delineandosi. Scrive così, nel 1811, la propria Pisemnost. Specialmente nella sintassi introduce forme slovene, eliminando le forme in uso desunte dal tedesco e getta le fondamenta di una prosa stilisticamente corretta attraverso i suoi scritti pubblicistici. Anche Vodnik ha aderito al programma zoisiano che prevede un impegno per migliorare la società».

[vi] Ibid. p. 86 «Jernej Kopitar (1780-1844) dal 1804 segretario privato e bibliotecario di Zois che lo accoglie nella propria casa, orfano di genitori e contribuisce a sostenere i suoi studi universitari a Vienna. Kopitar è considerato uno dei fondatori della filologia slava. Autore di numerose opere, diventa bibliotecario alla Nationalbibliothek di Vienna, nonché censore ufficiale dei testi sloveni al servizio del cancelliere e Ministro degli esteri Lothar Metternich. Intrattiene relazioni intellettuali estremamente importanti: conosce personalmente i fratelli von Schlegel, fondatori della rivista Athäneum, organo della scuola romantica tedesca. E’ noto il suo carteggio con Jakob Grimm, è amico e maestro del filosofo e linguista tedesco Karel Wilhelm von Humboldt. Non è accertata poi la sua amicizia con il Goethe. La sua opera più importante è Grammatik der slavischen Sprache in Krain, Kärnten un Steiermark (1808), la prima grammatica normativa esauriente, non solo dello sloveno, ma in generale di una lingua slava (B. MERIGGI, Le letterature della Jugoslavia, Sansoni, Firenze-Milano, 1970)».

[vii] Ibid. p.87 «Anton Tomaž Linhart (1756-1795) di padre boemo e madre slovena. Linhart è il primo tra gli sloveni a inaugurare un processo di liberazione spirituale che culmina poi con il Romanticismo nella concezione poetica di France Prešeren. Egli interrompe il tradizionale collegamento spirituale e istituzionale della letteratura con le leggi della Chiesa e ciò si esprime non soltanto attraverso la sua produzione letteraria, frutto delle convinzioni maturate nel corso degli anni e come conseguenza di determinate scelte da considerarsi estremamente coraggiose, ma anche attraverso la sua esperienza di vita. Entrato, infatti, in un monastero cistercense, ha vissuto la vita monacale come una limitazione alla sua libertà e quindi i primi anni, dopo che ha abbandonato l’ordine, sono stati anni dedicati a una vita in parte sregolata. Entra nella massoneria viennese e questo lo porta man mano a una sempre maggiore consapevolezza della necessità di liberare il proprio spirito da ogni legame istituzionale con la Chiesa. E’, infatti, la massoneria un fenomeno molto presente nella Mitteleuropea, specie nel territorio compreso nel triangolo d’oro tra le città di Torino, Venezia, Trieste, Lubiana, Praga e Vienna. Il primo risultato di questa sua nuova realtà è la silloge poetica Blumen aus Krain, concepita perlopiù a Vienna nel 1781.

Linhart esprime presto la tendenza a sviluppare il proprio pensiero verso uno scientismo di carattere illuminista, propugnato degli Enciclopedisti francesi. Nel 1787 in uno scritto ufficiale sostiene un reintegro degli studi filosofici superiori, aboliti al liceo lubianese, e, anzi, un ampliamento delle materie di studio che avrebbero dovuto includere anche quelle giuridiche e, inoltre, le scienze biologiche, minerarie, nautiche, chimiche e matematiche. Questo documento fu estremamente importante poiché ad esso s’ispira il secolo successivo nel lungo cammino verso la richiesta dell’istituzione di un Ateneo sloveno. Sarà interessante ricordare come, nella polemica mai sopita sulla centralità di Lubiana e l’importanza di Gorizia e Trieste, Henrik Tuma, personalità di spicco nell’ambito culturale e politico, propugna la necessità di istituire gli studi universitari in lingua slovena proprio in una di queste due città del Litorale.

Il passaggio poi dalla poesia alla drammaturgia è segnato dalla tragedia in lingua tedesca dal titolo Miss Jenny Love. Ma la presa di coscienza della propria appartenenza porta Linhart a distruggere la silloge tedesca e ad allontanarsi dalla letteratura per dedicarsi alla storia degli sloveni e, in senso più lato, degli slavi dell’Austria. Il suo tentativo, come egli stesso lo chiama è il testo Versuch einer Geschichte von Krain und den übrigen Ländern der südlichen Slaven Österreichs, edito nel 1788, rimasto incompiuto. Escono infatti soltanto i primi due fascicoli che costituiscono di fatto il primo testo moderno sulla storia degli sloveni e dei loro antenati slavi dalle origini alla dominazione dei franchi con molti interventi volti a valutare la contemporaneità.

Il punto centrale per Linhart è la libertà dell’individuo: ha capito che per una libertà nazionale è necessaria innanzitutto una coscienza della libertà individuale. Questo pone Linhart al centro del grande pensiero illuminista da cui ha inizio il grande cammino della consapevolezza dell’ego nell’attività letteraria slovena.

A Linhart spetta un posto di rilievo nell’ambito di questo cammino in particolare per le sue due commedie Županova Micka (1789) e Ta veseli dan ali Matiček se ženi, desunte dalla drammaturgia europea e scritte per la società lubianese degli Amici del Teatro.

Entrambe hanno la caratteristica di non essere delle semplici rielaborazioni (Die Feldmühle, di Joseph Richter la prima e La folle jornée ou le mariane de Figaro, di Beaumarchias la seconda), ma di una vera riduzione, ambientata in territorio sloveno con i personaggi perfettamente caratterizzati, cui Linhart imprime un linguaggio popolare. Il testo è pregno d’idee democratiche e tende a ridicolizzare la nobiltà, rispecchiando così chiaramente lo spirito illuminista.

La commedia linhartiana rispecchia in questo caso anche l’attualità politica, dando risalto al riformismo di Giuseppe II (che aveva espresso tolleranza anche nei confronti della massoneria). Ma alla notizia della morte di Linhart, avvenuta dopo la scomparsa di Giuseppe II (da quel momento infatti, si è allargato il baratro che divide Linhart dalle concezioni del regime), è stata proibita qualsiasi manifestazione pubblica per onorare la sua scomparsa».

[viii] Le fonti biografiche degli autori citati sono integrate e tratte da: F. KIDRIČ, Zgodovina slovenskega slovstva, Ljubljana, Slovenska matica, 1929-1938; mentre il testo è sempre di S. VILHAR, Dante 1265-1965, Capodistria, Primorski tisk, 1965;

[ix] T. ROJC, op. cit. p. 112-115. «Matija Čop (1797-1835) studiò filologia classica, fu storico della letteratura, critico e esteta, essenzialmente studioso e erudito, una delle figure centrali della storia culturale slovena del primo ottocento, anche se firma soltanto due opere di rilievo, la storia della letteratura slovena, inserita de P.J. Šafarik nella Geschichte der südslawischen Literatur, e una serie di scritti riguardanti la disputa sull’ortografia slovena dal titolo Nuovo discacciamento di lettere inutili, da ist slowenischer ABC-Krieg che sono pubblicate sull’«Illyrisches Blatt» nei quali Čop «aveva impostato la vertenza nei suoi giusti termini: si trattava, d’accordo, di un problema di ortografia, ma tra gli opposti schieramenti veniva agitata anche una questione più grave, l’insanabile dissidio tra le ambizioni letterarie della giovane generazione e il conservatorismo dei vecchi». Il merito più grande di Matija Čop è, però, di essere stato determinante per la maturazione artistica di Prešeren, introducendolo nella conoscenza delle letterature europee e nella storia della cultura europea passata e contemporanea che avrebbe poi impregnato di tale ricchezza simbolica, mitologica, linguista e formale tutte l’opera di Prešeren, il quale, assurgendo a massimo genio poetico sloveno, inaugura, com’è stato ribadito più volte, una poesia slovena moderna e europea.

Čop ha desunto la teoria romantica di Schlegel secondo la quale il senso stesso della poesia (romantica) sarebbe la «fusione dell’antico e del moderno, dell’essenza del moderno con l’essenza dell’antico, dell’armonia del classico con il romantico», dobbiamo infatti sottolineare come l’ideale stesso del primo Romanticismo sia costituito da una forma classica, riempita, però, con idee e sentimenti dell’uomo moderno. Ma Matija Čop fu mentore di Prešeren anche per quanto riguarda la metrica antica (esametro – fondamento metrico per il distico elegiaco con strofe di due versi di un esametro e un pentametro, terzine, stanze – strofe di una canzone o l’ottava dei poemi cavallereschi) e delle forme poetiche (ballate e romanze di cui Prešeren diverrà maestro, sonetti, gazzelle, glosse – canti di quattro decime in cui gli ultimi versi rispecchiano il pensiero finale e che, insieme, formano una quartina posta come motto del canto).

Matija Čop ha appreso molte delle nozioni sulla letteratura romantica dai suoi carteggi con illustri intellettuali europei. Citeremo a questo proposito ancora Marija Pirjevec (M. PIRJEVEC, Trubar, Kosovel, Kocbek e altri saggi sulla letteratura slovena, ZTT-EST, Trieste 1989, pp. 41-50) che ha studiato il carteggio tra Matija Čop e il goriziano Francesco Leopoldo Savio, dal quale si desume quanto Savio sia stato importante anche per la risoluzione della questione della lingua, disquisendo con Čop del De vulgari eloquentia di Dante (che asseriva come anche i dotti dovessero scrivere nella propria lingua madre), ma anche di Vincenzo Monti (che sosteneva, scagliandosi contro i puristi del fiorentino del ‘300, come la lingua fosse «un insieme di parole usate dal popolo nel manifestare i propri pensieri e che il lessico doveva dunque essere duttile ed attuale, in grado di rispecchiare tutta la multiforme ricchezza della vita»).

Matija Čop è poliglotta e uomo di vasti interessi, di mentalità aperta e curiosa. Ha vissuto a Lubiana, Vienna, Fiume, Leopoli e conobbe diverse realtà etniche e linguistiche e con esse anche ciò che di più stimolante avveniva sulla scena letteraria europea. Scrive ancora Marija Pirjevec: «Il concetto di lingua popolare come veicolo principale dello spirito di ogni nazione, culla dei più eletti pensieri e sentimenti, la valorizzazione della storia come fondamento su cui costruire una coscienza nazionale, la necessità di trarre ispirazione dal passato e dai modelli più validi della cultura contemporanea senza chiusure e provincialismi sono solo alcune idee base che Čop scelse nella grande fucina del pensiero romantico per comunicarle a Prešeren e trasmetterle attraverso questi, a tutta la cultura slovena. […]»

Matija Čop ha, come sostiene Janko Kos, una visione della nazione protesa verso un futuro assolutamente europeo e ha saputo prendere anche nei confronti dell’atteggiamento ostile di Kopitar che rifiutava categoricamente la giovane poesia slovena, una posizione analoga a quella che, all’inizio del Novecento, avrebbe caratterizzato gli scritti di Ivan Cankar, pregni di una decisa critica nei confronti del conservatorismo aprioristico e dell’atteggiamento servile nei confronti dei potenti».

[x] T. PERČIČ, Dante pri Slovencih, Slovenska matica v Ljubljani 1996, pp. 30 «Čop je torej tako napravil tri svari: a) našel je razloge za klasičnost Dantejeve poezije, b) opozoril je na tista mesta v Božanski komediji, ki so najbolj ustrezala njegovemu pojmovanju “resne in meselne poezije” (Francesca da Rimini in Grof Ugolino, t.j. V. in XXXIII spev Pekla) in c) tematiziral je recepcijo romanskih (renesančnih) pesniških oblik. S prvo tezo je ustoličil avtonomnost pesniškega ustvarjanja, z drugo je programsko opredelil slovenske prevode – te opredelitve so bile severa programsko vezane na jensko šolo – s tretjo, in najpomembnejšo, pa je teoretsko utemeljil literarni proces, ki je slovensko poezijo pripeljal do estetsko relevantnega faktorja v evropski kulturi. Čop je sicer ostal pri teorici, vendar je splet srečnih okliščin omogočil, da so se njegove idejno-esteske premise na najboljši možni način prenesle v življenje. Za top a je poskrbel France Prešeren.»

[xi] L. LEGIŠA, Zgodovina slovenske književnosti (7 volumi), Ljubljana, Slovenska matica, 1956-1971;

[xii]J. PUNTAR, Dante e Prešeren, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982;

[xiii] A. REBULA, La Divina Commedia nelle traduzioni slovene, in Ricerche slavistiche, Roma, vol. VIII, 1960, pagg. 201. «Purtroppo, la prova di traduzione dell’episodio del Conte Ugolino, da parte di Janez Čop, è andata perduta; e tutto quanto ne sappiamo è che Janez Čop aveva tradotta, a tutto il 17 maggio 1835, il passo suddetto, ed alcune romanze spagnole, nell’intenzione di consegnare queste sue versioni all’amico Kočevar per l’antologia Cvetlice z vetrov vsakega izobraženega, che il giovane Stanko Vraz intendeva allora pubblicare colla collaborazione del linguista Fran Miklošič. Ed è tutto quanto si può ricavare da una lettera del Kočevar al Miklošič. Il progettato volume infatti non vide la luce. Comunque, quello di Janez Čop sarebbe stato un tentativo interessante, se non altro perché il Čop, per essere vissuto diversi anni a Milano, doveva avere una buona conoscenza dell’italiano».

[xiv] A. CRONIA, La fortuna di Dante nella letteratura serbo-croata, Padova, Antenore, 1965;

[xv] Ibidem.

[xvi] A. BRESSAN, Dante in sloveno, Sequals (Pn), Tielle, 1990;

[xvii] Le rime maschili sono dure, forti – mrak/vojak – dunque sono denominate appunto rime forti; mentre quelle femminili hanno un suono delicato roža/koža e sono definite anche rime deboli. Si tratta di parole con l’accento sulla penultima sillaba – accento piano – che nella lingua slovena hanno un suono più armonico. Altra caratteristica che non dà musicalità alla lingua slovena è la scarsità delle parole slovene formate dalla successione di due sillabe lunghe (— —). La forma metrica più usata è la rima per strofe di otto versi – non si hanno sillabe lunghe e corte, ma una serie di ottonari rimati che in sloveno è chiamata trohejski osmerec. B. A. NOVAK, Mini poetika, Rokus 2001; per un più approfondito studio T. PRETNAR, Iz zgodovine slovenskega verznega oblikovanja, Ljubljana 1997;

[xviii] V. BRUNELLI, Dante fra gli Slavi meridionali (Jugoslavi), Roma, Direzione della nuova antologia, 1921;

[xix] Qui si riferisce a quelle Croate.

[xx] V. BRUNELLI, op. cit.;

[xxi] S. BONAZZA, Considerazioni sulla presenza e sulla ricezione di Dante nella cultura slovena, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982;

[xxii] Teoria provata anche dall’articolo del DEBEVEC, Dante nelle traduzioni slave, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982; l’articolo si apre infatti discutendo delle teorie e delle traduzioni tedesche, considerate come fonti primarie degli studi sloveni.

[xxiii] A.W. SCHLEGEL, Über des Dante Alighieri Göttliche Comödie, in «Akademie der schönen Redekünste», I (1791);

[xxiv] A. WIDOVA TOSI, Le traduzioni ceche della Divina Commedia, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982;

[xxv] Vedi a questo proposito J. DEBEVEC, Dante nelle cit., p. 165;

[xxvi] J. DEBEVEC, Dante nelle traduzioni slave, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982, p. 164;

[xxvii] A. CAPUDER, Božanska komedija. Pekel. Vice. Raj, Maribor, Obzorja, 1972;

[xxviii] A. BRESSAN, op. cit.;

[xxix] A. REBULA, op. cit. p. 199-252;

[xxx] «[…] Brž ko je odprta pot alegorezi, postopku, ki ni bil razširjen samo v srednjem veku, ampak tudi kasneje in je bil zaželen pri nekaterih literarnih smereh še v 19. soletju, se severa odmaknemo od realnosti in posledice so nepredvidene, daljnosežne», A. OCVIRK, Literarna teorija, vol. I, Ljubljana, Slovenska akademija znanosti in umetnosti inštitut za slovensko literaturo in literarne vede, 1978;

[xxxi] E. STAIGER, Grundbegriffe der Poetik, Zurich, Atlantis, 1963;

[xxxii] Vedi a proposito: AA. VV., La traduzione, Trieste, Lint, 1973 e E. ESPOSITO, In margine ad un progetto di bibliografia delle traduzioni delle opere dantesche nel mondo slavo, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982;

[xxxiii] La filologia è la disciplina che studia i documenti linguistici e letterari di una determinata cultura o di una particolare civiltà letteraria, ma è anche il complesso delle indagini che mirano a riportare un testo alla sua forma originaria (liberando da errori e rimaneggiamenti), a interpretarlo, a precisarne (quando vi siano dubbi) l’autore, il periodo e l’ambiente culturale, definizione tratta da “Il grande dizionario Garzanti”, Italia, 1987.

[xxxiv] AA. VV., Il confine mobile. Atlante storico dell’Alto Adriatico 1866-1992. Austria – Croazia – Italia – Slovenia., Monfalcone, Edizioni della Laguna S.R.L., 1996: «Il 7 agosto 1945 il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (Antifašističko Vijeće Narodnog Oslobođenja Jugoslavije – AVNOJ) è trasformato in Assemblea Nazionale Provvisoria per organizzare l’Assemblea Costituente, che si riunisce per la prima volta il 29 novembre 1945. La nuova costituzione entra in vigore il 1° febbraio 1946 e istituisce la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (eliminando il vecchio regime monarchico). La determinazione della Linea Morgan (che ha la funzione di facilitare alle truppe angloamericane il controllo delle vie di comunicazione verso l’Austria dal porto di Trieste) stabilisce un limite certo tra gli eserciti jugoslavo e Alleato. Secondo le clausole del Trattato di Belgrado le forze armate jugoslave si ritirano a est della Linea Morgan, che partendo da Punta Grossa, lascia al controllo angloamericano Muggia, Trieste, Sesana, S. Daniele del Carso; poi segue la linea ferroviaria transalpina verso Gorizia e la riva sinistra dell’Isonzo in direzione di Caporetto, Plezzo e raggiunge il monte Mangart, mantenendosi sulla sponda sinistra del fiume Coritenza. La città di Pola con il suo porto e il territorio ad ovest dell’Isonzo, assegnati in amministrazione militare agli angloamericani, sono evacuati dalle truppe jugoslave. Lo Stato jugoslavo controlla dopo il 12 giugno 1945: tutto il territorio appartenuto al Regno di Jugoslavia fino all’aprile 1941; la città di Zara e tutte le isole del Quarnero e della Dalmazia; la parte orientale della Venezia Giulia, delimitata a ovest dalla Linea Morgan e ad est dal confine italiano del 1940, che rimane soggetta ad amministrazione militare jugoslava. La parte della Venezia Giulia a ovest della Linea Morgan e la città di Pola prendono il nome di ZONA A (amministrata dal Governo Militare Alleato), la parte a est della Linea Morgan costituisce la ZONA B (amministrata dall’Alto Comando Jugoslavo). Dopo la ratifica del Trattato di Pace di Parigi (15.09.1947) è istituito il Territorio Libero di Trieste (TLT), diviso in due zone: la Jugoslavia prende possesso del territorio della Zona B della Venezia Giulia e di parte del territorio della Zona A della Venezia Giulia (compresa Pola); l’Italia prende possesso della provincia di Udine e di parte della Zona A della Venezia Giulia (compresa Gorizia). Dopo complesse vicende storiche l’accordo sui confini tra Italia e Jugoslavia è sancito nel 1954 dal Memorandum di Londra. Il Trattato di Osimo poi nel 1975 tra Italia e Jugoslavia sancisce ufficialmente la definitività del confine tra i due Stati.»

[xxxv] C. SOFIANOPULO, Dante, poeta italico bussola e fare per il mondo slavo, in «Il Piccolo Sera» (21 settembre 1965); poiché non ha trovato conferma nella dettagliata opera di A. CHERINI, Mezzo secolo di vita a Capodistria. Spoglio di cronaca giornalistica 1890-1945, Autoedizione 1990; che riporta invece la seguente: 19 marzo 1935, “Il prof. A. Rossato tiene su invito del Circolo di Cultura una conferenza su «Demoni e dannati nell’inferno di Dante»; mentre trovo la pubblicazione del detto articolo nella rivista «Dialogi» (1965) I, n°9. pp. 476-484;

[xxxvi] B. MAIER, La letteratura italiana dell’Istria dalle origini al Novecento, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1996;

[xxxvii] A. BRESSAN, op. cit., p.13. Debevec Jože nasce il 15 marzo 1867. Dopo gli studi di filologia classica e slava presso le Università di Vienna e Graz, fattosi sacerdote insegnerà dapprima a Kranj e poi al ginnasio-liceo di Lubiana fino alla pensione. Scrive lavori teatrali, romanzi per l’infanzia e la gioventù (Ljubezen do mamice, 1892; Vzori in boji, 1896-1897), testi di teoria letteraria (Podoba [metafora] v slovenskem jeziku in slovstvo, 1905) e un gran numero di articoli – recensioni e interventi – che pubblica quasi sempre sulla «Dom in svet», rivista in cui aveva collaborato fin dai primi numeri e che lui stesso dirigerà nel 1919 e – per alcuni numeri (3-7) – nel 1937/38. Dopo aver cominciato a tradurre dal ceco e dall’inglese, dal 1910 alla morte (il 5 ottobre 1938) si occuperà prevalentemente di traduzioni e di studi danteschi.

[xxxviii] T. ROJC, op. cit. p. 158. «L’autore più longevo tra i Moderni è Oton Župančič (1878-1949). È uno dei protagonisti più rappresentativi della scena letteraria slovena. L’esordio poetico di Župančič è legato al decadentismo: sulle orme dell’Erotika cankariana, infatti, nel 1899 il poeta pubblica la prima silloge Čaša opojnosti, dalla quale emergono – oltre agli echi popolari e romantici – anche i primi elementi simbolisti desunti da Verlaine, pregni, però, di un forte individualismo, talvolta di un atteggiamento alquanto supponente, di motivi erotici piuttosto espliciti, della malinconia, di aspetti frivoli che sconfinano talvolta addirittura nella blasfemia.

Già l’anno successivo, nel 1900, con la sua silloge per l’infanzia Pisanice (il titolo si riferisce alla denominazione delle uova pasquali che si usano dipingere nella sua regione natale, la Bela krajina, a ridosso del confine con la Croazia) Župančič inaugura una grande tradizione poetica che avrà dei grandi successori tra i poeti di tutto il Novecento fino all’età contemporanea: il filone dei testi per l’infanzia, dove occupa un posto d’onore. Il Župančič pubblica fino al 1915 altre sillogi per ragazzi: una di queste ha come protagonista Ciciban. Il termine coniato dallo stesso autore è entrato nell’immaginario collettivo tanto da divenire sinonimo del diminutivo di «bambinetto».

Di tutt’altra natura è invece il percorso canonico della maturazione letteraria di Župančič: il suo linguaggio pregno di espressioni idiomatiche sviluppa a una lingua assolutamente moderna e molto espressiva (anche quest’aspetto contribuisce probabilmente a avvicinare i suoi versi al pubblico più giovane, privo di qualsiasi pregiudizio quindi anche più esigente, delle sue sillogi per l’infanzia e decretarne l’enorme successo). Già dopo qualche anno dall’uscita della prima raccolta di versi la sua poesia si sviluppa verso un simbolismo molto pronunciato che Župančič sa esprimere in modo sublime, indi attraverso l’impressionismo, fino a approdare all’approfondimento filosofico che caratterizza la sua silloge Samogovori del 1908, silloge in cui sono introdotte le tematiche patriottiche viste attraverso la tragedia dell’emigrazione slovena (Z vlakom, Duma).

Questo percorso che porta Župančič a sviluppare temi di coscienza collettiva, pregni di lacerazione interiore, è sicuramente segnato anche dalla morte dei due amici, Murn e Kette. A Murn Župančič dedica il ciclo dal titolo Manom Josipa Murna Aleksandrova. Ci sono proprio in questo ciclo, pubblicato come introduzione alla silloge Čez plan del 1904, delle straordinarie metafore e una apparizione dello stesso amico scomparso, degna delle maggiori e più intense pagine poetiche del Novecento che per intensità potremmo agganciare anche alle rievocazioni visive dell’amico scomparso del romanzo La montagna incantata di Thomas Mann.

Con il tempo la vena poetica andò esaurendosi (soprattutto negli anni 20 del Novecento). Non va però dimenticata la sua intensa tragedia Veronika Deseniška in cui s’intravedono elementi shakespeariani. Essa riprende il tema della nostalgia e della lacerazione.

Župančič aderisce al movimento partigiano e, seppur malato, fa sentire la propria voce sulla stampa clandestina. La sua ultima silloge risale al 1945 e in essa il poeta riprende i temi patriottici, riservandosi però di esprimerli in una forma classica in sintonia con le correnti europee del primo Novecento che tanto avevano inciso sulla sua opera.

Župančič gode di una grande considerazione nell’ambito sloveno e ciò gli valse prestigiose nomine di carattere politico e culturale dopo l’anno 1945. non va comunque dimenticata la sua attività di saggista (Luis Adamič in slovenstvo, 1932), di critico letterario, di teorico della rima e della metrica (Ritem in metrum, 1917).

Con la sua scomparsa nel 1949 si termina definitivamente uno dei periodi più importanti della storia della letteratura slovena.»

[xxxix] A. BRESSAN, op. cit., p.27. Nasce il 27 aprile 1903. Studia slavistica a Lubiana e in Polonia. Poeta, traduttore (specie dal polacco e dal russo; solo dagli anni 40 soprattutto da Dante), pubblicista, dirigerà la rivista «Dom in svet» dal 1904 al 1944. Ostile al Fronte di liberazione, alla fine della guerra emigrerà a Buenos Aires, dove muore agli inizi del 1989 (20 gennaio 1989).

[xl] T. ROJC, op. cit. p. 177. «Nasce nel Collio goriziano nel 1882 (muore nel 1967). Vi sono nella sua lirica un vigore poetico non comune, un’espressività erotica e metafisica tale da renderlo veramente una delle voci più interessanti del panorama sloveno, voce in cui convergono elementi della poesia romanza, di quella classica e inoltre grandi reminiscenze della poesia mondiale. Già nelle sillogi Padajoče zvezde del 1916 e De profundis del 1926 possiamo intravedere i motivi di una poesia che ha volto lo sguardo oltre l’esistenza, proponendo una riflessione che varca la soglia del tangibile, per parlare con la forza e la voce degli invisibili, del mondo delle ombre. È straordinaria anche la sua soggettivazione al femminile, il suo scrivere, cioè, in prima persona e al femminile, come a voler far emergere quella sensibilità particolare, quella forza del sentimento, propria all’altra parte dell’universo, capace di amare anche oltre i limiti dello scibile. Il poeta ha così dato voce a un verso che riesce a commuovere profondamente perché riesce, come pochi, a smuovere le più profonde e le più riposte sfumature dell’animo umano.

La situazione politica spinge Gradnik a emigrare in Jugoslavia dove gli sono affidate funzioni importanti nelle varie sedi giudiziarie della monarchia. Le preoccupazioni per il destino del Litorale sempre più buio gli dettano le liriche scritte nei primi anni Venti. In esse Gradnik vuole tracciare le bellezze paesaggistiche del suo paese, Medana (Jesen v Medani). Traccia anche dei canti storici, rifacendosi come Pregelj alle rivolte contadine del Tolminese, ma il suo modo poetico più alto è intriso di lirismo assoluto e di grandi questioni esistenziali in cui, quasi come Lorca o Neruda, dette voce a un femminile dal respiro estremamente epico e sensuale nel contempo.»

[xli] Il BRESSAN fa notare che è stato lui il primo a redigere un sommario catalogo delle difficoltà della terzina e del linguaggio dantesco in sloveno; segnalo che fu il mentore del DEBEVEC. Questa sua sensibilità è di certo dovuta agli studi svolti presso l’Università Gregoriana di Roma. Intriso il suo pensiero della cultura italiana, lo ha portato in Slovenia e ciò gli ha permesso un confronto e le conseguenti analisi delle differenze tra le due culture. Nel suo articolo si evince la grande conoscenza filosofica, questa è la base giusta per affrontare un aspetto della Divina Commedia. Qui la grande opera di Dante si appoggia su un sapere che le è molto vicino. La versione dell’ultimo canto del Paradiso appare nel 1914 nella rivista cattolica «Čas», di cui l’Ušeničnik è direttore.»

[xlii] Molto importanti sono le sue conclusioni per una migliore percezione del mondo dantesco (soprattutto a pagg. 137 e 144). Attraverso lo studio delle influenze dantesche nella poesia del Prešeren si può percepire la complessità del viaggio dantesco, anche se limitato alla fine. Il Krst pri Savici (Battesimo presso la Savizza) rappresenta la fine del viaggio ma può diventare, per gli sloveni, la chiave di lettura per un maggior approfondimento della Divina Commedia.

[xliii] S. BONAZZA, op. cit. «Dal lascito di Župančič (Oton Župančič, Zbrano delo, IV, Ljubljana, 1967, pag. 413) infatti risulta che egli si è cimentato con al versione del canto I dell’Inferno già nel 1904 e poi ancora nel 1907, cioè prima della pubblicazione dell’Inferno del Debevec (1910). Evidentemente non convinto di aver raggiunto livelli poetici accettabili, non lo aveva dato alle stampe. Ma oltre ai due canti dell’Inferno che in seguito avrebbe pubblicato, Župančič tradusse nel 1907 anche il canto III dell’Inferno (Pekla tretji spev) che è rimasto invece manoscritto, ed è stato pubblicato come Dodatek – aggiunta nell’edizione postuma delle opere complete».

[xliv] M. KOŠUTA, Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, Trieste 2005. «Classicità e unamismo, slovenità e fede, lingua e romanzo, antinichilismo e orfismo, natura e cultura, storia e modernità sono invece i cardini tematici e filosofici sui quali è imperniata l’erudita, raffinata e aulica scrittura di Alojz Rebula (San Pelagio 1924) che, dopo aver esordito nel 1954 con il racconto Devinski sholar (Lo scolaro di Duino), ha raggiunto negli anni Sessanta un suo primo picco espressivo con i romanzi Senčni ples (La danze delle ombre, 1960) e V Sibilnem vetru (Nel vento di Sibilla, 1968). Attraverso la sofferta maturazione del protagonista Silvan Kandor e sullo sfondo di un lacerante confronto tra città e campagna, Trieste e Carso, assimilazione e fedeltà alle origini nazionali, il primo romanzo si profila come la cronaca di un’inquieta ricerca del senso, del significato, di uno zenit esistenziale; il secondo riflette, nel metaforico specchio di una Roma imperiale al tramonto, una contemporaneità alienante e nichilista, unico antidoto alla quale appare, filigranata nella vicenda del goethiano noviziato spirituale di Marbod-Nemesiano, una sapienza umanistica ancora laica, ma già anelante alla trascendenza del Dio cristiano. Da V Sibilnem vetru fino al recente volume Zvonovi Nilandije (Le campane della Nilandia, 2004), la produzione narrativa di Rebula, pur conservando nel romanzo il proprio baricentro, si è ramificata progressivamente in generi e forme diverse: dalla novella al saggio, dal diario di viaggio alla biografia, dal trattato filosofico al dramma. In oltre trenta ulteriori volumi, l’autore ha immerso fino a profondità contenutistiche e stilistiche ragguardevoli lo scandaglio della sua indagine artistica, orientandolo nel contempo verso una militanza religiosa e nazionale via via più esplicita e radicale, ancorché mai dimentica della massima etica di Nemesiano: «Esser uomo, il più possibilmente uomo…».

[xlv] Pubblica il Canto I nel 1914, nella rivista «Slovan», di cui è anche redattore, il Canto V invece nella già citata raccolta di Alojzij Res in occasione del seicentenario della nascita di Dante (1921). Omette il commento, sembra, secondo il Rebula, perché i lettori hanno già familiarizzato con il testo grazie alla traduzione del Debevec.

[xlvi] A. REBULA, op. cit.;

[xlvii] i vv. 112-114: »Sì come ad Arli. Ove Rodano stagna, / sì com’a Pola, presso del Carnaro / ch’Italia chiude e suoi termini bagna…«;

[xlviii] A. REBULA, op. cit. pag. 201;

[xlix] J. PUNTAR, Dante e Prešeren, in Dante i slavenski svijet. Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1982;

[l] La detta poesia è Glosa, in A. SLODNJAK, Pesmi in pisma, Ljubljana, Mladinska knjiga, 1960. «La metrica slovena fa coincidere il termine glossa – che in italiano indica genericamente una nota o un commento ad un testo – ad una forma metrica detta glosa, costituita da una prima strofa genericamente più corta (di quattro versi) – derivante secondo gli Sloveni dallo Spagnolo cabeza e da loro rinominata motto – seguita da quattro ottonari di dieci versi. Viene anche chiamata ottonario spagnolo. La prima strofa introduce un motto che poi viene approfondito dalle seguenti dieci. Coincide però con la definizione della forma metrica del verso ottonario e cioè il verso nel quale l’accento principale si trova sulla settima sillaba: quindi, se l’ultima parola è piana comprende otto sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola ne ha rispettivamente sette oppure nove.

La detta poesia è Glossa in France Prešeren. Poesie. Traduzione di Francesco Husu, Ljubljana, Tiskarna Tone Tomšič, 1976. Il ve rso è il seguente: «nam spričuje Alighieri, / kako sreča pevce udarja …» (Dante è teste come avversa / ai poeti è la fortuna,…)».

Caratteristica di questo componimento, reso famoso dal Prešeren, è che esprime la visione del mondo visto con gli occhi del poeta. B. A. NOVAK, Mini poetika, Rokus 2001;

[li] La versificazione slovena si è sempre appoggiata su una rete di accenti; questo almeno sino ad una cosiddetta riforma della poesia slovena operata da Janez Damascen Dev e da Valentin Vodnik. Successivamente è stato proprio il Prešeren a dare valore alle sillabe «zlogi», riproponendo il nostro endecasillabo giambico. La difficoltà principale è sicuramente la sillabazione, caratteristica principale delle lingue romanze. Ma il Prešeren ha il merito di aver piegato la rigidità slava, approcciandosi anche alla terza rima con Uvod v Krst pri Savici (Introduzione al Battesimo presso la Savizza), in ottava rima nel Krst pri Savici (Il battesimo presso la Savizza); Prva ljubezen (Il primo amore), Slovo od mladosti (Addio alla giovinezza) e in molti sonetti. B. A. NOVAK, Mini poetika, Rokus 2001, mentre per le citazioni in italiano vedi sempre: France Prešeren. Poesie. Traduzione di Francesco Husu, Ljubljana, Tiskarna Tone Tomšič, 1976;

[lii] Interessante risulta un articolo uscito su una rivista culturale edita a Maribor «Zora», III (15 luglio1874), 14, p. 227-232. L’autore, Stifer, media la vita e le emozioni dantesche attraverso alcuni versi del Prešeren. I versi in questione sono quelli del Sonetto, che fa parte dei Soneti nesreče (I sonetti della sventura), intitolato Komur je sreče dar bila klofuta – Chi s’ebbe schiaffi in dono dalla sorte – in France Prešeren. Poesie. Traduzione di Francesco Husu, Ljubljana, Tiskarna Tone Tomšič, 1976;

[liii] L. LEGIŠA, op. cit.;

[liv] F. KOBLAR, Jernej Levičnik in njegova pesnitev “Katoliška Cerkev”, 2 volumi, s.l., s.n.,1941, pp. 225-242; 297-342;

[lv] T. PERČIČ, op, cit., pp. 36-37; «[…] V ospredje stopajo močni in očitni vplivi Vergilove Eneide, Dantejeve Božanske Komedije, Miltonovega Izgubljenega raja in Klopstockovega Mesije. Dantejeva trimetrija je vplivala samo delno, očitnejši paralelizmi pa so: stalni pesnikov spremljevalec (Levičnikov je sv. Mihael), brodnik (Levičnikov je Čas), razdelitev pekla v kroge in nebesa v sfere, poleg tega pa še cela vrsta podrobnosti, v katerih se kaže Levičnik kot dober poznavalec in učenec Dantejevega dela.

Spevov je petnajst in ta številka je pomembna: 1+14, ali Kristus + Apostoli. Arhitektonika je ostala pri samem simbolnem številu, pri umetniškem oblikovanju se ni uveljavila. Pesnik zaradi nje ni upošteval nobenih sorazmerij in nikjer ni dajal vidnejšega poudarka posameznim delom, pač pa je bila njegova pozornost usmerjena v smiselno ureditev in notranjo povezanost obsežne snovi. Prvi spev prikazuje ustanovitve Kristusovega kraljestva na zemlji in njegov namen. Spev je nekakšen prolog, v njem Levičnik razloži svojo pesniško nalogo in osnovno misel, da namreč Cerve tudi pekel ne bo premagal. Tako je potrebno urediti pot zveličavne in bojujoče se Cerve, ki je v naročju večnosti, v njej se tudi naše življenje končno odloči v večno obsodbo ali večno odrešenje. V ospredje postavi pesnik zgled večne obsodbe in kraj očiščujočega trpljenja, na konec pa zmago in zveličanje, osrednji del pa je vojska med Cerkvijo in Satanom v petih podobah, ki se skozi zgodovino ponavljajo vse od začetkov pa do današnjih dni in tudi v prihodnosti ne bo pojenjala: to je boj Antikristov (vojska proti Kristusu), boj Molotov, ki terja žrtev (mučenci), boj Belcebubov (zmote in krivoverstva), boj Mamonov (posvetnost v Cerkvi) in boj Behemotov (lenoba in brezbrižnost). Teološki značaj pesnitve je resnično apologetičen in ta poudarek se mnogokrat ponavlja, tako da pesnik zataji svoj pesniški namen in ga zamenja z naukom.

Podobe iz Dantejevega sveta – poleg očitnih Miltonovih – je uporbljal zato, da bi dokazoval, prepričeval in ganil. Najslabše ga posnema tam, kjer je v svoji pesnitvi tudi sicer najbolj šibek: njegove vice so celo brez same zgradbe, ker je v njih skušal upodobiti eno samo misel: kako njegova je človeška presoja večnosti. Srednjeverško duhovno strogost je zamenjal z barocco telesnostjo in živopisno personifikacijo. Notranja grozota se izraža z obteženo zunanjostjo. Vse polno je tudi drugih zgledov iz Danteja. Ko gleda duše, ki s štirih strani letico v pekel, skuša biti preprostejši in je prav zaradi tega tudi preveč nepesniški.[…]»

[lvi] T. PERČIČ, op, cit., pp. 37;

[lvii] S. VILHAR, op. cit.;

[lviii] J. PRIMORSKI, Dante Alighieri e il suo tempo, in «Slovenski glasnik» (1867), p. 270;

[lix] Illirismo: nel XIX sec., movimento di unione politica, linguistica e letteraria tra impero austro-ungarico e slavi del sud.

[lx]V. ŽUPAN, Stanko Vraz – slovenski pesnik v hrvaški obleki, in «Dom in Svet» (1908), pp. 351-404. «Vero nome Jakob Fras, nato e cresciuto a Cerovec vicino a Ljutomer (sul confine sloveno-croato) il 30 giugno 1810. Studia a Graz (1830-1838) dove incontra altri connazionali i quali studiano le lingue e sono in contatto con le culture europee, questo fa si che cominciano a tradurre molte opere in sloveno. Ma sia la sua lingua – ha proposto come lingua letteraria un dialetto pannonico – sia le sue prime poesie, non riscuotono successo. Questa amara delusione lo porta ad una vera e propria conversione: da Sloveno comincia a professarsi Illiro, tanto che nel 1893 si trasferisce a Zagabria e la Croazia diventa la sua seconda patria. Bisogna sottolineare che questa Regione della Slovenia confina con l’Austria, Ungheria e la Croazia e che i rapporti tra le popolazioni limitrofe erano e sono molto stretti. Dunque anche tutta la sua infanzia è pervasa da una commistione tra le culture/Nazioni. Il sostrato sloveno ha avuto comunque la prevalenza – soprattutto nelle immagini e descrizioni dei luoghi, racconti e storie che incontriamo nelle sue poesie – anche se ha continuato la sua opera come Croato. Molte sono anche le parole slovene ed espressioni introdotte liberamente e con intenzione nel testo. Ecco perché viene definito “poeta sloveno in abiti croati”. Cercando una lingua letteraria unitaria e Illira, cha trovato nella lingua tedesca il modello da seguire. Specialmente nei contemporanei come Johan Ludwig Uhland, Friedrich Rückert e August Platen. Ma la grande influenza del Prešeren, si sarebbe ben presto palesata. Infatti ha sempre tentato di dimostrare l’altezza dell’Illirismo poetando nelle stesse forme poetiche alle quali Prešeren creava. Nasce così la sua prima raccolta di poesie Djulabije (1836-41), composte in Croazia e permeate di spirito nazionalistico – slavo in generale e sloveno in particolare. Autore di molte opere, merita ancora rilevare che nella raccolta di poesie Gusla i tambura (1844) l’autore ha tradotto in croato alcune sue poesie composte in sloveno. Importante è anche la sua raccolta di canti popolari sloveni in cui preserva e rispetta il dialetto in cui le ha sentite. I canti, raccolti poi in un volume Narodne pesmi ilirske (1839), sono stati raccolti e collezionati durante i suoi viaggi attraverso tutte le Regioni della Slovenia. La visione di tante parti della Slovenia, gli ha suggerito la convinzione che i sloveni, abitanti nella parte nord-orientale, possono essere chiamati Illiri “superiori” e i croati Illiri “inferiori”. Ma la vera importanza di quest’opera è l’introduzione, scritta infatti sia in sloveno sia in croato. Mosso da una motivazione fortemente personale, rende omaggio alla ricca lingua croata, rispetto a quella slovena. Tutte le sue opere sono stampate in collaborazione tra la Società letteraria illira e slovena.»

[lxi] A. REBULA, op. cit. pag. 204;

[lxii] Le traduzioni sono pubblicate nel volume: A. SLODNJAK, Stanko Vraz. Slovenska djela, Zagreb, JAZU, 1952;

[lxiii] A. REBULA, op. cit. pag. 205;

[lxiv] M. RUPERT, Kdo je mar? Jovan Vesel Koseski 1798-1884, Ljubljana, Partner graf d.o.o. Grosuplje, 1998. «Vero nome Janez Vesel e nasce il 12 settembre 1798 a Spodnje Koseze presso Moravče (piccola località nei dintorni di Lubiana). Gli pseudonimi Jovan e Koseski nascono dalla sua ricerca e identificazione nell’Illirismo, che permea l’opera sua tutta. Compie gli studi medi a Lubiana (1808-1810), gli studi ginnasiali a Celje (1811-1815), studia poi filosofia al liceo lubianese (1816-1818). Si iscrive all’ateneo di Vienna ma conclude gli studi di legge a Graz nel 1823. Lavora prima a Lubiana e successivamente in diversi luoghi del Litorale (Tolmino, Gorizia, Trieste). Proprio a Trieste diventa il presidente dell’associazione Slavjansko društvo, ma presto lascia questo incarico e non partecipa più alle attività politiche.

Nel 1852, a causa di una malattia, va in pensione, come cultore finanziario e muore nel 1884. Diventa socio onorario della Società letteraria slovena nel 1869.

Il suo talento risalta già con il suo Sonetto d’esordio: Potavža. Questa prima opera infatti, è stata pubblicata nel periodo in cui la lingua Slovena era ancora in una fase di sviluppo. Il sonetto edito nella rivista «Laibacher Wochenblatt» il 5 giugno 1818, in versione slovena e tedesca. L’autore del testo ci ricorda che già da questa sua prima opera si intuisce la sua tendenza a piegare le parole a favore della forma metrica.

Raggiunge la popolarità con i componimenti Moje misli e Potrebne besede (edite nella rivista «Novice») scritti in favore del patriottismo austriaco e della sua dichiarata fedeltà all’imperatore. Queste opere vengono definite come un fenomeno politico, oltre che poetico, sono infatti dei manifesti che dichiarano il suo schieramento contro le elezioni al parlamento tedesco a Francoforte. Questa lealtà politica determina poi un’altra opera, l’ode Viribus unitis, scritta in occasione della visita dell’Imperatore a Trieste nel 1850 e pubblicata nella rivista triestina «Jadranski slavjan».

Il Koseski ha avuto l’onore di veder pubblicata un’antologia delle sue opere essendo ancora in vita. Questo è stato possibile grazie all’interessamento e alla grande stima che il direttore della Società letteraria slovena, Janez Bleiweis, aveva dell’autore. La pubblicazione è del 1870 ed è intitolata Razna dela pesniške in igrokazne Jovana Vesela-Koseskega, finančnega svetovalca. Il libro comprende molte delle sue poesie ma anche opere da lui tradotte, tra cui quelle dello Schiller (La pulzella di Orléans e La fidanzata di Messina). Nove anni dopo esce un’aggiunta in cui si pubblicano solo le traduzioni. Nel 1877, quando il Koseski ha già 79 anni, la Società letteraria slovena pubblica la traduzione dei cinque canti della Divina Commedia.

Dura l’opinione della critica. Le sue poesie sono in verità un susseguirsi d’insegnamenti morali e nazionalisti espressi con una retorica esagerata, enfatizzata sino allo stremo e finalizzata al patriottismo. Molti infatti lo definiscono come il più grande poeta politico del suo secolo. Di lui oggi si leggono solo le raccolte delle citazioni più famose.

Molto importane è la sua opera di traduzione. E’ stato infatti il precursore del suo popolo. Ricordiamo che preferiva tradurre gli autori tedeschi (47 opere di Adalmbert von Chamisso, 23 canzoni e 2 tragedie dello Schiller, 15 canzoni dello Uhland, seguono con un minor numero di traduzioni rispettivamente Goethe, Bürger, Körner, Lessin Langbein e Kosegarten), ma ha tradotto anche Omero (6 canti dell’Iliade). Dall’italiano ha tradotto quattro canzoni di Paride Zajotti, una canzone Manzoniana e cinque canti della Divina Commedia. La letteratura russa invece è rappresentata dalle traduzioni di cinque canzoni del Puškin, da Lomonos e Deržavin.

La problematica della traduzione è strettamente legata all’evoluzione della lingua Slovena: già Zois se ne lamentava e solo con il Prešeren si è giunti alla consacrazione della lingua a livello poetico. Un problema viene poi evidenziato da Rupert: l’originale. Koseski infatti, nel tradurre spesso ometteva l’autore e non specificava se il testo era una traduzione. Altre volte invece capitava che l’autore veniva menzionato nel sottotitolo. Tutti questi fattori, incluse le sue traduzioni molto libere – lo schema metrico dell’originale non veniva quasi mai rispettato – ci fanno intendere che forse Koseski considerava gli originali come propri. Gli studiosi sloveni cercano di capire se le traduzioni hanno influenzato la sua produzione o viceversa. Comunque sia, il suo merito più grande è proprio lo studio della lingua e della linguistica in generale. Ma è anche l’ambito che più di tutti lo ha penalizzato. Infatti, è entrato a far parte del dizionario sloveno il termine koseskizem, che indica un particolare metodo di verseggiare e di piegare le parole al proprio bisogno. È interessante notare che le incursioni o forzature croate o illirismi, in un primo momento venivano accettate. Forse proprio perché nascevano durante la corrente del fervore nazionalistico – il panslavismo. Dall’altra parte però si possono rintracciare influenze germaniche nella sintassi del Koseski; è copiosa infatti la presenza nella sua opera di termini tedeschi. Rupert poi rintraccia l’origine delle forzature koseskiane nella poetica del Bateaux il quale sostiene che «alla poetica va aggiunto tutto ciò che la rende unica, richiamare all’uso le parole desuete, prenderne in prestito dalle lingue straniere, crearne delle nuove, allungarle e accorciarle in base alle necessità». Sembra il piano di lavoro del Koseski.

Gli sloveni gli imputano il merito di aver arricchito il loro lessico e il repertorio linguistico ma ha anche contribuito alla formazione di un’identità culturale e nazionale nonché storica. Tutto ciò ha poi concorso ad eliminare l’elemento di soggezione culturale e alla creazione di una propria individualità stimolando e incoraggiando soprattutto i giovani poeti.»

[lxv] Dr. Janez Bleiweis vitez Trsteniški, prvi urednik Novic, in «Kmetijske in rokodelske novice», LI (1893), n°27, pp. 229-231. «Nasce il 19 novembre 1808 a Kranj, dove compie anche gli studi. Frequenta il liceo a Lubiana e successivamente si iscrive alla Facoltà di medicina dell’Ateneo viennese. Si laurea il 6 ottobre 1832. Ottenuta la borsa di studio, rimane a Vienna, dove prosegue gli studi alla facoltà di veterinaria. Diventa assistente, incarico che mantiene per undici anni. Le sue prime pubblicazioni riscuotono molto successo all’interno del mondo scientifico, tanto che viene richiamato a Lubiana con la promessa di una cattedra alla locale scuola di medicina veterinaria. Contemporaneamente comincia a curare la pubblicazione della rivista «Novice», cosa non facile data l’inadeguatezza della lingua slovena. Nel 1850 la scuola viene chiusa e il Bleiweis rifiuta  un incarico offertogli dalla Repubblica Cecoslovacca per amor di patria. Viene nominato Professore e diventa membro della Commissione regionale alla sanità, dove collabora sino al suo scioglimento avvenuto nel 1870. Nel 1856 è nominato anche c.r. medico provinciale, funzione che esplica sino al 1873.

Da sempre molto attivo nel campo politico, ha la sua prima carica ufficiale 1861. Dopo che entra in vigore lo Statuto austriaco, viene eletto come rappresentante della Giunta provinciale per tre circoscrizioni. Sceglie poi di rappresentare quella lubianese.

Poliedrico e instancabile ha anche il merito di aver redatto i primi manuali in sloveno per il ginnasio. Molto attivo nella lotta per la determinazione della lingua slovena, ha contribuito anche alla traduzione di molte opere nonché alla promozione delle attività teatrali. È stato per molti anni il direttore della Società letteraria slovena. Viene da molti considerato il padre della coscienza nazionale slovena. Muore il 29 novembre 1881 dopo lunga malattia.»

[lxvi] A. REBULA, op. cit. pag. 212;.

[lxvii] S. VILHAR, op. cit.;

[lxviii] Secondo il Vilhar gli inizi delle traduzioni dantesche sono comunque modesti. Ma indica un periodo nuovo con gli studi del Zakrajšek; professore di sloveno alle scuole reali tedesche di Gorizia. Conosce molto bene la lingua italiana a anche il friulano. Per qualche tempo è uno dei più attivi collaboratori del giornale culturale sloveno «Slovenski glasnik». Nel 1886 vi pubblica un approfondito studio sul Sottodialetto sloveno del Litorale. Alcuni suoi scritti (Iskre, 1867) sono completamente permeati di uno spirito dantesco. Proprio quel anno Zakrajšek pubblica nel giornale «Domovina» – (1867) I, n°43, pp.178 – di Gorizia una parte del III canto dell’Inferno. Ed è questo il primo brano della Divina Commedia dato alle stampe. Come i suoi predecessori Janez Čop e Stanko Vraz, anch’egli è rimasto particolarmente impressionato dall’episodio del Conte Ugolino. Zakrajšek è un uomo di vastissima cultura. Del suo studio Il sottodialetto sloveno si apprende che ha raccolto più di 400 canti popolari sloveni nel Goriziano. Anton Janežič (direttore della rivista culturale slovena «Slovenski glasnik») scrivendo di lui lo definisce «poeta prediletto».

[lxix] F. ZAKRAJŠEK, Lira in cvetje, Trieste 1885, pag. 61-64;

[lxx] S. VILHAR, op. cit.

[lxxi] In «Rimski katolik» 1890. Riporto qui alcuni passi particolarmente rappresentativi, confermano infatti l’intuito e la spiccata sensibilità del Jurič «…Tu mu tudi Vergilij obljubi, a v to ga mora peljati v trojni kraj, prvič tja ov’udirai le disperate strida, potem k njim che son conteni nel fuoco, in slednjič ga bode Beatrice dovela k blaženem ljudstvu. Po nekaterih pomislekih, katerih ga Vergilij iznebi, se Dante vda ponudbi. Evo, s tem je raložen ves načrt divine epopeje, kateri so predmet skrivni svetovi onstran groba, in katera je vsled tega razdeljena v tri dele: Inferno, Purgatorio in Paradiso. Toda ovo delo moramo razumeti i v drugem, alegoričnem pomenu, kaker nas opomina pesnik sam na več mestih. Tako n.p. pravi v devetem spevu Pekla: O vi, katerim luč razuma sija/ Čudite navku se, ki tu ga scriva/ Po stihih svojih čudna poezija! Inf. IX, 61-63.…; V tem smislu se odsvita v tajnih svetovih le človeško življenje ali človeštvo v svojih zmotah in spačenosti, v svoji skesanosti in poboljšanji in slednjič v svoji nravstveni popolnosti; ovo različno nravstveno stanje je pa vzrok različnih položajev človeške družbe: nesreče in tuge, simbolizirane v peklenskih bolečinah, socijalnega reda, ki ha predstavljajo vice, in slednjič dovršene sreče, katero vpodabljajo nebesa. Potem takem je Divina Commedia vpodobljenje celega kristijanstva in čeznaravnih kreposti zemeljske in nebeške blaženosti, kratko vpodobljenje čeznaravnega in vidnega sveta. V tem divnem proizvodu je vresničena zveza človeštva z razodetim, nadnaravnim redom, kateri edini more poravnati nebrojna nasprotja ter stvariti ravnotežje v moralnem in fizičnem svetu…V omenjenih devetih okrogih se pokoré grešniki primerno svojim grehom: pohotneže drvi silen vihar nevsmiljeno po grozno temnem kraji; nezmerne pretesa neprestano mrzel in težak dež z debelo točo vmes ter smrdeča voda trpinči njih duh, privajen sicer le dišečim vonjavam; nasilniki so potopljeni v potoku krvi; preklinjavci so raztegnjeni po razbeljenem pesku, kamer padajo ognjeni zublji; izdajice so pogreznjeni v ledino; licemerce pokrivajo težki svinčeni plašči, ki so zunaj pozlačeni, i.t.d.» Interessante è notare che al trapasso dantesco qui viene dedicato un passo intero; cerca poi di dimostrare che questa è una delle chiavi di lettura del poema. «…Res, v Dante-jevem delu je obilno zastopan alegorični živelj, ki nam včasih zakriva globok pomen marsikaterih reči; toda kak razloček mej živimi, veličastnimi alegorijami v Komediji ter temnimi in bledimi simboli v Faustu: poslednji so nam lehko zgovoren izraz negotovosti in zmešnjave, kateri vladati v modernem mišljenji posebno ne Nemškem.» E conclude auspicando: «…Kaj ko bi nam kak Slovenec, ki je do dobra zmožen italijanščine ter čuti v sebi iskro pesniškega navdušenja, podaril s časom prevod cele Božje Komedije – se ve, ovi prevod bi moral biti nekoliko srečniši nego koseskega prevod prvega dela Paklo – in ko bi Slovenska matica, katera ima vže tolikih zaslug za slovensko slovstvo, izdala zaporedoma vse tri dele Božje komedije?» Tradurre si, ma con lo spirito del poeta.

[lxxii] R. PERUŠEK, Nekaj mest v Dantejevi nebeški komediji, ki se tičejo Slovanov, in «Ljubljanski zvon» (1900). È da rilevare lo studio effettuato sugli argomenti proposti, divisi in sei capitoli, che sono: 1. Inferno, XXXII, vv. 25-30: con l’indicazione del monte Tabernicch, il supposto soggiorno di Dante presso i conti Torre e la leggenda della Sedia di Dante presso Tolmino, con la citazione delle opere del Candido, del Valvassone il vecchio, di Francesco Palladio degli Olivi e infine del Capodogli. Non manca l’indicazione dell’articolo di Carlo Podrecca La grotta di Dante a Tolmino, in «La Fanfulla della domenica» del 23 novembre 1890. Continua poi con i contestatissimi versi 112-116 dell’Inferno, IX; non manca di citare il dialetto veneto – argomento poi approfondito nel famoso saggio di Bruno Crevato Selvaggi, Echi ed orme, in «Quaderni istriani» del Centro culturale Gian Rinaldo Carli, Venezia 1975; 2. Purgatorio, VII, vv. 91-102 nel canto in cui Dante racconta di Rodolfo I d’Asburgo, principe negligente, fa coincidere anacronisticamente il territorio del re Ottocaro II di Boemia, suo grande avversario, con l’odierna Slovenia (in realtà erano l’Austria, la Stiria e la Carinzia); 3. Purgatorio, XII, 122-123 da origini illustri ad un opera di un poeta sloveno, Valentin Vodnik, Kos in brezen – fa risalire cioè l’ispirazione del poeta sloveno alla leggenda del merlo; 4. Purgatorio, XXX, vv. 85-93 e la bora che ha origini in “schiavonia” con relativo approfondimento geo-politico; 5. Paradiso, XIX, vv. 139-141: con la spiegazione dettagliata dell’origine dell’antica denominazione Rascia per il popolo Serbo; 6. Paradiso, XXXI, vv. 130-111: e il pellegrinaggio dei fedeli residenti in Croazia.

[lxxiii] S. VILHAR, op. cit.;

[lxxiv] Di grande importanza sono i tre articoli, apparsi in anni diversi, che accompagnano la stesura della traduzione. Tutti pubblicati sulla rivista culturale «Dom in svet», dai quali però si deduce che solo il Debevec, variamente ripreso poi dal Debeljak, ha capito veramente la grandezza e la complessità dell’opera dantesca. Gli articoli sono i seguenti: Uvod v začetek (Introduzione all’inizio), 1910; Načrt uvoda k Divini Commedii (Lo schema dell’introduzione), 1921; Ob koncu prevoda Divine Commedie (Alla fine della traduzione della Divina Commedia), 1925.

Nel secondo articolo, alcune cose mi hanno colpito: soprattutto gli schemi che indirizzano gli sloveni alla possibile comprensione della Divina Commedia. Indica infatti alcuni presupposti base, che qui mi limito ad elencare e non a commentare: 1. la situazione politico-sociale in Europa, con particolare attenzione all’Italia nel periodo dantesco; 2. la situazione della chiesa, e specialmente la cattività avignonese con un accenno alle possibili fonti d’ispirazione per il viaggio ultraterreno – indica infatti le fonti arabe ma non i viaggi di San Brandano; 3. l’evangelizzazione affidata a tre ordini in particolare: cistercensi, domenicani e francescani; 4. la poesia provenzale, nel suo periodo trovadorico e un solo accenno al dolce stil novo; 5. lo studio della Summa theologica di San Tommaso d’Aquino; 6. la conoscenza dell’astronomia e del sistema tolemaico; 7. bisogna poi conoscere la biografia dell’autore. Tutto ciò è indispensabile per offrire alla giovane cultura slovena un precedente sul quale formarsi. Non solo, ma si può così anche dimostrare ed evidenziare i limiti di questa lingua, anche se il Debevec li imputa più ad una sua ignoranza che all’effettiva carenza della lingua. Ecco perché (a pagina 276 dell’ultimo articolo) cita l’autore di numerosi studi letterari che coinvolgono anche le influenze dantesche, A. PETRAVIĆ, Študiji in portreti ,IV, Split 1923: La traduzione di Dante è più facile: il suo pensiero è infatti molto più profondo e completo della forma; anche se questa non viene mantenuta dalla traduzione, ciò che rimane è il contenuto. La traduzione acquista così pregio, anche se perde in poetica, «Pri prevajanju Danteja gre lažje: pri njem je misel globlja in popolnejša od oblike; četudi v prevodu izgine lepa oblika in barvenost izvirnika, pa ostane vsaj vsebina, ob kateri se prevod, čeprav ima manj vredna mesta, še vedno zdi dober, vkljub temu, da nima nič skupnega z lepotami izvirnika», pag. 24. Con queste parole ci introduce e ci spiega il perché ha tradotto il poema dantesco prima in prosa, con l’aiuto della traduzione croata del Kršnjavi. La metrica slovena, ma slava in generale, come ho già spiegato in nota №7, non permette di replicare una caratteristica romanza: la terza rima con il verso endecasillabo.

Nell’Introduzione alla Divina Commedia invece risulta importante la nota №2 in cui rimanda il lettore desideroso di maggiori informazioni ma soprattutto il lettore che conosce il latino, al commento dello Scartazzini (La Divina Commedia. Dante Alighieri. Riveduta nel testo e commentata da G. A. Scartazzini, 4. ed. Nuovamente riveduta da G. Vandelli, col rimario perfezionato di L. Polacco e indice dei nomi proprii e di cose notabili. Milano, Ulrico Hoepli., 1903 (Firenze, Tip. Di S. Landi).

[lxxv] A. BRESSAN, op. cit.;

[lxxvi] A. REBULA, op. cit. pag. 217;

[lxxvii] A. REBULA, op. cit. pag. 224;

[lxxviii] L. LEGIŠA, Dantejev pekel v slovenščini in «Naši razgledi» XI, n°5 (1960). «…To je bil zanj prav primeren kraj, zakaj prav šola je morala leta in leta govoriti o Dantejevem delu, ker ga je tudi predpisoval učni načrt, ali po gimnazijah je bil malokje nepriročni «Dom in svet» ali vsaj Dantejev zbornik, celo Grafenaurjevega berila v katerem je bil ponatisnjen en spev v Župančičevi poslovenitvi, ni bilo zlepa dobiti.» Il manuale dove troviamo il Terzo Canto è: D. ALIGHIERI, Peklenski brodnik, prevedel Josip Debevec, in Slovenska čitanka za četrti razred srednjih in sorodnih šol, Ljubljana 1942, pp. 35-36, la traduzione è invece pp. 82-120;

[lxxix] E’ in fase di preparazione l’edizione completa.

[lxxx] AA. VV., Il confine mobile, op. cit. «Dopo la guerra (e fino al 1922) il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni risulta diviso in 8 regioni, con capitale Belgrado: Serbia, Croazia, Slovenia, Dalmazia, Bosnia-Erzegovina, Slavonia, Montenegro, Vojvodina. Tutte le regioni sono coinvolte nella definizione della nuova linea confinaria, in particolare la Slovenia è interessata dalla frontiera con il Regno d’Italia, la Repubblica dell’Austria e la Repubblica dell’Ungheria; la Croazia è interessata dalla frontiera con il Regno d’Italia nella zona di Fiume e di Zara e con la Repubblica dell’Ungheria. La Slovenia è costituta dall’unione: dei territori già austriaci corrispondenti alla Carniola (eccetto la parte occidentale annessa all’Italia), alla Stiria meridionale (o Stiria slovena con capoluogo Maribor/Marburg) e limitate parti della Carinzia (Jezersko e Mežiška dolina); del territorio già ungherese del Prekomurje (tra i fiumi Mur e Drava). Le divisioni amministrative: il regno dei Serbi, Croati e Sloveni (kraljevina Srba, Hrvata i Slovenaca – S.H.S.) viene costituito il 1° dicembre 1918 con il riconoscimento della reggenza al Principe Alessandro Karađorđević da parte di Consigli Nazionali di Zagabria, Montenegro e Vojvodina. Assume consistenza giuridica con la Costituzione di San Vito del 28 giugno 1921, che prevede una divisione amministrativa in Regioni, Province, Circondari e Comuni (art. 95). Con il decreto del 26 aprile 1922 il Regno viene diviso in 33 regioni, di cui due formano l’attuale Slovenia: Lubiana (capoluogo della ex-Carniola austriaca), che comprende 10 province, corrispondenti ai distretti (Bezirke) della precedente divisione asburgica, con minime varianti: Črnomelj, Ljubljana, Litija, Logatec, Čakovec, Kamnik, Krško, Kranj, Novo Mesto, Radovljica. La seconda è Maribor (capoluogo della Stiria Slovena) che comprende 13 province, con alcune varianti rispetto alla precedente divisione asburgica: Brežice, Celje, Konjice, Laško, Lendava, Ljutomer, Maribor, Mozirje, Murska Sobota, Pregrada, Prevalje, Ptuj e Slovenj Gradec. Ma nel 1929 il Re Alessandro Karađorđević sopprime la Costituzione di S. Vito e modifica il nome dello Stato in Regno di Jugoslavia, con lo scopo di frenare le spinte separatiste e i contrasti tra le componenti dei Serbi, Croati e Sloveni. Per facilitare il controllo centralistico dello Stato viene attuata una nuova divisione amministrativa che cancella anche i termini precedentemente usati per indicare le ripartizione territoriali. Il Regno di Jugoslavia viene diviso in 9 grandi Banovine.»

[lxxxi] J. PETZHOLDT, Dante Alighieris Gottliche Comodie. Metrisch ubertragen und mit kritischen und historischen Erlauterungen versehen von Philalethes, Leipzig, B. G. Teubner, 1865-66;

[lxxxii]C. S. SINGLETON, Le due specie di allegoria in La poesia della Divina Commedia, Bologna, Il mulino, 1978;

[lxxxiii] De Trinitate, XV, IX, 15;

[lxxxiv] A. VALLONE, Storia della critica dantesca dal XIV al XX secolo, Milano, Vallardi, 1981;

[lxxxv] A. UŠENIČNIK, Divina Commedia. Zadnji spev, in «Čas», VII (1914), zvezek n°6, pp. 472-485. «Vsekakor težko dobimo kdaj celoten prevod Divine komedije, če se ne loti dela več moči. Kdor namreč sam poskusi, ta še le spozna vse težave prevajanja. Zlagati tercin ni tako težko, dasi same ženske rime slovenščini manj prijajo, a prevajati italijanske tercine, celo pa tercine Divine komedije, tako bogate ne le najrazličnejših podob in najvišjih misli, temveč tudi pisanega znanja z prirodoslovja, astronomije, zgodovine, filozofije in teologije, je časih silno težko. Že v prozi katerih verzov ni mogoče dobro povedati, ko pa skuša človek izraziti tiste misli v tercini, se pokažejo časih skoraj nepremagljive težave […] Glede vokalnega blagoglasja in bogastva se namreč naš jezik z italijanščino ne more meriti!»

[lxxxvi] S. VILHAR, op. cit.;

[lxxxvii] A. RES, Dante. Per il secentenario della morte di Dante 1321-1921, Gorizia, G. Paternolli, 1921; M. KOŠUTA, Slovenica. Peripli letterari italo-sloveni, Trieste 2005. «Docente universitario e appassionato mediatore tra la cultura slovena e quella italiana (1893-1936).»

[lxxxviii] A. GRADNIK, Italijanska lirika, Ljubljana, Umetniška propaganda, 1940;

[lxxxix] S. LEBEN, Problem Dantejeve Beatrice. Uvod v monografijo o Beatrici kot pesniškem liku, Ljubljana, Modra ptica, 1940;

[xc] S. VILHAR, op. cit.;

[xci] T. DEBELJAK, Pekel, Buenos Aires, Federico Grote, 1959;

[xcii] A. GRADNIK, Dante Alighieri. Pekel, Ljubljana, Mladinska Knjiga, 1959;

[xciii] A. BRESSAN, op. cit.;

[xciv] A. BRESSAN, op. cit., p.39. Nasce a Lubiana il 23 novembre 1942, è docente di lingue e letterature romanze all’Università di Lubiana, poeta, scrittore, saggista.

[xcv] A. BRESSAN, op. cit.;

[xcvi] J. KASTELIC, Dante Alighieri: Božanska komedija in «Sodobnost» (1973), pp. 698-700. «Treba je bilo dokaj poguma in samozavesti, da se je Capuder lotil te vabljive in hkrati grozeče naloge. Povejmo takoj – rešil jo je nepričakovano dobro in spretno. Dantejevo delo je prevedel tako, da ga je tudi na zelo težkih mestih mogoče čitati skoraj brez komentarja, ker je tkivo misli jasno in precizno izpeljano in razpredeno. Zdi se, kakor da bereš modernega pesnika, ki je seveda filozof in teolog in politik – a je predvsem in vedno pesnik-videc v prvinskem pomenu besede, tvorec novih svetov, podob in relacij, stvari, ki so bolj bistvene od resnično, fizično obstoječih in bolj imperativne v svetu zavesti in čustvovanja, kot so vzroki in učinki v realnem življenju. Zato v tem prevodu Raj govori prav tako neposredno in intmno govorico kakor sence pogubljenih Pekla in kakor od mladega sonca osvetljene figure na gori Vic, sredi blesketanja neskončnega Južnega oceana. Peti spev Pekla npr. končuje Capuder moško in preprosto, povsem neodvisno od Župančiča […] Metafizična ekstaza Raja je prav tako dostopna in stvarna, kakor da bi vnet tomist razdrival začetniku teološkega študija skrivnosti svete Trojice […] Na ta način, ki je samo navidezno preprost in lahek, se je prevajalec približal osnovnim potezam Dantejevega pesniškega stila, to je novega, nelatinskega stila. Ta stil je po svoji izbrušenosti in suverenem obvladovanju zakonitosti metra, po razdelitvi posameznega verza in tercine v določene zvočne in kompozicijske enote, po zlitju verza kot forme z njegovo vsebino v trdno in zanesljivo enoto res dedič najbolše rimske, latinske traedicije Horaca, zlasti pa Vergila […] Capuder je dodal prevodu najnujnejši komentar in ga omejil v glavnem na objektivna pojasnila vsebinsko težjih mest, razlago imen, podatke o osebah ki so v pesnitvi omenjene […]»

[xcvii] nota sempre il Bressan, che il Debeljak è imparentato con Debevec, ne continua l’opera tra i suoi libri e nel medesimo studio.

[xcviii] A. REBULA, op. cit.;

[xcix] S. BONAZZA, op. cit. pag. 46;

[c] Per un approfondimento vedi T. PERČIČ, Dante pri Slovencih, Slovenska matica v Ljubljani 1996;

[ci] A. GRADNIK, Italijanska lirika, Ljubljana, Umetniska propaganda, 1940;

[cii] A. VALLONE, Modelli di interpretazione dantesca nel tempo, in Dante i slavenski svijet.Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1984;

[ciii] A. VALLONE, Storia della critica dantesca dal XIV al XX secolo, Milano, Vallardi, 1981;

[civ] E. ESPOSITO, In margine ad un progetto di bibliografia delle traduzioni delle opere dantesche nel mondo slavo, in Dante i slavenski svijet.Dante e il mondo slavo, Zagreb, JAZU, 1984;

[cv] Ibidem.

[cvi] Ibidem.

[cvii] A. VALLONE, Storia della critica dantesca dal XIV al XX secolo, Milano, Vallardi, 1981;

Annunci

One thought on “Valentina Petaros Jeromela

  1. Članek, ki ga objavljamo, je izšel v reviji Metodi e ricerche in se osredotoča na vpliv Božanske komedije na slovensko kulturo. Je poglobljena raziskava, koliko so slovenski avtorji poznali Danteja, in sicer v luči slovenskega kulturnega razvoja.
    V nadaljevanju bo avtorica primerjala več prevodov glede na stilistično izbiro ter na osnovi poznavanja slovenske kulture in Dantejeve stilistike; skušala bo dokazati, kako se je slovenski jezik bogatil skozi prevodne poskuse Božanske komedije. Članek je vključen v Knjižnico Dantejeve družbe in v Mednarodno bibliografijo o Danteju.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...